Dedicato a chi sta distruggendo il pianeta

E’ possibile dire che la responsabilità sociale della distruzione del nostro Pianeta e quindi dell’uomo che ci vive, sia da imputare maggiormente alla classe dei produttori, un tempo chiamati capitalisti, che fregandosene del tutto delle pessime conseguenze della ricerca del profitto a tutti i costi, stanno inondando il pianeta di plastica e l’atmosfera di CO2? Perchè scusate a me non mi convine affatto che la colpa sia da imputare ai singoli consumatori.

Infatti per quanto un singolo consumatore stia attento, non potrà mai incidere sull’inquinamento come un grande industriale? O sbaglio? Purtroppo questa maledetta classe capitalista sta dominando non solo l’economia, ma anche la politica e i media (veramente servi del potere).

Per questo quando sento parlare di responsabilità individuale mi girano. Responsabilità individuale dei poveri cristi che a malappena sbarcano il lunario, sfruttati e mal pagati a cui viene fatto il lavaggio del cervello 24 ore al giorno? No scusate ma a una classe capitalistica che sta distruggendo il pianeta io non riesco a riconoscere il primato morale di indicare dove l’umanità deve andare.

Per questo la gente farebbe meglio a risvegliarsi, prima che sia troppo tardi. Per il Pianeta, e per noi stessi, che vi abitiamo per quel po’ di anni che ci è concesso vivere.

P.S. Fino a quando si penserà che movimenti come i 5S o i Fratelli del Duce, siano la soluzione significherà che non abbiamo capito un bel niente…Questi sono solo movimenti populistici o peggio regressivi che distolgono dal creare una vera alternativa, in cui confluiscano tutte le forze sociali sfruttate. Ma fino a quando il lavoratore non capirà che i nemici non sono gli immigrati, la magistratura, o in generale la politica, non andremo da nessuna parte.

La realtà è che la questione vera è il lavoro, i salari e le condizioni di sfruttamento, oltre che la distribuzione del reddito e naturalmente la sostenibilità dello sviluppo economico. Per questo ci vorrebbe una coalizione rosso-verde internazionale che riesca finalmente a condizionare le politiche dell’UE, sin ora dominate pesantemente dal liberismo unito all’austerity (insomma il peggio del peggio).

Solidarietà a Mimmo Lucano

Una cosa va detta. Innanzitutto esprimiamo solidarietà a Mimmo Lucano, per la terribile mannaia che gli è calata addosso. Però il punto è anche un altro. Ormai in Italia circola un vento molto ostile nei confronti della magistratura che si dice che vada riformata. Probabilmente è vero. Ma bisognerebbe capire come. Non vorrei che eventi come questi vengano utilizzati con la finalità di strumentalizzare la tragedia personale di un uomo e di una comunità che crede nell’accoglienza e in un mondo più giusto. Il problema ripeto, più che la magistratura è la Legge Bossi Fini che va assolutamente cambiata.

Questa legge razzista che regola i respingimenti, da troppo potere discrezionale al giudice. Infatti come riportato oggi dal Manifesto: <<Il favoreggiamento è disciplinato dall’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione. Il suo impianto viene stabilito nel 1998 dalla Turco-Napolitano. Quattro anni dopo la Bossi-Fini aumenta le pene, specifica le aggravanti ed estende l’applicazione agli attraversamenti dei confini verso altri Stati.>><<LA NORMA PUNISCE chi in violazione del testo unico «promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso». Le pene vanno da uno a cinque anni, ma un’ampia gamma di circostanze porta la reclusione da cinque a quindici. Nell’articolo il profitto non è inteso come un elemento costitutivo del reato, ma come un’aggravante. Per questo anche condotte che non hanno un fine economico possono esserne comprese.

«Il reato non è costruito solo contro i trafficanti di esseri umani, ma anche per combattere chi aiuta i migranti lungo le frontiere». <<II testo prevede una «scriminante umanitaria», cioè esclude dalle condotte sanzionabili quelle di assistenza e soccorso, ma queste vanno di volta in volta provate. Il giudice può riconoscerle oppure no, pur nell’assenza manifesta di qualsiasi profitto>>.Perciò «la norma è scritta in modo da permettere le decisioni più disparate. Per la stessa condotta puoi diventare un eroe o essere condannato a 13 anni di carcere».Per questo andrebbe cambiata la Legge che costituisce l’appiglio giuridico con il quale si è colpito Lucano. Una legge troppo pesante, troppo rigida e al contempo ambigua.

Sul resto dei reati contestati invece che vanno addirittura al Peculato, cioè all’appriazione indebita di soldi pubblici, mi viene davvero difficile crederlo, ma bisognerebbe leggere le carte.La mia impressione a pelle invece è quella di un Lucano poco attento alle procedure burocratiche che ha agito un po’ troppo liberamente ma a fin di bene. Su questo però va detto che viviamo in uno Stato di diritto, e certe ritualità giuridiche purtroppo non si possono ignorare.

Ma non si può nemmeno ignorare che si è resa così rigida la nostra impalcatura giuridica che chiunque voglia fare cose buone per il benessere collettivo si trova con le mani legate, a meno che non si arrischi in territori extralegali molto pericolosi. A Lucano va comunque la solidarietà umana di tutti in virtù di un modello elogiato nel mondo come esempio di accoglienza e di integrazione di popoli. Ricordando che esiste comunque un secondo grado di giudizio, che potrebbe ribaltare la sentenza. E ci si augura tutti che così avvenga! In ogni modo il giudizio politico sul suo operato non può cambiare. Le sentenze giudicano il rispetto delle leggi, ma un giudizio etico lo da per fortuna la storia, e le due cose non sempre collimano.

Sul disastro delle carceri italiane

Ieri, 14 luglio, CCXXXIII anniversario della presa della Bastiglia, Mario Draghi, insieme alla guardasigilli, Marta Cantabria, visita il carcere di Santa Maria Capua Vetere. Succede dopo i video shock che mostrano la mattanza che la polizia penitenziaria ha compiuto nei confronti di duecento detenuti.

Il Gip per la verità aveva già emesso il 28 giugno, 52 misure cautelari, per la <<perquisizione>> del padiglione Nilo, dove il 5 aprile del 2020 i detenuti erano insorti in seguito all’emersione di un caso Covid, chiedendo maggiori misure di prevenzione nei loro confronti (mascherine, disinfettanti).

Il giorno dopo però parte quella che verrà raccontata come una perquisizione accurata del padiglione, ma che in seguito all’esposto del garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambrello (sulla base di video dei detenuti stessi), assumerà carattere inquietante. Fu più che una perquisizione, invece una vera mattanza, che si provò ad insabbiare anche grazie all’intervento di Fullone (provveditore delle carceri della Campania), allo scopo di giustificare ex post le violenze, alterando i video di sorveglianza, producendo prove, inducendo a credere che i detenuti abbiano opposto resistenza, quando di fatto ciò non successe.

Fullone avrebbe insomma depistato le indagini. Ma non è il solo dirigente chiamato a rispondere di reati gravissimi (falso ideologico, depistaggio, favoreggiamento, frode). Con lui infatti appaiono tra gli indagati Gaetano Manganelli (comandante del carcere) e Pasquale Colucci (comandante del nucleo chiamato a ristabilire l’ordine). Questi due finiscono addirittura ai domiciliari, come registi dell’avvenuto, mentre Fullone è stato semplicemente per il momento interdetto dai pubblici uffici.

Ma in totale sono 52 le misure cautelari, con 8 arresti in carcere e 18 ai domiciliari, per reati gravissimi, tra i quali tortura e lesioni pluriaggravate. Infatti, come emerge dai video di sorveglianza i detenuti furono picchiati selvaggiamente e seviziati da agenti in assetto antisommossa e con i manganelli, senza nessun motivo plausibile. Persino un detenuto in sedia a rotelle è stato picchiato. E il 4 maggio uno dei detenuti interessati dalle torture si è tolto la vita, in seguito probabilmente al gravissimo choc subito.

Inoltre, molti detenuti finirono in isolamento e gli altri non ricevettero nessuna cura medica.

Tutto ciò mentre il ministro della giustizia Bonafede, non si capisce quanto in buona fede, dichiarava che si era trattato di una <<doverosa azione di ripristino della legalità>>.

Quel matacchione di Bonefede verrebbe da dire. Fu evidentemente informato male, come anche nella questione del Giudice Di Matteo, prima nominato per il Dap e poi senza nessuna motivazione sostituito da Petralia, non certo un nome di spicco. Strana coincidenza che le rivolte nelle carceri si siano svolte in concomitanza con la questione di chi dovesse dirigere il Dap (ufficio di giustizia importantissimo, e di vertice, per quanto riguarda l’organizzazione del sistema carcerario e del 41-bis).

Sta di fatto che qualcosa è sfuggito e oggi Draghi ha scelto di metterci la faccia, insieme alla nuova guardasigilli. Tuttavia il discorso del Premier sembra abbastanza striminzito, stitico, non si è insomma andati oltre alla generica solidarietà e ad una fumosa deresponsabilizzazione degli individui coinvolti, adducendo che il problema è sistemico. Scusate ma la mattanza sarà stata ordinata o meno? Sarà stata eseguita o no? Ecco mi pare un’azione davvero sistematica ma unilaterale, cioè della polizia penitenziaria, che dovrebbe assicurare l’ordine, e persino, sic!, la sicurezza dei carcerati!

Allora la responsabilità sta tutta da una parte ed è di chi in quel momento stava rappresentando lo Stato. Per questo Draghi avrebbe solo dovuto chiedere scusa e dire che avrebbe fatto tutto il possibile perché ciò non si ripetesse. Lui invece con la Cartabia ha parlato genericamente di riformare la giustizia.

Allora mi viene il sospetto che gli stesse a cuore più che il discorso dei detenuti, il tema dei processi e di come ridurne la durata. Ma questa è una dinamica che interessa i colletti bianchi, non certo un detenuto in carcere per direttissima, con scarsissimi mezzi a disposizione per difendersi in sede processuale.

Un’altra critica poi la porrei al sistema informativo italiano e persino alla società civile. Infatti, al contrario di quanto è avvenuto in America con l’omicidio di George Floyd, e il movimento dei “Black lives matter”, non si è creato nessun movimento di protesta, nessuna inchiesta, nessun tentativo di un’indagine sistemica su quello che è successo. Forse perché il fatto è molto politico, forse perché mancano gli attori capaci di contestualizzarlo e analizzarlo, forse perché la società italiana è in stato lisergico, depressivo, menefreghista, incazzato, e non riesce a veder oltre il guscio di casa.

Invece caro Draghi, da te ci si potrebbe aspettare di più che le solite frasi misurate, fredde, inutili. Facendo così è normale che ti viene il sospetto che si sia fatta una mera passerella, per svelenire il clima da una parte, ma anche per disinformare circa la verità di quel che veramente è accaduto, con lo Stato che similarmente a Genova nel 2001 è diventato torturatore, proprio come quei regimi che tanto critichiamo giustamente, Egitto, Turchia, Cina, Russia…

Nessuno ricorda che abbiamo avuto ben 12 decessi accertati in seguito alle rivolte di marzo 2020 nelle carceri. Ma chi ha gettato la scintilla non si sa. Così come non si sa perché proprio in quei giorni la nomina di Di Matteo decadde. Coincidenze? O qualche mafioso al 41-bis, non era contento della nomina e ha spinto perché le carceri diventassero un inferno con il pretesto del Covid.

Non mi sembra impossibile ipotizzare ciò, ma peccato che sui media nessuno abbia avanzato ipotesi o congetture a tal proposito. Al contrario sembra che siamo bloccati in una narrazione della realtà lineare, abulica, stitica che apparerebbe sintetica ma che è il suo contrario: frammentaria, caotica, piena di elementi inutili che distolgono l’attenzione dai fatti veramente importanti.

P.S. Dimenticavo forza azzurri! Siamo campioni d’Europa!

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Bugie

Mentre una macchina industriale

Pulisce la mia mente

Con oscure e spigolose melodie

Loro si riuniscono e ridono alle nostre spalle

E firmano trattati segreti

e sono così sfacciatamente soddisfatti

dei loro misteriosi piani,

No, Non lo sa nessuno

Perché noi crediamo

Si, noi crediamo

Siamo stati così imbevuti di bugie

Che ora non sappiamo neppure chi siamo

Schiacciati tra il Papa e il Denaro,

viviamo puzzolenti come cimici

e non lo riconosciamo!

No, non lo riconosciamo!

E ci facciamo la guerra,

stupide galline e galli testosteronici,

accecati dal Potere,

pensiamo di contare,

Perché noi crediamo

Si, noi crediamo

Le potenze ci hanno schiacciato

Controllano le nostre menti

Controllano con messaggi subliminali

e tecniche avanzatissime, le nostre menti.

Mentre al centro il cervello fuma

giacendo spappolato

come uno scarafaggio tanto odiato,

Perché noi crediamo

Si, noi crediamo

E mortificando il nostro orgoglio con le bugie,

ci hanno resi vittime e complici

con incendi e genocidi…

E hanno distrutto l’aria e l’acqua,       

E ci hanno corrotti

coinvolgendoci nei loro oscuri piani,

di schiavitù e sfruttamento.

Ma noi ancora crediamo,

Si, noi,

follemente, crediamo!

Post Polemico

Non mi piace che prima ci hanno reclusi in casa, isolati e terrorizzati e ora invece ci sia un liberi tutti, con nemmeno il 50% della popolazione vaccinata e con la temibile variante Delta in azione sul nostro territorio, associata ad un graduale ma inesorabile aumento dei contagi.

Non mi piace nemmeno vedere il rigorismo di Speranza essere buttato così facilmente nella spazzatura, come il pesce andato a male nel periodo estivo, perché mi sa di presa per i fondelli, giustificato dalle necessità dell’economia del turismo (quando basterebbe essere semplicemente più cauti, aperture si, ma con regole e sobrietà, insomma qualità, non turismo di massa, e l’Italia potrebbe permetterselo e come!)

Non mi piace nemmeno vedere Draghi dare del dittatore ad Erdogan e poi tacere completamente sull’uccisione terribile di Regeni e sulla ignobile reclusione di Patrik Zaki! In Italia si sta facendo una battaglia sui diritti civili, ma sembra che nei confronti di dittatori feroci quali al-Sisi ci sia una certa reverenza. Dittatori che non solo non rispettano i diritti degli omosessuali, dei transgender, ma che usano la tortura e la reclusione illegale contro chiunque più semplicemente voglia essere libero di esprimere le proprie idee.

Non mi piace nemmeno che in Italia sono quasi due anni che i ragazzi e i bambini, non sono potuti andare regolarmente a scuola, mentre in occasione della vittoria degli Europei di Calcio si siano permessi ogni tipo di assembramenti, con addirittura un pullman aperto della nazionale passeggiare, come se nulla fosse, per le vie di Roma attorniato da folle bibliche, in un clima di reale di follia collettiva. Ma le autorità dov’erano? Io ricordo ancora le scene del marzo dell’anno scorso con gente che faceva footing sulla spiaggia ed era inseguito con gli elicotteri della polizia…

Ma non mi piace, anche, e soprattutto, che per il totem dell’economia che impone un clima di ottimismo diffuso per far ripartire i consumi ci si stia rifuggiando nell’irrazionalismo più becero, dando aria ai vari negazionismi, alle varie destre, e di fatto annullando il discorso su tematiche serie e ormai improrogabili, quali sono quelle del sistema produttivo e la tutela del lavoratore, che da questa epidemia ne sta uscendo con le ossa rotte: sempre meno diritti, sempre più flessibilità, sempre meno lavoro e in compenso un pianeta sempre più inquinato, in cui sta scoppiando una bolla ecologica a causa delle plastiche, ormai presenti in ogni organismo vivente (con esiti imprevedibili) e la bomba climatica.

Perché se tutti parlano di competitività e di riconversione ecologica qualcosa non mi quadra. E temo solo una cosa, che come al solito, almeno dagli ultimi 30 anni a questa parte, chi la pagherà cara saranno i più deboli socialmente, gli scarti del sistema, in una visione darwiniana riassumibile dalla visione del “keynesiano” liberale Draghi, secondo cui lo Stato deve aiutare i vari settori economici ma, da buon stato giardiniere, non incentivare i rami secchi. Ebbene spero proprio che nessuno di noi si trovi su uno di questi rami: superflui, inessenziali, inutili…

Un bisogno necessario

Posso vedere un uomo soffrire

E non patire?

Posso vederlo annegare nelle sue lacrime

E non porgergli un fazzoletto per asciugare il suo mare?

Posso vedere un uomo mandare giù un boccone crudele

E non dargli almeno un dolcino?

Può un figlio veder la madre

E non legarsela al petto

Nell’atto di morire?

No. Questo non è possibile.

Egli è colui che inocula la compassione.

Egli è colui che gronda di amore

Egli è colui che sa tutto, giudica e spaventa.

Non un sospiro, senza che non sappia

Non un’ingiustizia senza che Lui non si accigli

Non un sospiro, senza che non senta.

E allora Dio, perché al mondo muoiono i bambini?

E allora perché al mondo ci sono così tante malattie

Da colmare gli oceani?

Perché gli innocenti annegano,

e i crudeli gioiscono?

No dio, tu non ci sei…

No dio, tu non sei un vero Dio.

Eppure senza di te, chi si invocherebbe

nelle notti nere da non prender sonno?

Chi si pregherebbe per chiedere conforto?

Nell’uomo, no, non di certo!

Siamo zattere senza vele verso un orizzonte

Che non abbiamo scelto,

lanciate alle deriva,

tra le spume del tempo

Senza volto, come il tuo,

che svanisci quando c’è più bisogno,

illusione

necessaria…

Se si può licenziare con un’email…

Mentre mezza Italia festeggia la vittoria degli azzurri agli Europei di calcio, c’è una minoranza (o forse più, chi lo sa) che ha altro a cui pensare. Tra di essi ci sono sicuramente i 422 lavoratori della Gkn di Firenze (più altri centinaia dell’indotto), azienda addetta alla produzione di semi-assi per l’industria automobilistica, che sono stati licenziati con una semplice email. La motivazione sembra essere semplice e al contempo non plausibile: dato l’andazzo della domanda, la Merlose, il gruppo finanziario che gestisce l’azienza, non può più tenere aperto lo stabilimento. Quindi ragioni economiche.

Il fatto non è causale, che sia avvenuto, nella prima decade di luglio. Infatti, il 30 del mese scorso il Governo ha sbloccato l’interdizione ai licenziamenti per mere ragioni economiche nel settore della meccanica (mantenendolo nel tessile). Questo potrebbe essere il triste prologo, di una stagione in cui ci sarà poco da gioire per centinaia di migliaia di lavoratori, che potrebbero perdere la loro occupazione, per mere speculazioni finanziarie, mascherate con la motivazione degli esuberi.

Infatti, questi licenziamenti giungono proprio nel momento in cui l’industria automobilistica stava dando chiari segnali di ripresa, denotando come la Merlose voglia mascherare, col pretesto della crisi del Covid, una mera delocazione produttiva, vale a dire, produrre, in Slovenia ad esempio, dove i diritti e il costo del lavoro, cioè la tutela del lavoratore, sono molto più bassi che qui in Italia.

Purtroppo, ora, al contrario, si parlerà sui media per settimane della vittoria degli azzurri, dimenticando chi invece in questo momento ha tutt’altro per la testa. Già ora infatti si parla della grande capacità di fare squadra, e dell’importanza del leder (il CT Mancini, che viene associato più o meno esplicitamente a Mario Draghi), denotando questo bisogno da una parte organicistico, di sopprimere il dissenso (dei singoli, o dei cattivi partiti) in grazia dell’interesse nazionale (o economico, ma di chi?); dall’altro questa voglia di un capo che magicamente se lasciato lavorare possa risolvere ogni problema.

Non so, tutto ciò puzza un po’ di fascismo. Infatti, una visione organicistica e corporativa della società era propria di quel modello, così come il conformismo e il culto dell’autorità. Si sa purtroppo per quella strada dove siamo arrivati. Ad un Paese chiuso, razzista, povero, distrutto.

A me, la via borghese della ricerca del benessere, ha sempre inquietato, speriamo che accanto al male dell’autoritarismo si attivino gli anticorpi democratici, ma al momento mi appare più semplice un’uscita netta dal Covid (impresa a dir poco ardua), che cambiare questo andazzo generale (non solo italiano, seppur l’Italia sembra essere la nazione occidentale, più esposta a tale male).

Ma va detto che una riproposizione del fascismo in senso letterale sembra abbastanza irripetibile per il momento. Come una malattia che assume varie forme a seconda dell’età del soggetto; però l’attenzione va tenuta alta, prima che come al solito non sia troppo tardi, e il contagio locale, non si scarichi in una vera e propria pandemia, dalle forme prevedibili (tutele assenti per il lavoratore, stato repressivo, società del controllo, negazione del dissenso come irricevibile a prescindere, morte e distruzione dell’ambiente e degli scarti umani, ovvero di coloro che non rientrano nel disegno totalitario, ovvero gli scarsamente produttivi, i nemici oggettivi, dunque).

Facciamo dunque attenzione! Informazionecritica.com vigilerà!

Vertigo Blu, come la musica può renderci liberi

Brevissima introduzione

Vertigo Blu è la quarta tracks di Metallo non metallo, il secondo disco dei Bluvertigo, uscito nel 1997.

L’album secondo la rivista Rolling Stone Italia è posto alla posizione numero 93, per i dischi più belli di sempre.

[Testo tratto da un mio commento su un noto social]

1. Ma musicalmente quanto erano avanti, o indietro (in senso acritico), comunque fuori dal coro, Morgan e i Bluvertigo… Certo Vertigo Blu sembra la classica canzone di ribellione adolescenziale, ma devo dire che sprigiona un’energia notevole! E belle soluzioni sonore!

Se ci si fa caso, l’onnivoro, musicalmente parlando, Morgan riesce a inserire nella track persino i Red Hot Chili Peppers della fase funk con le schitarrate di Hillel Slovak e il primo Frusciante, e un basso martellante alla Flee, in cui, il nostro Morgan, Marco Castoldi, sembra tramutarsi per un attimo. Niente male. Testo e musica poi si fondono alla perfezione, interessante inoltre il richiamo, a sganciarsi dalle solite abitudini, da una vita banale in ottica libertaria e liberatoria, fattori fondamentali per ogni artista moderno, che non sembra troppo lontano dall’oracolo di Delphi, <<conosci te stesso>>.

2. In questo senso però la conoscenza avviene attraverso il rock, il piacere, l’estasi, attraverso una rimodulazione dei valori, in chiave pressoché Nietzschiana, quindi moderna! Il dionisiaco irrompe nella modernità e la mette in discussione, preparando quel nichilismo del fare e dell’essere tanto divulgato dal filosofo di Röcken. Ecco che quindi dietro un testo apparentemente banale, si celano mondi lontanissimi e persino tradizioni filosofiche!

2.1 Perché io credo non al contenuto dell’arte, ma alla sua forma e all’energia che riesce a liberare, in ottica catartica e di purificazione, per accendersi e accederte non al regno dei cieli, ma alla vera vita, attraverso una fiammata, che scacci via tutte le zavorre inutili che la società ci appiccica, per la nostra mancanza di attenzione o di disciplina.

3. Ho conosciuto uomini rimasti allo stato neonatale, ma molti meno, arrivati alla saggezza, che poi non è altro che una forma evoluta di ingenuità, o meglio di stupore per il mondo! Non certo saccenteria, tipica di molti maestri di vita…I veri maestri non insegnano nulla, stimolano, pungono, spingono quando va spinto…diffidiamo dai maestri di idee e di dogmatiche, dietro ognuno di essi c’è il possibile fondatore di una nuova setta. Per questo io dico:

<<Oh, vertigoblu, prova la vertigine che ti stimola di più

Oh, vertigoblu, il suono è mille brividi

E l’esistenza comincia ora a prendere forma>>

E questa secondo me deve essere la funzione dell’arte. Farci staccare dai soliti modelli reazionari, per trovare chi siamo e dove vogliamo andare!

Promesse

Dio, perché mi hai fatto questo

Non ho vissuto seguendo i tuoi principi?

Perché allora sto ribollendo da ore di rabbia e rancore

Se sono sempre stato sempre sul cammino dei giusti

Forse che non sono stato all’altezza delle tue aspettative?

Dio, penso che tu mi debba delle scuse

Perché mi hai fatto illudere anche questa volta

Che almeno l’ultimo giorno saresti venuto…

Almeno oggi che è il mio compleanno di morte…

E’ possibile che avesse ragione invece questo mondo così osceno

Eppure, io ho creduto alla tua falsa bontà,

al tuo misero amore,

e ho seguito le tue leggi con abdicazione.

Allora perché mi hai abbandonato anche questa volta

Ora che sto perdendo le ultime penne

Non fare a pezzi anche questo sogno

Non farmi piangere anche questa volta,

lacrime di veleno,

fammi solo credere almeno nell’ultimo istante che ci sei.

Ma i giusti ora ridono di me

E se la spassano alle mie spalle,

Perché lo fanno,

ora che non mi rimane più niente?

Ho lasciato tutto,

e ho seguito le tue prediche da prete di campagna:

umiltà e amore;

Ma ora mi trovo tutto solo

E tu non ci sei

E loro ridono

E non so perchè

Perché mi hai abbandonato

Almeno oggi che è il grande giorno,

dimmi chi sei,

dammi un regalo.

Mentre i corvi si cibano di me

Allevia il mio dolore lancinante,

il mio fegato si sta spappolando…

Eh io che credevo alle tue promesse,

ora che sono alla fine, non credo più a niente!

Condannato a morte

Mi sto rigirando nel mio letto spoglio e solitario

quando inizia a rintoccare la campana del tempo,

tutti dormono, solo io sono sveglio.

E ripenso alla mia vita passata

Ora che non ho più tempo:

la clessidra scorre sempre più lentamente,

ora che nulla può più cambiare…

Un prete calvo e un diavolo gentiluomo

mi osservano oltre il muro della vita

per darmi l’estrema unzione

e guardo attraverso loro tutti i miei sbagli,

ma cosa ha fatto il mondo per redimermi una persona migliore?

Si, il mondo è stato molto crudele con me,

ma io non lo sono stato da meno.

E’ impossibile calmarmi,

mi sta vincendo il panico

datemi qualcosa, forse pregare mi potrà calmare:

è veramente la fine,

o un attacco di follia?

Non riesco a smettere di urlare nella mia testa,

e i pensieri sono ammassati,

così che il mio corpo si tende come uno spillo, pronto a scattare.

Le lacrime scorrono veloci e impotenti,

sui miei rimpianti,

forse avrei potuto fare di meglio,

ma dopotutto non sarebbe cambiato molto:

non credo che sia veramente la fine,

e che la vita sia solo un’allucinazione,

perché se ci fosse stato Dio,

mi avrebbe dato un’altra occasione.

Così mentre cammino,

per il sentiero solitario,

gli Angeli mi guardano come corvi,

e mi ricordano austeri,

che finalmente sto andando a vedere la verità.

E il mondo mi assorbirà,

sì, tra le piaghe della sua impurità…

Te

Mentre vedo Te come un albatros

su un cielo superiore e distante

Mi scuso per tutto il tempo sprecato

in stupide illusioni…

Intanto che il ghiaccio si scioglie in lacrime

Man mano che all’orizzonte il sole sorge

mi sento lontano mondi lontanissimi…

Insidie occulte mi fanno persistere,

a pezzi come

cocci di bottiglie

che tu hai provato a raccogliere e aggiustare…

Mentre agognavo a qualcosa di meglio

Per questa breve vita

Ora bramo solo alla mia mera sopravvivenza corporale,

è proprio vero che la libertà è una chimerica illusione?

Eh la lentezza mi ha ucciso tutti gli amori più profondi;

Se solo avessi capito dapprincipio

Molte cose forse sarebbero andate diversamente,

sperando che almeno i ricordi restino vivi

per tutta la vita e anche oltre…

E vengo da te, parlando con una cartolina,

chissà dove, chissà quando…

Cercando di immaginare i tuoi sogni da bambina

In quegli occhi così dolci e luminosi

al di sopra del Tutto,

laddove la luce non cesserà mai

di esistere, come te,

mamma…

La spirale

Mi sono fatto a pezzi lentamente

Io mi sono stracciato la pelle di dosso,

Io incredibile coglione.

Ho voluto provare il fondo,

Una buca più profonda della tua vulva,

Che mi ha risucchiato,

come un verme insaziabile.

E ora che non ci sei più

E’ emersa la tua terribile bugia

E ora che sono solo e tu non ci sei

E miei fantasmi si sono fatti di carne e ossa

Proprio ora che io sto scomparendo.

No, io non credo neppure a Dio

Ma è un bene che questa terribile bugia sia finita

Così hai dimostrato tutta la tua ipocrisia

Ora che stai dando carne e latte al tuo nuovo giocattolo d’amore.

Ero davvero io il traditore?

Tu che mi hai lasciato inerme

Nel periodo più osceno della mia vita.

Per favore Dio fa che tu esista

E scaccia questa stupida idea

Dalle mie orbite vuote

Come quel centro della tua voragine

che risucchia tutto il mio universo.

Abbandonatemi, torre di controllo:

Sto precipitando…

(Prima del risveglio)

Come una fenice uscita viva dal proprio incendio

Quando penso a come

Ero un un pulcino spoglio

Nel labirinto della mia immaginazione

Un sorriso tenue e di argilla

Si forma nei miei occhi

Lo so che non si può sfuggire al giuoco delle parti

Lo so che ogni fiume ha il suo mare

E ogni affluente cerca un compagno

Per conoscere questo mare

Io so solo che l’acqua verdastra

Colpisce le mie pupille

E da queste nasce il sole

Le stelle stanno sopra di me

E mi guardano con compassione

Vorrei per una volta seguire

Il tragitto della ragione

Ma aquile che volano a stormi

Mi becchettano il viso

Lasciandomi ferito

In un lago di sangue

Allora mi rimbocco le mani

Bevo alla sorgente celeste

E invoco l’Universo

Ed esso, vecchio vegliardo,

mi redarguisce

<<Che ci fai solo e soletto

Sotto questo albero che non è il tuo

Apri gli occhi

Guarda la luna

Essa è sempre serena

E anche quando dei nembi

La circuiscono

Essa lascia fare

Consapevole dell’inconsistenza degli umori

Per questo stendi le ali

Lascia il nido

Abbandona il tuo sorriso d’argilla

E fa di te quel che sei

Una fenice che è uscita viva dal proprio incendio>>

Come un angelo

Quella sera ho scelto l’eternità fissandoti negli occhi

Come angeli caduti nella grande città siamo comparsi

Nuotando nel fuoco

Un lampo mi ha attratto a te

E sotto le luci dei lampioni

Navigavamo come argonauti in cerca della nostra isola deserta

Siamo diventati siamesi quella notte

Una ragazza dagli occhi di ghiaccio

Che mi fissava come se non ci fosse nulla da capire

Da quella scatola che si scuoteva

Ballavamo al ritmo di una macchina di acciaio

Ma chi ha inventato che questo sia peccato

Io gridavo: è sempre così?

Poi lentamente risalgo le scale per la mia stanza

Sto camminando come nell’aria

Non può essere certo succeduto per davvero

Ma i suoi occhi erano lì a ricordarmelo

Ora potrei pure morire

Ora che ho scoperto anch’io di essere

Come un angelo

Ma è possibile che sia già finito?

E’ mai possibile?

Il canto di Piccarda (III Canto del Paradiso, parafrasi e similitudini con il sacrificio morale di Socrate)

Quel sole (Beatrice) che per la prima volta mi aveva scaldato il petto di amore

Mi aveva svelato la bellezza della verità (sulla composizione della Luna)

Dimostrando e confutando, il dolce aspetto di essa (perché la verità è dolce e bella allo sguardo)

E io alzai il capo in maniera pudica e umile

Per confessare di essermi ricreduto

Quando mi apparve una visione

Che mi costrinse

A tacitarmi.

Come attraverso i vetri trasparenti e tersi,

o per le acque nitide e tranquille,

non troppo profonde

si restituiscono ai nostri visi sembianze

così deboli, che sembra impossibile distinguere alle nostre pupille

una perla da una bianca fronte;

così vidi io tante facce pronte a parlare

che io corsi l’errore contrario di quello di Narciso

che specchiandosi pensava di vedere un’altra persona

quando in realtà non vedeva altri che sé stesso.

Così mi volsi per capire chi ci fosse dietro di me,

ma non vidi nulla, e mi rigirai verso Beatrice,

che sorridendo fece ardere gli occhi santi.

<<Non meravigliarti che io sorrido,

del tuo pensiero puerile,

perché esso non si fonda sulla verità, in quanto

si basa semplicemente sulle illusioni date dai sensi:

sono vere sostanze quelle che vedi,

relegate qui per una mancanza nel loro voto.

Ma parla con loro così capirai

Che la luce della verità che le sazia

Non le lascia turbate e insoddisfatte>>.

E io all’ombra che mi sembrava più vogliosa di parlare,

mi drizzai, e cominciai,

con quell’esitazione propria dell’uomo che dalla troppa voglia si confonde:

<<Spirito beato, che sei esposto alla dolcezza dei raggi della vita eterna,

che non può essere compresa, per chi non l’ha sperimentata,

ti sarei grato se mi dicessi chi sei e mi raccontassi della tua storia.>>

<<La nostra benevolenza>>, rispose ella, <<non chiude le porte

A chi ha un giusto desiderio, come d’altra parte

Fa quella divina.

Io nel mondo fui una suora,

e se provi a ricordarti, il fatto che io sia ora più bella,

non ti dovrebbe celare chi fui sulla Terra,

e riconoscerai in me Piccarda,

che abito con gli altri beati di qui,

sulla Luna, la sfera più lenta.

I nostri sentimenti sono infiammati

dal piacer dello Spirito Santo,

e si letiziano conformandosi al suo comando.

E questa sorte, che sembra essere così bassa,

ci è stata data, perché furono rotti i nostri voti, in parte mancando ad essi.>>

Quindi io a lei: << Nel vostro mirabile aspetto

risplende un non so che di divino

che vi trasmuta rispetto a come vi ricordavo,

infatti non mi sono ricordato subito di voi

ma ora mi aiuta ciò che mi stai dicendo

così che rimembrarti ora mi è più facile.

Ma dimmi, voi che state qui,

desiderereste vivere in un luogo più elevato,

per vedere meglio la luce di Dio e per stargli più vicino?>>

Lei allora un po’ sorrise con gli altri spiriti luminosi,

al che mi rispose molto lieta, tanto smagliante che sembrava ardere

dello Spirito Santo.>>

<<Fratello, la virtù di carità quieta e conforma la nostra volontà,

e ci fa volere solo quello che abbiamo, e non bramiamo altro.

Se fossimo superbe, perché vorremmo di più di quel che abbiamo,

i nostri desideri sarebbero discordi, da volere di colui che qui legifera e scerne;

cosa impossibile in questi cerchi,

dato che qui è necessario vivere in carità,

se ci rifletti bene e capisci cosa significa.

Anzi è essenziale a questa esistenza beata,

vivere nella volontà divina, tanto che le nostre svariate voglie

devono diventare una soltanto;

così che il fatto che siamo divisi in varie soglie,

a tutto il regno piace, come al Re che il suo volere ci invoglia.

E la sua volontà è la nostra pace,

lui è quel mare verso il quale ogni cosa si muove,

uomo (diretta creazione di Dio) e natura (che si genera da sé da iniziale emanazione divina).

Allora mi fu chiaro come ogni luogo in cielo è paradiso,

anche se la grazia di Dio non piove ovunque allo stesso modo.

Ma come avviene per colui che si sazia di un cibo, ma ne

È affamato ancora di un altro,

che di uno si chiede e di un altro si ringrazia,

così feci io con atto e con parola:

<<Quale fu la tela non tessuta sino in fondo

(cioè il voto non compiuto)?>>, le chiesi.

Ed ella a me: <<Perfetta vita e alto merito ha posto una donna più su (Chiara D’Assisi)

Alla cui regola nel vostro mondo ci si veste e vela,

perché si rimanga fedeli sino alla morte a quello sposo

che accetta ogni voto conforme al principio di carità.

Dal mondo per seguirla giovinetta

fuggì, e nel suo abito mi chiusi,

e promisi la vita al suo ordine.

Uomini poi, avvezzi più al male che a buoni costumi,

mi rapirono dal chiostro:

E solo Dio sa poi che vita feci.

E quest’altro splendore che si mostra alla mia destra

E che sembra ardere di tutta la luce del nostro cielo

comprende bene la mia storia;

lei fu suora ma le tolsero violentemente il velo.

Così riportata al mondo

Contro la sua volontà

E contro ogni morale,

non si distaccò mai dentro di sé dalle sacre bende.

Questo è lo spirito di Costanza che generò

Dal secondo vento di soave (Federico Barbarossa)

L’ultimo imperatore di Svevia (Federico Secondo).>>

E detto ciò cantando Ave Maria, iniziò a scomparire

Come fa un peso che viene immerso in acqua profonda.

Io inizialmente provai a rincorrerla con lo sguardo,

ma poi perdendola mi voltai verso l’origine

del mio maggior desiderio, così che la mia attenzione

fu tutta rivolta a Beatrice;

ma quella sfolgorava così tanto

che non riuscì a guardarla, così dovetti rimandare

la domanda che mi stava tanto a cuore in quel momento.

Riflessioni:

Il canto delle donne, da Beatrice a Piccarda, in cui Dante delinea gli spiriti beati della luna, ovvero coloro che non ebbero la beatitudine completa perchè mancarono un un voto, non per loro volere, ma per la malvagità altrui. Meraviogliosa a mio parere l’umiltà e l’accettazione della propria sorte di queste beate, che pur non avendo mancato di nulla devono pagare colpe non loro. Esse accettano la loro posizione in cielo, senza invidia per chi ha la possibilità di essere più vicino a Dio. Emerge la visione eistenzialista e politica di Dante, in cui le leggi di Dio non si discutono. Un po’ come fece Socrate quando decise di avvelenarsi nonostante fosse innocenete. Ma dato che le leggi della sua comunità erano quelle e le leggi erano il collante che rendevano possibile la comunità egli rifiuta di fuggire, per adempiere al sacrificio morale. Sembra quasi la morte di Cristo, seppur avvenuta qualche centinaio di anni prima…quante similitidini tra il mondo greco socratico e la figura del Cristo, aveva forse ragione Nietzsche quando faceva terminare l’età aurea dei greci coi presocratici, nella sua battaglia tutta personale, e non solo, contro il Cristianesimo. Comunque volenti o nolenti aveva colto in quella fase della storia greca, l’epoca precristiana (si pensi anche all’importanza di Platone e Aristotele in ottica teologica), che forse favorì l’avvento della nuova religione, la deve più alla filosofia greca che non all’ebraismo in senso stretto…

L’ospitalità di Erdogan al popolo siriano

Come si sa la Turchia ospita ben 2,5 milioni di profughi siriani, fuggiti dal Paese dopo la sanguinosa guerra civile scoppiata nel 2011, in seguito alle proteste contro il regime di Assad.

Inizialmente il Governo di Ankara si era dimostrato ben disposto all’accoglienza, e ciò per una serie di motivi. Da una parte infatti sperava in una risoluzione celere del conflitto con un reinserimento dei Siriani nei loro territori abbastanza veloce. Affiancando così all’aiuto umanitario, un disegno panarabo, nemmeno così nascosto di Erdogan. Dall’altro, la chiusura delle frontiere europee, il prolungarsi del conflitto dopo l’intervento di Mosca nel 2016 a difesa di Assad, ha provocato un “ristagno” dei profughi sul territorio turco, favorendo anche il disappunto delle popolazioni locali, che hanno messo sotto pressione il presidente, sentendosi minacciati a livello di sicurezza e nel mercato del lavoro. Erdogan da parte sua, non ha faticato molto, demagogicamente, a cambiare il suo orientamento politico. Sfruttando inoltre la chiusura europea a suo favore, chiedendo benefit politici ed economici, anche personali, affinchè la Turchia non aprisse le frontiere all’invasione siriana.

Il presidende della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan

Ma per ottenere tale risultato Erdogan, ha dovuto muoversi in maniera schizofrenica con provvedimenti a dir poco ambigui ed arbitrari.

Infatti da un lato ha favorito l’iniziativa privata, soprattutto in una prima fase, dei Siriani. Consentendone di fatto l’insediamento. Dall’altro ha via via inasprito le politiche di accoglienza, dando la cittadinanza solo a quei Siriani ritenuti utili, o perché altamente qualificati, o perché validi strumenti nella lotta politica informale nei paesi in cui la Turchia è coinvolta in conflitti più o meno espliciti (Siria, Libano, Iraq).

Ciò ovviamente ha escluso dai diritti di cittadinanza la gran parte dei siriani “ospiti” temporanei, che possono lavorare solo tramite un permesso difficile da ottenere, così da doversi muovere nella zona grigia dell’economia informale, cioè senza la tutela di nessuna legislazione lavorativa.

Inoltre sempre come forma di deterrenza all’immigrazione Erdogan ha fatto erigere a partire dal 2016, un muro presso i confini meridionali e orientali turchi, con soldati armati e pronti al fuoco.

Se tali misure possano bastare a contenere lo spostamento di milioni di persone sembra dubbio, ma soprattutto è certo che gli unici che ci perdono solamente, sono le vittime, quelle che andrebbero tutelate e che invece nessuno ricorda.

L’Europa da parte sua si dimostra ancora una volta potenza ipocrita, che pur di “tutelare” i propri confini ricorre a mezzi moralmente dubbi, rinforzando leader chiaramente antidemocratici, ed esponendosi ai loro ricatti. Ma non è certo una novità il ricorso a mezzi sporchi per ottenere dei benefit in politica estera. Il problema è che se nell’immediato questi possono giungere, a lungo termine si dimostrano solo delle toppe nel mare. Pronte a scoppiare, in nuovi conflitti e in nuove ondate migratorie sempre più potenti, che solo regimi sempre più autoritari potranno contenere.

Ursula Von der Leyen, presidente Commissione Europea

Regimi autoritari che tra l’altro in un’azione di contagio di ritorno potrebbero ulteriorimente invelenire il clima europeo, favorendo a loro volta l’insorgenza di partiti xenofobi e razzisti, sprezzanti della democrazia e della tutela dei diritti umani. A discapito questa volta della stessa democrazia europea, che pur rimanendo saldamente ancorata a principi democratici, sembra essersi già spostata francamente a destra, come dimostrato dalle politiche migratorie adottate a livello comunitario e dai singoli stati membri.

Al di là quindi delle belle dichiarazioni di principio, c’è poco da essere ottimisti circa il futuro che ci attende, sul rispetto dei diritti umani ed universali.

Il Mondo Nuovo di Chico (California) come raccontato da Naomi Klein

Naomi Klein, che ha fatto della lotta alla globalizzazione selvaggia il suo principale cavallo di battaglia, negli ultimi anni sta incentrando i suoi reportage sui danni disastrosi che il nostro sistema economico apporta alla civiltà umana, mediante effetti catastrofici sul clima che si implementano ad una politica cinica e avida, dove il guadagno e la speculazione, hanno il sopravvento sulla compassione e la solidarietà umana.

A tal proposito nell’articolo che sto andando a commentare, apparso tradotto su “Internazionale” del 4 Giugno 2021, intitolato Distopia climatica a Chico, la grande divulgatrice canadese, esemplifica la propria visione su un possibile futuro che ci attende, qualora non si faccia nulla per interrompere la cascata dei cambiamenti climatici, e soprattutto, dato che essi sono già una realtà, non si cambi modo di fare politica ed essere comunità.

Chico è una città della California del Nord (una delle zone maggiormente esposta in seguito all’aumento della temperatura globale a maggiori siccità in associazione ad altissimo rischio incendiario), della Sacramento Valley, il cui destino sembra paradossale. Infatti, è passata in nemmeno tre anni ad essere epicentro della solidarietà (creazione di aree di accoglienza, pasti gratuiti e tende, residenti locali che aprirono le loro casa a dei perfetti sconosciuti) a centro della crudeltà e della repressione civile ed economica, nei confronti di quei senza tetto generati in gran numero dal più grande incendio che si ricordi nella vicina città di Paradise.

Naomi Klein

“Da una coperta di amore” ad una brutale repressione

Mark Stemen, professore di geografia dell’università di Chico, aveva definito così, il modo in cui gli abitanti di Chico avevano accolto gli sfollati, utilizzando questa metafora per amplificare sia il concetto di accoglienza (quelle coperte utilizzate per ristorare gli sfollati infreddoliti e spaventati), che quel mezzo utilizzato per soffocare le fiamme.

Purtroppo, questo impeto solidaristico iniziale, senza l’appoggio di politiche attive e finanziamenti federali, non è durato a lungo. Infatti, la politica locale, non è riuscita ad attuare dei piani per la creazione di nuove strutture popolari, accessibili anche ai ceti meno abbienti, anche a causa di una bolla immobiliare, che in seguito agli incendi, attraverso l’aumento della domanda, ha provocato una crescita esponenziale dei prezzi.

A ciò si aggiunge l’immigrazione di pensionati e lavoratori da San Francisco a Chico, una meta “tranquilla” dove ristorarsi o alleviare lo stress della vita nella grande città, che ha stimolato i costruttori locali a incentrare la loro attività sulla costruzione di immobili di lusso, in un momento in cui le residenze popolari sarebbero state indispensabili, per accogliere i profughi climatici più poveri (i ricchi grazie alle maggiori risorse ovviamente si erano levati piuttosto velocemente dall’indigenza), ma anche i senza tetto locali in crescita esponenziale, in seguito anche alla crisi economica provocata intanto dal Covid.

Il virus purtroppo non ha fatto altro che agire da moltiplicatore delle disuguaglianze e delle sofferenze preesistenti, incattivendo il clima.

Ciò anche in contemporanea al cambio di amministrazione che da democratica è passata a repubblicana. Infatti, in seguito ad essa, sono aumentati gli sgomberi dei senza fissa dimora, in un giuoco crudele, in cui i senza tetto di fatto sono perseguitati, non trovando altra soluzione alla loro condizione che quella di spostarsi da uno sgombero all’altro.

Inoltre, la loro situazione è peggiorata dall’atteggiamento intransigente della popolazione locale che non tollera il fatto che tra essi ci siano molti “rifiuti” umani. Gente con gravi tossicodipendenze, “diffusori” di malattie attraverso l’uso delle siringhe e persone affette da psicosi. Ma non sarebbe il caso di occuparsene, aumentando i servizi sociali, piuttosto che scacciarli, per dove, non si sa, attraverso i metodi violenti di una polizia, finanziata invece a pioggia dall’amministrazione Trump?

Ecco, la storia di Chico…

homeless

Così si è passati da una iniziale e spontanea accoglienza all’indifferenza dei “buoni” e alla violenta ostilità dei “meno empatici”. La storia di questa comunità è molto importante, perché può esemplificare cosa succede, qualora non ci sia una strategia politica volta all’accoglimento dei profughi climatici e dei soccombenti ad un sistema economico sempre più intollerante verso i cosiddetti anormali.

Infatti, se lo Stato si disinteressa delle dinamiche dell’accoglienza, scaricandole sulle comunità locali, che quasi sempre hanno scarse risorse e sono facilmente influenzabili da piccoli o grandi interessi, l’integrazione dei migranti climatici (purtroppo si stima che in futuro saranno sempre di più) o economici, o semplicemente degli esclusi, anche locali, non potrà che fallire, in una spirale che condurrà a dinamiche di disumanizzazione, e di disagio, dall’altra parte, che amplificando il conflitto, non potranno che peggiorare la sicurezza dei più.

Senza tener conto che una società civile, se vuole rispettare la vita umana, come sancito dalle innumerevoli costituzioni e convenzioni sui diritti umani, non può derubricare la questione della dignità sociale, come scarsamente interessante, ma al contrario essa è il cardine che deve tenere unite tutte le varie componenti della società, soprattutto in un’epoca liquida, in cui le strutture sociali sono molto indebolite e a passare da una parte all’altra della scala sociale basta poco.

Per tali ragioni, speriamo davvero in un rientro dello Stato non come mero arbitro della sicurezza nazionale, ma come attore principale nelle dinamiche economiche, nume tutelare dell’interesse generale, e non di meri interessi di parte, che rischiano non solo di danneggiare il tutto, disintegrando le innumerevoli conquiste sociali ottenute nel corso del ‘900. Per non parlare delle sfide climatiche che esso, in sinergia con gli altri stati della comunità internazionale, deve affrontare, sfide che oramai sono improrogabili per evitare nuove crisi, sempre più gravi, rendendo allora di fatto, non più governabile la situazione. E allora forse sarà davvero troppo tardi, e non si potrà che limitare i danni.

Ma questo futuro fosco, è già ora?

Paradaise of fire

Sul Don Giovanni ovvero sul Narciso moderno

Il Don Giovanni diceva: <<Chi sono tu non saprai>>. Interessante, affermazione, in cui svelava la sua vera essenza, ovvero il nulla, l’acqua, quella sostanza da cui fu generato, che non avendo forma, può solo riflette, ineffabile come una tomba. Perché il Don Giovanni non è che un fantasma, un dannato che ripete all’infinito, in maniera ossessiva, come le anime prave dell’Inferno di Dante, il motivo della propria lontananza dalla primaria fonte di amore, Dio creatore, la madre.

Egli vive in un luogo dove questo amore non è giunto, e quindi il suo tratto è l’odio, l’invidia e il risentimento. Che eppur maschera, imbellettandosi, truccandosi di mille volti, con parrucchini e cipria, per nascondere il proprio disfacimento fisico e morale.

La sua brama di conquista, in realtà non è altro che la ripetizione ossessiva e banale, per nulla creativa (seppur si nasconda dietro una parvenza di brillantezza, perché egli ama incantare, chi lo ascolta), di soggiogare l’altrui per dimostrare a sé stesso il proprio valore. Un calmierante, la conquista, che come ogni sostanza tranquillante (narcotici da Narciso, ovvero “colui che dorme”, cioè che è incosciente), ha durata breve. Mero lenitivo per un vuoto inestinguibile, un amore non ricevuto che gli mancò, come la poppa assetato ad un bimbo venuto da poco al mondo.

Tuttavia, la conquista per egli, ha due funzioni separate ma che discendono dalla medesima fonte, l’assenza e il sentimento di indegnità che ne consegue. Attraverso la seduzione, infatti, può da una parte, dimostrare il suo valore, perché solo chi è amato vale davvero (l’amore, o meglio l’ammirazione, per egli è infatti indispensabile, come il latte per un bambino).

In secondo luogo, l’essere amato permette attraverso un giuoco rifrattivo, di contemplare la propria ombra, ovvero il proprio sentimento di indegnità (ad essere amato), e quindi odiando tale immagine (ma non comprendo come Narciso che quella non è altro che la visione stereotipata eppur vera, di sé stesso), la allontana, la violenta, l’abbandona in fine, perché non riesce ad abbracciarla, non riesce ad amarla, non riesce a farla sua (perché per egli l’amore è mero possesso, senza sentimento – un sentimento che passa inevitabilmente per un coinvolgimento emotivo reale, impossibile, per chi non sente nessuna emozione, ma solo l’eco della propria voce).

Tale catena ossessiva (la catena della ripetizione compulsiva del trauma interiore che egli vive, che mette in scena, per la propria contemplazione interiore, perché egli ha solo vista e nessun altro senso), tuttavia, della conquista e del disprezzo (che può portare, o all’abbandono, o alla violenza sadica – De Sade, in fondo non è altro che il lato oscuro del luminoso Don Giovanni), potrà però spezzarsi, nel momento in cui l’avvertimento dato da Tiresia l’indovino, alla madre di Narciso (la ninfa Liliriope), si realizzerà : “Narciso vivrà se non conoscerà sè stesso”.

Tale avvenimento traumatico avverà solo nel momento in cui non sarà amato, o meglio quando il suo bisogno di confermare continuamente il proprio valore, sarà impedita da un grave fallimento (grave, nel senso che lui lo penserà così). Allora l’inganno rischierà di essere svelato. Allora egli si struggerà di dolore. Penserà per la prima volta di amare. Idealizzerà (immaginandolo) chi non lo ama (perché egli non può conoscere nulla davvero), e emergerà tutto il proprio sentimento di indegnità e il disprezzo di sé. Questo aprirà uno squarcio nella tela, ed emergerà il mostro Narciso, il Dorian Grey invecchiato e decrepito.

Allora l’amor di sé sparirà e il Don Giovanni moderno Narciso morirà.

2. In termini psicanalitici, potremmo pensare che la morte di Narciso/Don Giovanni non sia inevitabilmente la morte del paziente, ma anzi può costituire la fine della sindrome che lo affligge. Essa sarà sempre occultata ai suoi occhi se il successo arriverà sempre, così da vivere senza mai aver guardato negli occhi la propria ombra. Una vita di successi probabilmente, ma una vita colma di nulla, di assenza, di distacco, di gelo, di odio e distruzione. Una vita insomma socialmente pericolosa o dannosa, ma anche incosciente, avvolta di nebbia, sognata, ma mai sentita. Insomma, una vita vissuta senza essere mai nato.

Ma non è detto che nemmeno un fallimento o i fallimenti dei narcisisti, così chiamiamoli, svelato l’inganno letterario e del mito, si traducano in una redenzione e in rinascita. Al contrario la morte può non significare altro che il proprio annientamento (ulteriore) e quindi uno sprofondamento, questa volta nella fossa dell’odio di sé e del mondo. Aspettando una nuova fase, se arriverà, di grandiosità e di [ri]conquista (appare evidente come la sindrome bipolare possa essere una semplice manifestazione esteriore di un serio disturbo della sfera narcisistica della personalità).

Ma se tale terribile crisi sarà riportata alle sue reali cause, e non spostata sugli altri, colpevoli, o somatizzata in odio del proprio sé (cadendo dunque in uno stato depressivo, che comunque, latente, è il tratto sommerso di ogni narcisista, covert o scoperto che sia), ma alle reali cause (la ferita narcisistica) si potrebbe avviare un processo di guarigione.

Il narcisista infatti soffre del “complesso della madre morta”. Ovvero non si è sentito davvero amato nelle prime fasi della sua vita da una madre depressa che ha spento in maniera del tutto inconsapevole, l’investimento affettivo sul figlio. Una madre che si occupa magari in maniera ineccepibile del bambino, a cui nessuno potrebbe rimproverare nulla, ma che lo fa senza gioia né vitalità.

Un distacco emotivo che crea un buco nel bambino, un vuoto emozionale, in cui crescerà un sentimento di indegnità, ovvero il senso di non meritare amore, perché non si vale abbastanza. Il valore di sé allora diverrà l’unica bussola con la quale orientarsi, un metro, l’unità di misura, con cui il bambino adulto valuterà la propria esistenza, traendone bilanci, mai davvero soddisfacenti, in una rincorsa infinità. Perché non si può colmare il vuoto con i numeri, come infinite sono le frazioni di una unità.

A ciò inoltre si può aggiungere, aggravando il quadro, un padre violento e in fuga (o assente), come quel fiume Cefiso, che violentò Liriope, la madre di Narciso, aggiungendo quindi un tratto sadico al bambino innocente, eppur con un futuro tutt’altro che incolpevole.

Bisogna dunque interrogarsi, se oggi, la politica, l’economia, la narrazione dominante, i social, non incoraggino tali impulsi narcisistici, o le personalità narcisistiche, valorizzando dunque dei soggetti malati, e quindi pericolosi, per sé, ma soprattutto per la società (il caso Trump ne appare la dimostrazione più eclatante e recente, seppur personalità narcisistiche con forti tratti sadici, purtroppo hanno costellato la storia dell’umanità).

Trump aveva ragione sull’origine del Covid-19?

Trump dice: <<Il virus viene da un laboratorio cinese>>.

Fauci e tutti i virologi del mondo dicono che è sicuramente naturale.

I media, (almeno l’80%): <<Trump è un cinico che vuole nascondere i suoi fallimenti colpevolizzando la Cina>>.

Biden e i democratici: <<Il nemico è Trump. Lui aizza gli animi della folla, per rinsaldare le fila del suo elettorato.

Passano pochi mesi….

Amministrazione Biden: <<Il Virus molto probabilmente è scappato dal laboratorio di Wuhan. Tre addetti al laboratorio di ricerca sui coronavirus, contagiati a novembre>>.

Fauci, il più grande virologo del mondo, così maltrattato dal despota Trump, e paladino di tutti i liberal, ma che soprattutto ha sostenuto strenuamente per più di un anno, l’origine naturale del virus, ora ha molti dubbi a proposito…

Intanto si sono persi mesi preziosissimi per capire che diavolo davvero sia successo. Intanto stiamo vivendo l’equivalente di una guerra batteriologica. Intanto una catastrofe immane, che non si sa realmente quando finirà, nonostante i vaccini.

La politica in America si divide in base ai suoi interessi e non ha come priorità il diritto dei cittadini di sapere cosa sia davvero accaduto. Idem gli scienziati “indipendenti”, cambiano idea in base a chi governa e in base alla loro area di appartenenza politica o nazionale. Idem ovviamente i media.

Io non voglio difendere Trump, ma solo il fatto che fosse razzista, cinico, megalomane, un po’ folle, non mi evita di pensare che potesse dire la verità. Idem non sono nemmeno sicuro che i dubbi sollevati, ORA, dal moderato ed equilibrato Biden, sull’origine sintetica del virus (giravolta che ha dello stupefacente) siano sinceri, o mossi solo da ragioni di politica di potenza e propaganda in funzione anticinese.

Ancora però non si è individuato da quale animale il virus abbia fatto il salto di specie. Ma soprattutto la Cina ha nascosto e occultato inizialmente l’espanzione del virus sconosciuto all’epoca (forse già da settembre 2019) e sta facendo tutt’ora ostracismo sulle indagini che dovrebbero ricostruire l’origine della pandemia (almeno così ci dicono). Insomma una condotta che in un caso giudiziario indurrebbero ad un lecito sospetto.

Intanto però la il “Gigante Asiatico” si è ripreso subito (dando fastidio a qualcuno?). Ha fatto un immane salto in avanti, sfruttando al massimo il “vantaggio” di aver gestito meglio l’emergenza sanitaria, ma anche di essere stata la prima a conoscere l’esistenza del virus non comunicandola prontamente (facendo addirittura peggio dei sovietici dopo l’incidente di Chernobyl, quando non comunicarono l’accaduto per giorni).

L’Europa invece piange. E più di tutti piangono le persone comuni, che hanno perso la vita, la salute o la libertà.

P.S. Certo portare come unica prova che il virus sia scappato dal laboratorio di Wuhan, perchè tre ricercatori che vi lavoravano si sono contagiati di covid-19 a novembre 2019 per sostenere che l’epidemia sia partita davvero da lì, sembra qualcosa di molto debole. Perchè non si può escludere che a Wuhan, prima che la Cina comunicasse al resto del mondo, cosa stesse accadendo (gennaio 2020), si fosse già praticamente contagiata una buona parte della popolazione, appare possibile, se non probabile (sembra quasi un ripetersi della storia delle tante decantate armi nucleari detenute da Saddam Hussein, mai ritrovate, che furono il pretesto di Bush alla guerra in Iraq).

Ma allora perchè Biden, Fauci e company ora hanno cambiato idea?! Che non siano le stesse ragioni di realpolitik, in funzione antagonistica contro i temutissimi competitors globali di Pechino, che muovevano l’ex Presidente Trump?

Lode all’Inviolato, lode a Franco Battiato

Il 18 Maggio di questo tristissimo 2021, anno dominato dal Covid e da una crisi economica e sociale senza precedenti dal dopoguerra, viene a mancare il più grande, il Maestro, Franco Battiato.

Ci sarebbe tantissimo da dire e tantissimo si scriverà, giustamente e speriamo a proposito! Perché la sua opera pop e d’avanguardia fu immensa, così come le sue acute riflessioni sull’attualità e le preghiere laiche, che ci invocano, a tendere verso l’assoluto, contro la becera superficialità materiale dagli ultimi 35 anni,  sviluppatasi dopo quella miracolosa ventata libertaria pop che si sviluppò coi Beatles negli anni ’60, per dominare tutti i ’70 e parte dei nichilisti Ottanta.

Battiato ’70

Battiato fu uomo del suo tempo, e sempre coerente con i punti più alti della cultura nella quale si formò (unì come nessuno l’avanguardia degli anni 70 con il clima di contestazione sociale e politica unendoli, in una ricerca assoluta della verità, al di là delle apparenze). Per questo fu un artista eclettico, punto di incontro tra un cantaurato atipico, per tematiche trattate (non si limitò mai a parlare solo d’amore, passioni umane, o politica e contestazionei, ma si occupò anche e soprattutto di spiritualità), e per stile musicale, originalissimo , svariante tra avanguardia elettronica continentale e il tradizionalismo della musica italiana d’autore, con sconfinamenti in melodie sinfoniche e classiche.

Cosa impressionante già solo a pensarci! Come diavolo fece Battiato, a diffondere certe tematiche (associato ad uno stile musicale così ardito) iniziatiche, ad un grande pubblico, fatto di milioni di persone?! Lui ci riuscì, con apparente facilità, scrivendo dei tormentoni che non ti si schiodano più dalla mente: “Cerco un centro di verità”, “Cuccuruccuccù”, “Voglio Vederti Danzare”. Musica semplice ma perfetta, innovativa, coraggiosa ma “facilmente orecchiabile”; dal ritmo, dallo stile e dalla forma, originalissima.

Battiato infatti si nutrì nel corso degli anni degli insegnamenti delle avanguardie europee (poi anche della classica sinfonica), mentre che parallelamente, sul piano più propriamente intellettuale e spirituale , andò maturando un pensiero profondo e originalissimo, grazie alll’incontro con grandi esoteristi, grandi maestri spirituali, più o meno conosciuti, filosofi (su tutti andrebbe ricorfdato Mario Sgalambro, che scrisse la maggior parte dei suoi testi da metà anni 90 in poi), riuscìendo infine, perchè geniale, a miscellare nelle sue tracce saperi accademici o iniziatici, stili musicali e linguistici, variegatissimi ,ma con congruenza e coerenza sempre estrema, “Battiatesca”, direi. Perché davvero unica nel suo genere.

Vediamo ad esempio “Voglio Vederti Danzare”, hit da discoteca (incredibile che riuscì a far ballare i ragazzi su certi argomenti, soprattutto alla luce di cosa è la musica pop oggi), del 1982. Ecco il testo, con il relativo commento, che mi propongo con grande rispetto ed umiltà di proporre, per esemplificare alcuni passaggi non propriamente “popolari”, nonostanti i temi trattati lo siano!

Voglio vederti danzare
Come le zingare del deserto
Con candelabri in testa

O come le balinesi nei giorni di festa

Balinese nelle sue vesti tradizionali

La danza delle nomadi del deserto, che lui chiama zingare, era la danza del ventre, che consiste nel tenere immobile la parte superiore del corpo (immobilità ovviamente obbligata dal fardello da mantenere in equilibrio sul capo), mentre il bacino si muove in modo sinuoso: per accentuare la staticità della testa, le danzatrici vi poggiano un pesante candelabro (evidentemente tale gesto antichissimo, di portare oggetti sul capo da parte delle donne, presente anche nelle nostre tradizioni contadine, dona un portamento, che già di per sé è una danza; tradizione o necessità che sia, comunque deve aver certamente ispirato, la formazione, di questi movimenti, veramente popolari, perchè originatesi “spontaneamente”), metafora della luce che scaccia via le forze delle tenebre. Questa era una danza antichissima del mondo arabo, praticata nei cortei nuziali, le cui origini si perdono nel fluire del tempo, dove la luce (cioè la ragione, ma anche il sapere, l’amore e la gioia, Dio) avrebbe dovuto illuminare il cammino della futura sposa e della nuova coppia, nel mondo sino allora per essi sconosciuto.

Le Balinesi, sono invece le abitanti del Bali, isola dell’Arcipelago Indonesiano, peculiare per cultura, rispetto alla più grande Indonesia. Le balinesi <<nei giorni di festa>> si vestono di colori sgargianti, con panni morbidi e portano a passo di danza, doni alle divinità (

Voglio vederti danzare
Come i dervishes turners che girano
Sulle spine dorsali
O al suono di cavigliere del Katakali

<<Dervisci che girano>>

Il ballo praticato dai monaci asceti, definti darwīsh, letteralmente «poveri», è una danza turbinante ed è un mezzo usato, una tecnica, per raggiungere l’estasi mistica (jadhb, fanāʾ), all’interno di un complesso rituale chiamato samà. In quanto rito iniziatico necessita di un insegnamento speciale che prevede una lunga preparazione. La danza roteante non viene pubblicamente eseguita in forma completa ma in certe tekkè (luoghi di raduno delle confraternite) in quanto non è uno spettacolo, o un rituale aperto alla collettività, ma un rito iniziatico, un cammino spirituale, in cui attraverso i movimenti del corpo si raggiungono estremi di esaltazione mistica. La tecnica consiste nell’accelerazione dei movimenti roteanti, ma al contempo impedisce all’organismo di collassare. Attraverso tale equilibrio, che all’inizio non potrà che essere breve, si raggiunge un equilibrio completo tra il centro (si veda il riferimento ad un’altra sua celebre canzone) “intellettivo” e quello “emozionale”, entrando così in comunione con Dio. Il fine ultimo di queste danze è di rendere questo stato permanente (cit. <<cerco un centro di gravità permanente>>), la “Comunione con Allah”. Un approccio simile è rintracciabile nelle danze sacre indiane, come ad esempio il Kathakali. Questa è una combinazione di teatro, danza, musica, rituali, in cui gli attori, per prepararsi devono adoperare delle tecniche di concentrazione e abilità fisica, tramite un addestramento basato sulla Kalaripayattu, ovvero un antica arte marziale del Kerala, che incorpora calci, prese, sequenze coreografiche e armi.

Teatro danza del Kathakali

E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza, danza
E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza

E Radio Tirana trasmette
Musiche balcaniche mentre
Danzatori bulgari
A piedi nudi sui bracieri ardenti

Radio Tirana

Nell’Irlanda del Nord
Nelle balere estive
Coppie di anziani che ballano
Al ritmo di sette ottavi

Balera estiva

Dopo il citazionismo antropologico delle prime strofe, Battiato passa in Occidente in epoca praticamente contemporanea (dopo l’infinito e tradizionale oriente), attraversando prima l’Europa orientale, sino a giungere “nell’Irlanda del Nord” e alle celebri balere estive padane, dove si balla una forma di valzer popolare. Questo salto spaziale (e temporale), sembra voler indicare un senso di unità tra oriente ed occidente (tra origini e momento presente, seppur passato), dove però nel primo si è più vicini ad una visione profonda e spirituale, mentre nel secondo, più stancamente, ma in maniera altrettanto autentica, si parla il linguaggio di un’umanità ancora “vera” (il richiamo alle coppie di anziani mi sembra che raffiguri tutto l’amore e la tenerezza che Battiato prova; da queste piccole “cose”, infatti egli sembra ancora intravedere quel portato di verità che egli probabilmente sente oramai perduto nella società contemporanea, come residui di un mondo che non c’è più (vedasi Pasolini).

E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza, danza
E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza

Nei ritmi ossessivi la chiave
Dei riti tribali
Regni di sciamani
E suonatori zingari ribelli

Sciamano

Nella Bassa padana
Nelle balere estive
Coppie di anziani che ballano
Vecchi valzer viennesi

Le ultime strofe invece fungono da specificazione concettuale delle prime, e finiscono con un suono di Valzer, quando al contrario il resto della canzone si impronta <<sui ritmi ossessivi>> che sono <<la chiave>> per raggiungere stati profondi della mente (almeno sino al Battiato degli anni ’80, poi pian piano ci sarà un passaggio ad una sfera più mistico-meditativa).

In maniera sentimentale, poetica, forse addirittura patetica, però la canzone finisce placidamente, con un lento valzer “padano”, da cui si desume che nonostante l’avanguardia, nonostante la ricerca di porti sconosciuti e lontani, Battiato non può rimanere indifferente, alla semplicità di un mondo umile, forse sempliciotto, ma vicino alle sue origini, che sono anch’esse parte della Verità. Non a caso, dopo l’esperienza milanese e internazionale, tornò a vivere in Sicilia a Milo, praticamente a due passi da dove era nato, cioè a Riposto, prima chiamata Ionia, luogo che sarà la sua ultima dimora terrena.

Battiato nel suo casolare di Milo

Mi fermo qui per ora, come vedete, su Battiato e su i temi che si innescano attraverso le sue composizioni si potrebbero fare decine di libri. Sintomo di un sapere intellettuale ed esperenziale altissimo, ma anche e soprattutto della sua immensa curiosità, del suo sentire gentile, e di un’intuizione e capacità evocativa immense. Questa capacità è unica, perché davvero nessuno come lui, almeno in ambito musicale italiano, è mai riuscito a trasporre con apparente semplicità tematiche “indicibili”, o così difficili da capire agevolmente, ad un grande pubblico!

Questo è veramente il suo mistero! Il mistero di un uomo a 360°, di un critico, un grande critico del nostro tempo. E non per mancanza di amore, per astio personale. Ma per immenso amore. Per l’immensa consapevolezza (innata, ricercata e appresa) delle infinite capacità e possibilità umane, che oggi traviate da falsi miti, ben veicolati, hanno reso l’umanità più sterile, meno feconda, meno consapevole del vero senso della vita e delle possibilità immense che l’uomo potrebbe avere, se solo non sprecasse il suo tempo nella ricerca dell’erroneo e del contingente, dimenticando quell’eterno, quella Luce, che mai può smettere di brillare, per quanto le nubi possano addensarsi o divenire minacciose.

GRAZIE MAESTRO PER TUTTO CIO’ CHE CI HAI DATO, CHE LA TUA EREDITA’ NON SIA DILAPIDATA, MA SIA FECONDA, PER NUOVE PIANTE CHE RIDIANO IL SENSO VERO DELLA VITA, CHE OGGI PURTROPPO STA’ SCOMPARENDO.

UN ABBRACCIO, OVUNQUE TU SIA O IN QUALSIASI COSA TI SIA GIA’ REINCARNATO (COME TU FERMAMENTE CREDEVI).

Addio Maestro

Gli Ignavi, ovvero, questi sciagurati, che mai non fur vivi

Il terzo canto infernale stacca completamente dai primi due, che possono essere identificati, il primo, come prologo dell’intera opera, il secondo, come prologo della prima Cantica.

La porta dell’inferno, con su scritta l’epigrafe (come d’uso nelle città medievali) terrorizzante <<Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate>>

Dante e Virgilio  si apprestano dunque a varcare la porta infernale per entrare <<nella città dell’etterno dolore>>, ma prima leggono, a ‘mo di sinistra epigrafe e ammonimento ,rafforzato da un’anafora irrevocabile di tre periodi, che da lì non si può più uscire una volta entrati, cioè una volta che si è morti senza essersi ricongiunti col Signore Iddio.

Essa “ci parla”. Fu Dio a crearla (<<l’alto fattore>>), il grande architetto, e prima di essa non fu realizzato nulla se non la materia e gli Angeli. Ma poi proprio a causa della ribellione di Lucifero, Dio dovette creare l’inferno, per scacciare esso con gli altri ribelli, insieme al coro degli angeli che non presero parte né con Dio né contro Dio (saranno questi i precursori storici e ideali degli ignavi dei vari “Don Abbondio”, che per paura, per pusillanimità o per mero interesse personale, decisero di non scegliere).

Apparentemente un piccolo peccato, per noi uomini liquidi moderni. Per Dante, invece è uno dei più gravi peccati, perché il non scegliere, o il cambiare casacca a secondo degli interessi, che poi è la stessa cosa di una mancanza di scelta, è il non giovarsi del dono più prezioso paterno (e quindi anche più meritevole di essere non solo custodito, ma attuato) del libero arbitrio. Così peculiare, perché è il gesto di un padre onnipotente, che autonomamente decide, per “Sommo Amore”, di dar fiducia alle sue creature, affinchè possano esprimere liberamente, ma anche meritarsi il Suo amore. Basterà seguire le regole che Egli ha dato e i suoi insegnamenti, così oltre che per paura di Giustizia, ma anche e soprattutto per disio di fare il bene, alla fine di una vita brevissima rispetto all’eternità, per ricongiungersi con Esso in Cielo basterà aver fiducia nel sommo padrone e quindi credere in sé stessi mediante l’uso dell’intelletto, della buona morale, della fede, così da morire beati, o comunque ricongiunti con la Luce che tutto illumina.

ignavi tormentati dagli insetti

Gli ignavi invece per pusillanimità, per debolezza del credere in loro stessi e quindi a Dio e alla sua opera provvidenziale, diriggono le loro azioni non assesecondando il principio informatore dell’etterno, ma la contingenza terreno, che costituisce nemmeno un puntino, rispetto a ciò che lì attende una volta conclusa la prima vita. Tuttavia per scarsa fede essi mettono sé stessi al primo posto e non il Padre Creatore, cercando di tutelare solo e soprattutto il loro contingente interesse, non prendendo a tal fine mai una posizione definita e stabile, dimenticando dunque quegli insegnamenti e quel senso di giustizia che ogni uomo ha in sé, per dirigere al bene le proprie azioni.

Gente così per il Dante morale non può dunque che essere punita severamente. In primo, saranno subito dimenticati dopo la morte. In secundo, non vedranno mai la luce e lo spettacolo celestiale del “Sommo Amore”, meritando invece la dannazione etterna, non accettati però nemmeno nella casa infernale, come ospiti sgraditi che passeranno l’eternità in un vestibolo orrendo, fosco e puzzolente, posto prima dell’Acheronte, disdegnati sia da Dio che dall’Inferno.

Essi in compenso però subiranno i tormentii di fastidiosi tafani, rappresentazione visiva dell’agitazione interiore, che già provarono in vita, quando portati di qua e di là dall’ansietà della loro sicurezza e del loro tornaconto, e punti sempre, senza pace e senza amici dalle circostanze o da chi li vuole portare di qua o di là, sono condannati ad inseguire instancabilmente un vessillo, simbolo di quella idea, o di quelle fazioni, che in vita cambiarono sempre, in virtù del proprio tornaconto, o meglio per mancanza di una veritade interiorie, più forte capacie di farli trascendere da questa condizione posta in contraddizione con Dio.

Gli ignavi che corrono dietro al vessillo che si muove senza pace

Naturalmente il più famoso esponente di questa masnada di sub-dannati è Papa Celestino, che fece il famosissimo gran rifiuto, spogliandosi del panno pontificio perché non avvezzo, a suo dire, a quella vita. Dante invece imputa a quella scelta sciagurata ragioni di viltà e pusallanimità, con l’aggravante che deludendo le aspettative di tutti coloro che avevano fatto affidamento su di lui per riformare la paccanimosa Chiesa, spalancò la strada al tanto odiato, da Dante, Bonifacio VIII, corruttore di quella Istituzione rappresentante del cielo che oramai si era fatta meretrice e ispiratrice di ogni nefandezza, più che opera pedagogica.

Celestino V comunque è solo accennato e lo si può identificare proprio per il termine che Dante usò per descriverlo <<colui che fece il gran rifiuto>>, cioè la persona che disdegno il grandissimo onore di guidare la Chiesa di Dio, l’istituzione terrena più importante insieme all’Impero, che in connubio con esso avrebbe dovuto assicurare pace e armonia ad un’Italia humilis, sconvolta dalla corruzione morale e da guerre fratricide.

Celestino V

Non è un caso che Dante non si fermi a parlargli o che non lo identifichi, come invece farà con le altre ombre che via via incontrerà nel corso del suo viaggio. Infatti, Dante, drammaturgicamene coerente con i periodi precedenti, regala al Papa dei pochi mesi, quell’oblio che gli ignavi meritano, e in qualche modo già in terra ricercarono (né lo nomina, nè gli rivolge una parola), perché di questi codardi, di questi vili, di questi pusillanimi, <<che mai non fur vivi>>, solo una cosa si può fare, come sentenzia la guida Virgilio: non curarsi di loro, ma guardare e passare. Appunto, come se nemmeno esistessero, o fossero mai vissuti (almeno nel senso alto del termine).

Prologo a Dante, il primo e il più grande italiano della storia

Dante che si ritrova solo nella selva oscura

La Divina Commedia si divide in 3 cantiche (il numero della Trinità è il 3), ognuna composta da 33 canti (gli anni di Cristo quando fu ucciso), quindi in totale da 99 canti più 1. Il canto in eccesso è il prologo dell’Inferno, che ci fornisce già la struttura e il tema dell’opera. 100, numero magico per i pitagorici e per la cabala, numero che rappresenta il tutto e la perfezione, la massima espressione di Dio e dell’Universo, ciò che Dante aspirava a descrivere nella sua immensa creazione poetica.

Il prologo inizia con il pellegrino che si ritrova come desto da un sogno in una selva, sperduto, in un mondo intricato e senza luce. Ma risvegliatosi dall’incubo, che appare comunque realissimo, riprende padronanza e volgendo lo sguardo in alto e vedendo un colle illuminato, capisce che una via di uscita c’è. L’opera potrebbe finire di già, o essere risolta in poche righe, e oggi non avremmo la più grande creazione mai elaborata da un Cristiano.

L’uomo Dante, il poeta Dante, il sapiente Dante, lo studioso bramoso, vuole tirare le fila della sua vita, e vuole regalarci tutto ciò che sa e ha imparato attraverso gli studi infiniti dei classici, e attraverso la conoscenza diretta o indiretta di fatti di cronaca, che hanno formato la sua idea del mondo, e quindi il suo di mondo (che è anche il nostro). Non può dunque certo fermarsi.

Il Sommo Poeta, in maniera eccezionalmente innovativa unisce conoscenze teologiche e profane (la politica del suo tempo, la cronaca, addirittura le sue vicende personali). E’ quindi un’opera parzialmente autobiografica, come ogni opera moderna (e la Divina commedia fu la prima opera attuale), ma che vuole superare i suoi confini e abbracciare ogni mare, ogni fiume e ogni stella, al di là di essa: dal particolare all’universale direbbe un certo Hegel, seppur non mancano passi, dei veri e propri trattatelli, che sono certamente le parti più anacronistiche dell’opera, pur non mancando di interesse, sia perché testimoniano il sapere dell’epoca tolemaica agli occhi di un colto del suo tempo, sia perché testimoniano come Dante abbia tentato una modernissima miscellanea tra poesia, commedia, epica, tragedia e tutte le branche del sapere, dalla teologia alla politica, dalla giurisprudenza alla scienza. Ricercando, insomma, un sapere totale.

Schema dell’universo Tolemaico

Altro tema fondamentale, che emerge subito, già dal prologo, è il “bello stile” che egli adotterà nel corso dell’intera opera. Ovvero non si rifarà mai al latino, che certo conosceva eccelsamente, e di cui però attingerà solo per creare strutture linguistiche e morfologiche, ma al linguaggio allora parlato, che era un miscuglio di toscano, di provenzale, di siciliano, insomma una sintesi di tutto ciò che poi ha formato l’italiano moderno, in cui la Commedia dantesca ha ruolo supremo e di pietra angolare.

Eppure, Dante parla addirittura di Dio e di temi altissimi, ma sceglie una lingua accessibile e comune. Il perché resta un po’ un mistero, anche se molti sventolano certezze a tal proposito. Per i più è che Dante voleva essere capito da una larga platea. Per i molti è che trattandosi di Commedia, come egli stesso la definì non era necessario il latino. Ma il termine commedia, sembra più uno specchietto per le allodole, una falsa via, una via di fuga, uno scudo, per un’opera che più tragica non si può, che potrebbe definirsi certamente epica, con Dante eroe, ma un eroe moderno, quasi un inetto.

Un uomo dalle mille paure, dai mille vizi (solo così potrebbe comprendere tanto bene e provare compassione o ira per i dannati che di volta in volta incontrò nel viaggio).

Egli però è troppo grande per accontentarsi di descrivere in maniera fotografica, una realtà povera o eccelsa così come tramandata dai saperi teologali, decide di rivolgere invece tutte le sue forze al sapere assoluto, che sono prima le scienze naturali, i grandi del passato, e poi ancora insoddisfatto, perché col puro intelletto non si può ambire alla pura gioia, rivolgersi a Dio, al Primo Amore, e come lo fa? Appellandosi al suo primo amore, ovvero a Beatrice, la donna che tanto amò in terra, ma di un amore cavalleresco, definiremmo platonico, l’unico amore davvero perfetto per un Cristiano come Dante che mira all’assoluta salvezza (seppur non giudicò sempre negativamente l’amore carnale, come ogni altro peccato, perché fattore primario per la salvezza per Dante non era tanto non peccare, quanto piuttosto la dimenticanza di Dio e del Primo Bene).

A tal proposito infatti sarebbero stati nella vicenda tante le anime che per uno sguardo bigotto avrebbero meritato il mondo degli inferi e che ritroviamo nella lunga ascesa invece in via di purificazione, nel fuoco, sulle piagge del Monte Purgatorio, o addirittura già in Paradiso (si pensi all’imperatore pagano Traiano, che fermò il suo esercito per dare giustizia ad una vedova e per questo si guadagnò il Paradiso) o addirittura il vegliardo Catone, che pur morendo suicida, <<ma per la causa della libertà>>, è custode del Purgatorio, mondo già di salvezza, in contrapposizione al terribile Caronte, il traghettatore delle anime prave dell’Acheronte.

Dante si prostra umile, di fronte a Catone, nel primo canto del Purgatorio, il Grande Vegliardo, morto suicida per amore della libertà

Non dobbiamo però stupirci di questo lassismo o di queste apparenti contraddizioni nei giudizi danteschi, sono proprio la forza dell’opera (lo scavare nelle profondità, andare oltre le apparenze del sentire comune). Ma non sarà sempre così prodigo il Nostro, soprattutto nei confronti dei nemici (personali, politici, della fede), a cui non lesinerà mai tormenti e umiliazioni di ogni genere.

Dante insomma non nega la realtà, ovvero i suoi sentimenti (seppur sempre filtrati dalla ragione, dalle leggi morali e della fede). Come non nega mai la compassione. In questo sta la straordinarietà dell’opera e forse il più alto lascito che fa alla letteratura di ispirazione cristiana, instillando il seme della misericordia, non ipocrita o intellettuale, ma reale, in cui si ha consapevolezza, quasi viscerale, delle bassezze in cui uomo o donna, che sia, possono scivolare (seppur va detto che a parte Francesca, all’Inferno donne non se ne vedono, e anche Paolo e Francesca, nonostante siano posti lontani da Dio, nella loro pena sembrano assurgere alla loro passione, ovvero al loro godimento passionale, per l’eternità).

Con Dante quindi nascono due tratti fondamentali per la nostra letteratura. Un nuovo linguaggio. E un nuovo stile: quello realistico, quello che parte dal vero, quello che sarà poi riproposto in epoca risorgimentale dal Manzoni o poi da Verga, ma che non toccheranno mai le vette stilistiche e di sapere sconfinato del mondo e dell’uomo e poeta Dante. Il primo e il più grande italiano, eppur morto in esilio…

Ma ci sarebbe stata una Divina Commedia con un Dante già prospero e glorioso in vita, in quella Florenza, che non lo amò, che lo scacciò e che egli ripagò con tutto il suo astio, disprezzo, insomma con tutto l’amore di un amante deluso?

Ma in fondo cosa fu un esilio di pochi anni se Dante dopo 700 anni è ancora tra noi? In fondo cosa è una vita umana in ambito temporale, rapportata all’eterno. Io sono certo che questa consapevolezza, fu la maggiore consolazione che il Sommo Poeta ebbe, negli ultimi e amari anni della sua vita, sprone che lo condusse a finire un’opera infinita e difficilissima:

La consapevolezza che il Veltro fosse lui, il Veltro morale (e poetico) che così tanto agognava per rimettere ordine in quella “umile Italia”, vituperata dalle divisioni interne e dal disinteresse dell’Impero e dalle bramosie lupesche del papato.

Una breve disamina introduttiva dell'opera dantesca. Lo stile è libero, così come i temi sono affrontati in maniera non schematica, ma molto personale.
Dante è fermato nel suo cammino da tre bestie, simbolo dei tre vizi peggiori dell’uomo. La Lonza, ovvero la lussuria (o Firenze). Il Leone, la superbia (o l’Impero). La Lupa ovvero la cupidigia (o il Papato)

Con The Mercy Seat, Nick Cave ci fa navigare per qualche minuto, di rara intensità, sull’Arca dell’Alleanza

Quando vennero a prendermi a casa

It began when they

took me from my home

E mi portarono in Dead Row (nel braccio della morte),

Nonostante fossi per lo più innocente (I am nearly wholly innocente)

Ma non ho paura di morire (precisa subito il condannato)..

Intanto però caldo e freddo, sente.

E in una tazza sbrecciata il volto di Gesù, vede.

Le crudeli ruote del carretto dei pasti

(the meal trolley’s wicked wheels)

Un osso uncinato (presagio di morte)

From my food.

Frattanto prima e durante l’essere posto sul Trono delle Misericordia (Mercy Seat), la sedia elettrica, colei che porrà fine all’angoscia a ogni cosa (misericordiosa davvero nell’annientamento della vergogna, del dubbio, della gogna); si dichiara innocente, ma non lo dice mai esplicitamente, eppure ha detto la verità e comunque occhio per occhio e dente per dente

(An eye for an eye/A tooth for tooth).

L’importante poi è farla finita con questo interrogatorio

(I’m yearning to be done with all this measuring of truth).

E tanto non ha paura di morire, facciamola finita subito.

And anyway I told the truth

And I’m not afraid to die…

Segnali di morte e disperazione però si strutturano sotto I suoi occhi: le mura sembrano emanazioni,

nel loro essere oscuro espressionismo interiore (They are sick breath gathering at my hind).

Intanto, però tra i forzati si sentono racconti sulla vita di Cristo,

del suo essere un umile falegname, non a caso morì sulla Croce, una fine quasi per affinità…

Ma la divagazione storico-religiosa svanisce subito per considerazioni più esistenzialiste, vale a dire la bivalenza umana tra bene e male

ma questa dualità sono a long-suffering shackle (dei ceppi).

Per questo, basta dubbio, basta libero arbitrio,

basta dunque giudizio, si deve finire con questa macchina della verità,

tanto la paura di morire svanisce when there is nothing to lose.

E pazienza se non c’erano prove

O un movente (a motive why).

Intanto il Trono della misericordia fuma

E my blood is boiling (sta bollendo)

And  I’m spoiling (e sto rovinando lo spettacolo con tutti questi pensieri)

A life for a life

And truth for truth

(E pazienza se non c’era nè movenete nè prove,

ma Giustizia e Verità,

ben valgono una vita).

And anyway I told the truth

Non ero colpevole

But I’m afraid I told a lie

(ma non ne sono nemmeno sicuro)….

Ci sarebbe molto da dire su “The mercy seat” rilasciata da Nick Cave & The Bad Seeds, con l’album Tender Prey del 1988.

Innanzittutto, l’impianto sonoro, lunghissimo 7:07min, con una frase ritmica reiterata ossessivamente ed estesa, fino ad uno spaventoso crescendo, con Cave che canta freneticamente come uno che stia bruciando sul rogo.

Ma è molto interessante anche il contenuto del testo, tra riferimenti letterari kafkiani, su tutti il Processo (in particolare non si sa nulla sulla “colpa” di questo condannato). Per il quale sembra che la sofferenza più atroce sia proprio l’atto dell’essere giudicato e nel quale sino all’ultimo nonostante la sua sostanziale innocenza, sorge il dubbio se fosse veramente del tutto innocente.

In fondo dentro di noi, e sotto la luce di Dio, la Mercy Seat, che era il coperchio dell’Arca dell’Alleanza, ogni uomo non sarebbe innocente, nella sua dualità tra bene e male, un bene forse solo a cui si può aspirare ma un male che invece è il fulcro essenziale del nostro essere (Su cosa intendere per bene o male il discorso si farebbe troppo lungo, qui limitiamolo all’aspetto più cristiano o religioso in generale).

E poi dopo tutto, non è preferibile forse morire, nonostante il dichiararsi innocenti, nononostante (o proprio perché si dice di non aver paura, nonostante poi i fatti lo contraddicano, con l’attaccamento del condannato ad ogni piccolo dettaglio di vita vissuta, che assume rilevanza infinita) non ci sia bene più alto, a cui si è più attaccati, della vita e di ogni suo piccolo pezzetto, di fronte ad un giudizio assoluto, che ci chiede “MA TU SEI DAVVERO INNOCENTE??” E il non saperlo e non poter mentire assolutamente è la condizione che supera la morte per il totale terrore in cui fa precipitare il malcapitato sottoposto a giudizio.

Per questo The Mercy Seat non è semplicemente un capolavoro musicale di rock alternativo gotico, già solo questo assicurato dal crescendo sonoro e tematico (veicolato da un Cave grandemente ispirato) che riproduce alla perfezione la disperazione del condannato a morte assoluto: ma merita proprio in virtù del suo non essere una mera cronostoria circa la condizione di un condannato, di essere annoverato oltre le nubi eterne dell’Olimpo del rock più sublime, nel cielo del vero misticismo, quello che si interroga sulla reale natura del bene e del male, nonché sul senso ultimo della vita.

Nick Cave, 1988.

I Promessi Sposi sono un romanzo ottimistico?

I “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, sono un romanzo tutt’altro che religioso o formativo, almeno nel senso paternalistico e patetico del termine. Pensate ad esempio all’andata di Renzo dall’Avvocato azzecca-garbugli, su consiglio di Agnese, futura suocera del giovane filatore di seta.

L’avvocato si dimostra subito disponibilissimo, avendo evidentemente scambiato il povero ragazzo di Lecco, come di un Bravaccio che cercasse una qualche protezione. Peccato che non-appena la cruda verità inizia a rivelarsi, l’Avvocato si acciglia tanto da spedire fuori in strada il povero Promesso.

Dottore Azzecca-garbugli, 1940

Disperati allora i ragazzi e la povera massaia si rivolgono a Fra’ Cristoforo per andare a parlare direttamente con Don Rodrigo, che voleva impedire a Don Abbondio, intanto minacciato da due bravacci, di celebrare quel matrimonio, perché aveva stabilito che la verginella doveva essere sua.

Fra’ Cristoforo a sua volta era stato figlio di un ricco mercante, ma non erta mai stato accettato dall’aristocrazia locale, allora dopo un incidente, in cui un suo amico e un suo rivale rimangono uccisi, si converte e decise di diventare cappuccino e dedicare la sua vita alla causa degli ultimi.

Fra’ Cristoforo, 1940

Fra’ Cristoforo viene accettato nella bicocca di Rodrigo (nobiluccio ma di antico lignaggio spagnolo) e viene fatto entrare al desinare del gruppetto dominato dal suddetto signore, dal cugino di esso, Il Conte Attilio, l’istigatore del ratto di Lucia, del Podestà e dell’Avvocatuccio dei garbugli.

A quei tempi questi signorotti avevano interesse ad ammaliarsi i Cappuccini, che potevano costituire utili roccaforti coi loro monasteri in caso di persecuzioni violente o giudiziarie, per questo Cristoforo, è fu trattato con una certa clemenza, seppur sempre con una certa altezzosità canzonatoria, e persino ascoltato in privato.

Ma il candore della conversazione dura poco non appena Rodrigo capisce che dovrebbe abbandonare la sua preda, al ché il frate vola via, scagliando però prima una maledizione che ha più vena profetica che portato malefico, visto l’indole celestiale del sant’uomo.

Don Rodrigo, 1840

Fatta questa non brevissima premessa, Manzoni raffigura la realtà milanese, nello specifico lecchese della prima metà del ‘600 quando il Ducato di Milano era di dominio spagnolo, ma va al di là del tempo. Raffigura la semplicità e la cristianità autentica della gente del popolo. Renzo e Lucia chiedono solo di convolare a nozze, senza facili via di fuga, ma in maniera del tutto legale.

Un signore iroso, quanto insuperbito dall’alto lignaggio,  e da servitori violenti, i Bravi (veri e propri camorristi), detta legge sul territorio, intaccandone le consuetudini, corrompendo, e travalicando gli umili per mera scommessa o arbitrio (prendere quella Lucia, come promesso al Conte Attilio, che era a Lecco per mero scopo lubrico); le autorità ecclesiali invece erano divise tra il quieto vivere (Don Abbondio) e la militanza attiva di Fra Cristoforo e del Cardinale Borromeo.

Alberto Sordi, nei panni di don Abbondio, nella fiction televisiva Rai 1989:Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro.»

o la convivenza (Gertrude, la Monaca di Monza):

Due occhi, neri neri anch’essi si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pieta’; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarlo il travaglio di un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti.

Le autorità pubbliche invece più che ad emanare “Grida”, una sorta di decreti del tempo (celebre quello inapplicabile sul prezzo del pane) amministravano di fatto tutt’altro che imparzialmente, con un occhio di riguardo sempre per gli amici di salotto (il Podestà, l’Avvocato, o le Vecchie Casate: sta qui la critica di Manzoni all’Ancien Regim, ma quello Albertino sarà poi molto diverso?).

Manzoni, quindi sembra descrivere più che un’Italia storica, un’Italica astorica, in cui il potere è stato sempre al di sopra delle legge e delle morale vigente, anche se tali regole scritte o consuetudinarie vanno comunque salvaguardate, in modo ipocrita e forse necessario, per non far degenerare il tutto in un homo homini lupus.

Thomas Hobbes, Il Lieviatiano, 1651 : l’opera più celebre del filoso inglese che teorizza lo stato assoluto, come unico rimedio per impedire la guerra civile permanente tra gli uomini. Egli infatti si rifaceva al detto plautiano (lupus est homo homini, non homo), che allude all’egoismo umano, assunto da Hobbes, per designare lo stato di natura in cui gli uomini, vittime delle proprie brame, si combattono permanentemente l’un l’altro per sopravvivere.

Ovviamente le leggi agli ultimi servono veramente poco, almeno in caso di scontro con il Don di turno, in quel caso ci si può solo affidare alla Provvidenza, perché giustizia da sé non se ne può ottenere, dato che i Signori hanno dalla loro parte gli amministratori della legge (i Podestà e i birri), e i difensori dalle leggi (gli avvocati). Si può solo pregare quindi e rigar dritti, lasciando perdere estemporanee rivolte popolari, che una volta sedate finiscono sempre male per il povero idealista (Si pensi alla rivolta del Pane in cui Renzo si ritrova impelagato quasi per caso, e dove nonostante si comporti nobilmente per salvare dalla lapidazione Sua Eccellenza, viene messo al bando e deve rifugiarsi a Bergamo per non finire sotto la forca; il pessimismo Verghiano qui sembra ben anticipato).

Alessandro Manzoni, Francesco Hayez, 1941

L’ingenuità e l’apparentemente ottimismo Manzoniano si fermano qui e appaiono veramente poca cosa, riguardo al superamento soprannaturale, o provvidenziale, di tutte le difficoltà nell’ultima parte del romanzo. Tuttavia. non è detto che Il Manzoni con un buon finale voglia solo accontentare il lettore, al contrario ne dedurrei un paternalistico intento formativo: gli umili, possono difendersi solo attraverso i pochi mezzi leciti che hanno a disposizione, e ciò per tre regioni:

  1. La forze dei Forti/Superbi, sono illimitate, quindi agni atto di reazione può solo essere peggiorativo.
  2. Una buona condotta può non aggravare le pene inflitte e suscitare l’aiuto di qualche anima pia (Fra Cristoforo e il Cardinale Borromeo).
  3. Qualora tutto andasse perduto, non ci si macchierebbe di ulteriori peccati e si salverebbe l’anima, come d’altra parte già fa intendere Dante nel terzo canto della Terza Cantica, dove chiede a Piccarda se non le seccasse essere nella parte iniziale del cielo, quello della Luna, e non sulle più alte sfere celesti. Essa, infatti, era stata rapita dal monastero, rubata di fatto a Dio…
Terzo Canto della Terza Cantica, il Canto della Luna, quando Dante incontra Piccarda…

…son Piccarda,

che, posta qui con questi altri beati,

beata sono in la spera più tarda (la Luna, la sfera Celeste più lontana dal Nono Cielo)                     51

E questa sorte che par giù cotanto (questa sorte che sembra bassa)
però n’è data, perché fuor negletti 
li nostri voti, e vòti in alcun canto
(mancarono in qualcosa nel loro voto)…                         57

…Ma dimmi: voi che siete qui felici, 
disiderate voi più alto loco 
per più vedere e per più farvi amici?». [Ma non desiderate di più, chiede Dante di questa tarda spera?]                   63

«Frate, la nostra volontà quieta 
virtù di carità, che fa volerne 
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. [Rispose di no Piccarda, perché la loro volontò è assolutamente conforme a quella di dio]           72

Se disiassimo esser più superne, 
foran discordi li nostri disiri 
dal voler di colui che qui ne cerne;                     75

che vedrai non capere in questi giri, 
s’essere in carità è qui necesse
e se la sua natura ben rimiri.                                78

Anzi è formale ad esto beato esse 
tenersi dentro a la divina voglia, 
per ch’una fansi nostre voglie stesse;                   81

sì che, come noi sem di soglia in soglia 
per questo regno, a tutto il regno piace 
com’a lo re che ‘n suo voler ne ‘nvoglia 84

[Perché qui tutto conduce e tutto ci fa volere essere conforme a colui che tutto move].                    

E ‘n la sua volontade è nostra pace: 
ell’è quel mare al qual tutto si move (essa è quel mare verso il quale si muove tutto)
ciò ch’ella cria o che natura face».          87

al mondo, per seguirla, giovinetta 
fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi 
e promisi la via de la sua setta.                   105

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, 
fuor mi rapiron de la dolce chiostra: 
Iddio si sa qual poi mia vita fusi. 
  [nonostante Piccarda fu rapita e smonacata nel 1285 su iniziativa di Corso, per darla in moglie ad un tanghero ma facoltosissimo, un tal Rossellino, col quale per un certo periodo fu costretta, si desume, a vivere nel peccato)              108

La risposta di Piccarda è illuminante perché spiega come ad un atto di superbia sopraffattrice (il suo rapimento) sia più consono una non conformazione passiva, spirituale, a quell’atto violentatore e prevaricatore. Bisogna quindi sempre soggiacere, anzi desiderare ardentemente la Misericordia Divina, anche quando sembra cedere al male, rendo anime pie vittime passive.

Per questo io non credo molto alla Provvidenza divina nel senso classico, cioè come ad un meccanismo, che aiuta veramente i giusti, come un deux ex machina (La peste di Milano) che risolve situazioni, consolando e regalando un bel finale ad un nuovo pubblico borghese, una sorta di una longa manus del mercato regolatore e riparatore che rimette tutto a posto; ma penso che il senso primo dell’opera di Manzoni sia un atto estatico nei confronti della fede e dei valori che la fede ispira, senza negare la lotta, ma senza sconfinare mai nel delitto (e certo che c’è qualcuno che di Delitto ne parlò in una sua celeberrima opera un paio di decenni dopo, dimostrandone di fatto l’inutilità, un certo epilettico di San Pietroburgo …).

F. M. Dostoevkskij, Delitto e Castigo, 1866

Perché se all’iniquo e al potente è tutto permesso (su questa Terra, forse…), ciò non vale per il povero e l’offeso, che non ha mezzi per difendersi. Un po’ come per il Verga e il suo ideale dell’ostrica, secondo cui il popolano, ho come unico guscio contro lo sferzare delle onde, il rispetto dei valori tradizionali e l’antica comunità di origine.

Da Manzoni a Verga, la difesa dei valori e della semplicità popolare, residuo di un mondo semplice e vero che non esiste più.
Giovanni Verga

La Religiosità Manzoniana, o gli antichi valori di Aci Trezza, sembrano quindi esprimere, almeno per noi lettori moderni, società eterne, lontane, dalle forze distruttrici del Tempo (le leggi del mercato, la stessa modernità) o degli Uomini Cacciatori, dei veri e propri principi regolatori ed equilibranti delle disimmetrie umane e socio-economiche.

Reazionari forse in senso politico, essi furono, con le loro idee, ma da intendersi in senso non meramente politico o partitico, in senso umanitario: erano infatti consapevoli circa l’idealità di un mondo antico da proteggere (Pasolini, molto più tardì, docet), con i suoi valori, i suoi saperi, le sue consuetudini, abbattuti troppo velocemente, senza attenta analisi sotto i colpi dei buldozer prima liberal-repubblicani e poi naziuonal-socialisti.

Biden Effect

Contrariamente a quanto lasciato intendere inizialmente, l’amministrazione Biden, non sta affatto dimostrandosi più tollerante e solidale con gli immigrati dell’America Latina, che tentano l’ingresso dal confine meridionale del Texas, attraverso la porta del Messico.

Molti migranti hanno lasciato i loro paesi di origine (Honduras, Guatemala, El Salvador, ecc.) per cercare un futuro migliore negli Stati Uniti, anche sulla scorta delle dichiarazioni del Presidente Americano, così come filtrate dalle principali testate giornalistiche internazionali, che lasciavano sperare circa un atteggiamento più umanitario e solidale della nuova amministrazione.

Di fatto invece le cose non stanno andando così.

Migliaia di migranti infatti, dopo un viaggio estenuante, pericolosissimo, in cui hanno investito tutte le finanze familiari, e in cui si sono anche pesantemente indebitati, cercando delle condizioni di vita migliori (fuggendo da contesti falcidiati dalla violenza, dalla criminalità, dalla crisi economica del Covid, e dai cambiamenti del clima che in America centrale sta comportando uragani sempre più violenti e distruttivi), si vedono espulsi ogni giorno, senza che nemmeno le loro richieste di asilo vengano vagliate.

Ciò emerge da numerose inchieste giornalistiche che evidenziano come molti di essi avevano sentito che dopo l’insediamento di Biden sarebbe stato possibile entrare nel Paese, così si sono decisi a cercare l’impresa, pensando che fosse il momento giusto. Molte madri inoltre nella speranza che in presenza di minori avrebbero subito delle facilitazioni, si sono incamminate. Altre addirittura sperando nella ricongiunzione familiare promessa, hanno mandato in avanscoperta i figli, fantasticando che sarebbe stato poi possibile, grazie al ricongiungimento promesso (che Trump aveva invece crudelmente impedito) anche il loro ingresso.

Purtroppo la realtà è ben diversa e si sta rivelando disastrosa, per persone che hanno messo a rischio la loro incolumità in un’odissa pericolosissima (morte di stenti, malattie, violenze di ogni genere, stupri per le donne) e costosissima (migliaia di dollari, più dei risparmi di una vita), affidandosi a dei pollero (trafficanti di persone) senza scrupoli, viaggi che anche nei casi che vanno a buon fine, cioè l’approdo al di là del Rio Grande, si risolvono quasi sempre in espulsioni di massa.

Le richieste inoltre non vengono nemmeno vagliate, dato che tutto si definisce in pochi giorni. Il blocco alla frontiera. La reclusione nei centri di reclusione forzata . Gli autobus, un volo, e ritrovarsi dall’altra parte del confine, in Messico, da dove vengono fatti allontanare, per rientrare nei Paesi di origine (come essi rientreranno, spogli di tutto, non si sa).

I migranti, quindi con una procedura disumana, non sono informati nemmeno che stanno per essere rispediti in Messico, per impedire qualsiasi tipo di resistenza, trattati peggio di merci respinte alla dogana. E ciò al di là di ogni parvenza di spirito umanitario tanto sventolato durante la campagna elettorale o nel periodo immediatamente successivo l’elezione Biden. Evidentemente per il Presidente democratico, durante la competizione elettorale era necessario dimostrarsi in discontinuità con il crudele Trump, ma se a lui questo atteggiamento è stato utile, lo è stato molto meno per migliaia di migranti, che illudendosi di trovare finalmente accoglienza, in un Paese ricco e pieno di opportunità come gli Usa, hanno abbandonato tutto, vedendosi alla fine sbattuta la porta in faccia senza tanti complimenti.

Ma intanto il clima è cambiato anche a livello comunicativo (nella sostanza di fatto è rimasto immutato) così che in Honduras vengono trasmessi attraverso i media locali dei messaggi del governo americano, in cui lo stesso Biden invita le popolazioni locali a non partire.

Il numero di persone che cercano di entrare negli Usa invece è aumentato, con ben cento mila migranti a febbraio, record dal 2019 e arresti incrementati del 28% (segnalando un clima tutt’altro che pacificato).

Non a caso a Biden inizia ad essere attribuito anche in patria un deleterio effetto di richiamo, che sta mettendo a rischio la tenuta della frontiera meridionale, su cui Trump sta già lavorando per rilanciare la sua immagine politica, naturalmente in ottica xenofoba e anti-democratica.

Biden naturalmente sta cercando come giustificazione per i respingimenti le ragioni pandemiche (con atteggiamento legalitario, egli si rifà all’ormai famoso titolo 42 che riguarda le politiche di sicurezza sanitaria volte al contenimento del virus), che non permettono l’ingresso nel Paese di non più di 50 migranti al giorno dal Messico: una cifra ridicola, una vera goccia nel mare.

Il 19 marzo inoltre il Messico ha deciso di chiudere la frontiera meridionale. Il fatto non sembra casuale dato che poco dopo gli Usa hanno dichiarato l’invio in Messico di 2,5 milioni di dosi di vaccino Astra Zeneca. Sembra dunque che gli Usa vogliano comprare l’aiuto messicano per la riduzione alla fonte dell’ondata migratoria, con le politiche dei vaccini.

Insomma, da più parti emerge il sospetto, oramai nemmeno tanto sottaciuto, che Biden e Trump siano differenti più per metodologia comunicativa, o per le strategie di negoziazione, che per i contenuti. Trump si mostrava più autoritario e unilaterale. Biden dialogante e portato di più allo scambio di favori. Ma di fatto, a parte le forme, i contenuti che entrambi perseguono non sono troppo discordi: American First.

La leggenda amara di Rosso Malpelo

La leggenda di Rosso Malpelo, pubblicata per la prima volta nel 1880, è una delle novelle più famose e insieme innovative del Verga, genio indiscusso del Verismo italiano.

La storia narra di un bambino che lavora in una zolfatara del catanese, in condizioni terribili e disumanizzanti. Il padre di Malpelo aveva sempre lavorato nella cava, così che il bambino fin da subito lo segue in questo mondo infernale.

Non a caso egli ne porta i colori, il rosso, per cui è schernito dagli altri lavoratori perché cattivo e birbante, come testimoniato dal suo cromatismo (infatti per il portato popolare è cattivo chi è rosso di capelli).

Invece è chiaro sin da subito che nonostante il pregiudizio che lo stigmatizza e lo accompagna nell’arco delle sue estenuanti giornate, dove subisce derisioni e maltrattamenti, il bambino nasconde un animo nobile.

Egli segue giudiziosamente il padre, lavora e consegna i suoi denari alla famiglia, nemmeno si ribella alle angherie, sfogandosi col povero asino, l’unico soggetto a lui sottoposto, essendo anch’esso considerato poco più che un animale.

Infatti, viene accusato di ogni cosa sfortunata che avviene nella cava: è un diverso e quindi deve essere il responsabile di ogni male.

Verga illustra la triste parabola del bambino attraverso la tecnica dello straniamento, della regressione e del discorso indiretto libero. Tali tecniche narrative permettono all’autore di non far sentire mai la sua voce in maniera onnisciente e moralizzante, ma in maniera ellittica e poetica, facendo emergere così la verità residualmente, attraverso l’assurdità del coro che si accanisce contro Malpelo.

Verga, però, mirabilmente, fa emergere, attraverso la tecnica della regressione e dell’indiretto libero (“erlebte Rede”), la vera natura del bambino, che seppur apparentemente violenta e brutale, si dimostra in diverse occasioni sensibile e altruista, diversamente dalla comunità, che lo bullizza, e non lo comprende perché lo giudica attraverso le lenti del pregiudizio.

Verga quindi non descrive la miniera, come un mondo di lavoratori solidali. Ma lo fa senza i filtri del uomo mondano con aspirazioni filantropiche e moraleggianti, svelando invece l’intrinseca violenza, di un mondo semplice e per questo paradigmatico e <<vero>>.

La leggenda di Malpelo rappresenta dunque l triste destino dei “diversi” che in virtù di un dato insignificante, come il colore dei capelli, della pelle (o di una diversa nazionalità) sono esclusi e discriminati.

Malpelo inoltre può rappresentare la condizione dell’artista, del nobile d’animo, che si trova solo ed isolato in un mondo dove le leggi economiche spadroneggiano e condizionano i rapporti sociali, a prescindere dalla nobiltà dei singoli, perchè ciò che conta è solo la forza, e anche la moralità e la nobiltà d’animo da essa dipendono, a prescindere se esse siano vere o presunte, come testimoniato dalla voce narrante che si fa portatrice del sentire comune, che travisa completamente il comportamento del bambino, causando uno straniamento non indifferente nel lettore attento:

“Per un raffinamento di malignità sembrava aver preso a proteggere un povero ragazzetto…[che] egli tormentava in mille modi…[eppur se a quello] toccava un lavoro troppo pesante e piagniucolava…Malpelo prima lo picchiava e lo sgridava, ma se Ranocchio continuava gli dava una mano…oppure gli dava la sua mezza cipolla, e si contentava di mangiare asciutto…[lui che] era avvezzo a tutto, agli scapaccioni, alle pedate…a vedersi ingiuriato e beffato da tutti…anche a digiunare era avvezzo…non si lamentava però, e si vendicava di soppiatto…e si prendeva i castighi anche quando il colpevole non era stato lui; già se non era stato lui sarebbe stato capace di esserlo (è questo il concetto del nemico oggettivo utilizzato da Hanna Arendt nella sua opera summa, “Le origini del Totalitarismo”)”.

La grandezza di questo racconto sta quindi proprio nella sua universalità. Infatti, nonostante parli di una realtà come quella della solfatara, che almeno in Occidente, non esiste più, il senso più profondo della novella rimane immutato perchè archetipico cioè nella stigmatizzazione del diverso, che paga non per le birbanterie vere o presunte che egli mette in atto, ma proprio per l’essere percepito come un intruso, per la sua “essenza”, in una comunità che si coalizza proprio grazie ad esso, in reazione all’elemento estraneo, con cui ha un rapporto dialettico che però non si risolve in una mediazione, ma nella distruzione dello straniero, che viene espulso e disperso, come nella tragica conclusione della novella:

“Una volta si doveva esplorare un passaggio…e se la cosa era vera, si sarebbe risparmiata una buona metà di manodopera nel cavar la rena (necessità economica, razionalizzazione del lavoro), …ma…c’era il pericolo di smarrirsi e di non tornare mai più,…[fu quindi mandato il bambino nella pericolosa opera, che tanto non aveva nessuno, perciò gli affidavano sempre i lavori più rischiosi]…così si persero persin le ossa di Malpelo [che si perse nell’esplorazione nei meandri  del sottosuolo…].”

Il finale è dunque pessimistico e sembra esprimere la visione del Verga. Il singolo non può che essere sconfitto se isolato dal gruppo di appartenenza. Si pensi alla fine di ‘Ntoni Malavoglia che dopo il delitto commesso, frutto del suo voler uscire dalla comunità familiare e dalla comunità di appartenenza, fatta di pesca e bisogni semplici, non può più rientrare nella casa del Nespolo ed è condannato a vagare per le vie del mondo senza meta; o a Mastro Don Gesualdo che grazie alla volontà all’abnegazione diventa ricchissimo, ma perdendo contatto con le sue umili origine, muore solo e abbandonato.

E’ già presente quindi nell’80 l’ideale dell’ostrica che il Verga aveva teorizzato in “Fantasticheria” quando nella chiusura della novella (programmatica circa la sua opera successiva) dice:

“Allorquando uno di quei piccoli, o più debole [perché diverso, cioè Malpelo], o più incauto o più egoista degli altri, volle staccarsi dal gruppo per vaghezza dell’ignoto (‘Ntoni Malavoglia), o per brama di meglio [Gesualdo], o per curiosità di conoscere il mondo (sempre ‘Ntoni, dimostrando una primitiva attitudine artistica, mentre in Gesualdo l’attitudine a migliorarsi è prettamente materialistica e borghese), il mondo da pesce vorace com’è, se lo ingoiò, e i suoi prossimi con lui (la famiglia Malavoglia)”.

“Per le ostriche [infatti] (il famoso ideale verghiano dell’ostrica) l’argomento più interessante deve essere quello che tratta delle insidie del gambero, o del coltello del palombaro che le stacca dallo scoglio”.

Per Verga quindi al di fuori della comunità di appartenenza non ci può essere salvezza. Essa solo può tutelare dalle insidie del progresso, dal vivere sociale, o dai rovesci della fortuna, che possono precipitare ogni individuo che si allontana dal suo scoglio.

Per questo chi è solo perché isolato per stigma e origine (questo è il caso di Malpelo), o per condotta al di fuori dai codici sociali di appartenenza (‘Ntoni e Gesualdo), è destinato ad essere sgominato da forze ineluttabili, necessarie e naturali.

Verga, in tutto ciò, è ovviamente dalla parte dei “Vinti”, di cui tacitamente ammira il coraggio e anche la nobiltà (persino Gesualdo non è un personaggio prettamente negativo), ma registra che la loro sconfitta è inevitabile, e in questo si staglia il pessimismo di cui si fa portavoce.

Il positivismo ottocentesco Verghiano è quindi solo nella ricerca di un metodo stilistico oggettivo, ma è lungi dall’essere contenutistico, ponendosi scetticamente riguardo all’ideologia dell’etica borghese “dell’uom che si fa da sé”, ma ne sottolinea al contrariol’ipocrisia morale, svelando come la rettitudine valoriale sia un requisito del tutto secondario e successivo, rispetto alle leggi del mercato e all’interesse personale.

Contro la violenza sulle donne

Spero con tutto il cuore che in Italia finalmente si riesca ad affermare il principio reale dell’eguaglianza di genere. E’ già tanto che se ne parli e si evidinzi da più parti come questa eguaglianza non esiste ancora nel 2021.

Siamo agli ultimi posti in Europa, dietro solo ad alcuni stati dell’Est e alla Grecia. Purtroppo il discorso è sia normativo che culturale. Lo Stato fa ancora poco sia a livello penale, per reprimere gli ignobili atti di violenza, che quasi sempre avvengono in famiglia, che con politiche pubbliche proattive, capaci di assicurare davvero uguali opportunità, soprattutto nel mondo del lavoro, perchè una donna che ha figli, se non ha una famiglia o un compagno che la supporti, di fatto non può contare su nessun servizio di welfare.

Purtroppo sul fronte della violenza la legislazione non aiuta. In primis perchè per molti reati è necessaria una denuncia esplicita (e ciò ovviamente rende alle donne maltrattate più complicato procedere sia per ragioni psicologiche che per paura di possibilissime ritorsioni). Sul fronte invece del lavoro, lasciato in pratica a totale arbitrio del datore, la donna paga il suo possibile essere madre e le sue responsabilità familiari, demandate ad essa dalla cultura che in molte famiglie rimane patriarcale.

Naturalmente non tutte le donne hanno la sfortuna di essere incastrate in queste dinamiche. Il ceto aiuta. Lo status economico pure. L’educazione fa il resto, così come la personalità di ognuno. Ma quando c’è un gap da colmare non ci si può affidare alle dinamiche interne della società, che tendono a riprodursi nel tempo.

Lo Stato deve intervenire attivamente con politiche economiche di supporto e normative adeguate (contro la violenza di genere ma anche con aiuti concreti, in primis asili nido gratuiti e diffusi sul territorio). Un dato che poi penso sia innegabile è che in Italia c’è un tabù. E si chiama famiglia.

La famiglia come ogni istituzione sociale va capita, supportata, ma non è inviolabile qualora sia disfunzionale agli individui che la compongono. Invece in Italia, e al Sud in particolare, anche per l’incapacità e la mancanza di mezzi del potere pubblico la si è lasciata come un’isola felice, a vivere di se stessa.

Questo può funzionare nelle isole felici, ma purtroppo non sempre le famiglie lo sono, sia per motivi economici, che culturali (laddove invece le situazioni non sono proprio patologiche e disfunzionali, quando un componente, tende a voler esercitare un dominio assoluto sugli altri soggetti più deboli; un padre, un compagno despota o violento, non sono certo eccezioni rarissime).

Ecco, in questi casi, lo Stato si deve far sentire e sancire una volta per tutte, sembra retorico nel 2021, che la famiglia non è inviolabile, laddove soggetti deboli, figli, compagne, mogli, sono vittime di abusi fisici e psicologici.

Lì bisogna intervenire. Al di là di ogni retorica o propaganda di facciata, che non risolve il problema. Infatti oggi si ha l’idea che basta stigmatizzare i comportamenti per annullarli. Ma per cambiare le cose bisogna intervenire attivamente e in maniera intelligente, prevenendo innanzitutto l’isolamento e l’emarginazione, che è l’anticamera di ogni delitto e sopruso.

Per questo politiche attive per le famiglie ci vogliono, e per i singoli, oltre che ad una campagna culturale (educazione più che slogan), per sostenere uomini rispettosi del valore della vita, e quindi delle donne, che la vita la danno!

La “nuova” politica estera (poco diplomatica) di Biden

Certo è impossibile rimanere indifferenti al “nuovo” clima internazionale che si sta respirando (faticosamente) negli ultimi tempi. Sembra che gli USA di Biden, abbandonato il bullismo sanguigno di Trump, vogliano subito fornire una seconda versione dell'”American First”, quella liberal dei democratici americani, che tanto bene ha fatto da Clinton in avanti.

Infatti, in un paio di giorni abbiamo prima assistito Biden accusare (in un’intervista televisiva costruita sembrerebbe a tavolino, proprio con l’intento di sganciare questa bomba mediatica) Putin di essere un killer (un leader mondiale che ne accusa un altro, pubblicamente, di essere un assassino, è un’assoluta novità) e poi, poche ore fa, ad Anchorage in Alaska, nel primo vertice con la super potenza Cinese, il segretario di Stato Antony Blinken rimproverare Pechino, proprio in apertura (in maniera non proprio conforme alle regole savoir faire istituzionale), di

1. ledere i diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang

2. di minacciare Taiwan,

3. di essere la mandante dei cyber-attacchi contro bersagli americani

4. oltre che autrice di pressioni economiche contro l’Australia.

Blinken ha definito queste azioni “un attacco contro l’ordine e la legalità che garantiscono la stabilità globale”. Purtroppo, ma naturalmente, la reazione immediata già nel summit di Yang Yechi, capo della delegazione cinese e responsabile Esteri del partito comunista, non si è fatta attendere: “Smettetela di promuovere la vostra versione di democrazia nel resto del mondo. Perfino all’interno degli Stati Uniti molti hanno smesso di avere fiducia in quella democrazia. La Cina non accetta accuse, non è possibile strangolare la Cina, avete precipitato le relazioni bilaterali in una crisi senza precedenti”. E da lì uno scambio di accuse da entrambe le parti, imbarazzante, e quasi da bar.

Sembra insomma che la nuova amministrazione americana, abbia iniziato proprio coll’ascia della guerra, più che con un ramoscello di ulivo le sue nuove relazioni internazionali, tra l’altro in un contesto economico e sociale già falcidiato dalla pandemia di Covid, che necessiterebbe di un clima di concordia e pacificazione per sconfiggere la pandemia piuttosto che di liti sboccate e dannose.

Non era quindi proprio il momento adatto per inimicarsi due delle principali potenze planetarie. A meno che l’obbiettivo di tali affermazioni fosse tutt’altro che diplomatico, ma prettamente politico, ovvero da una parte la ricompattazione del fronte interno, ancora scosso dalla difficile transizione presidenziale, e dall’altro, sollecitare terzi soggetti (l’Europa? la Germania? attendisti vari, che non vorrebbero prendere parte alla bega in maniera opportunistica o pragmatica, per fare i propri interessi) a doversi schierare per forza o forzatamente.

In ogni modo sembrerebbe proprio che gli USA rinsaldando le proprie fila, in un clima quasi da “seconda guerra fredda” vogliano bipolarizzare il mondo in amici e nemici. Ma può l’Europa e la Germania rinunciare ai propri interessi, o, almeno, a perseguirli sotto la “tutela” statunitense, ridimensionando la propria autonomia decisionalea? E soprattutto un modello bipolare è ancora vantaggioso per gli interessi europei, come durante la Guerra Fredda, in uno scenario però radicalmente cambiato, con degli Usa “meno ricchi” seppur sempre “amici temibili”; quando invece abbiamo un secondo mondo, in forte espansione economica, e quindi con tanti bei quattrini da spendere e con tante opportunità da offrire alle imprese europee? Ecco non vorrei che alla fine ci perdesse proprio il Vecchio Continente, tanto per cambiare…

Per quanto riguarda, invece, le ricadute positive dirette di un atteggiamento statunitense diplomatico aggressivo contro due super potenze straniere (da una parte uno Stato che ha un miliardo e mezzo di abitanti e i tassi di crescita economici più elevati del Mondo che conta, e dall’altro una Russia che seppur illiberale ha guadagnato in compattezza interna anche grazie ad un uomo forte come Putin, che tra gli innumerevoli demeriti, non ha certo quello di aver svenduto la sovranità del suo Stato), i dubi permangono, anzi, possiamo essere chiaramente molto pessimisti.

Purtroppo, il problema degli Usa è sempre lo stesso, il loro pragmatismo spregiudicato negli affari, la loro politica di potenza, frammischiata con un’ipocrita “esportazione” dei diritti civili e politici (specchietto per le allodole per mascherare manovre commerciali, aperture di nuovi mercati, accaparramento di risorse). Come se non avessimo già visto il risultato delle guerre “democratiche” o delle rivoluzioni eterodirette.

La questione è semplice, per ogni osservatore che abbia un minimo di indipendenza intellettuale, gli Usa non hanno un vero interesse ad assistere ad un processo democratico nei Paesi dove intervengono (opera questa difficile, se non impossibile e che necessiterebbe di sforzi immani per chiunque). Ma semplicemente curano i propri interessi nazionali, pur tuttavia con il solito ma meraviglioso pretesto dei diritti civili e della democrazia.

Per questo, io non sto né con la China, né con Putin, e naturalmente nemmeno con Biden. Purtroppo, i vicini non te li scegli. Così come nemmeno gli avversari. Ci devi fare i conti! E persino dialogarci in certi casi. E questo perché magari nemmeno i “buoni” sono davvero degli Stati lindi (soprattutto all’estero e con le proprie minoranze interne).

Intervenire, invece, nelle faccende altrui con metodi militari o di intelligence, può essere davvero inutile per il benessere dell’umanità, soprattutto per quelle popolazioni inermi che hanno come unica colpa la “sfortuna” di vivere su territori molto contesi a livello geopolitico per le risorse naturali di cui dispongono o la loro naturale posizione geografica.

Per questo caro Biden, successore dei vari Bush, padre e figlio, dei Clinton, e persino del premio Nobel per la pace Obama (promotore delle primavere arabe, ovunque fallite in un bagno di sangue e nella reazione più feroce) pensaci bene, cercando di non ripetere i “soliti” errori.

Sei ancora in tempo, prima che la storia si ripeta…

Mario Draghi, il vero unto dal signore (no, non era Mr B.)

Come sappiamo, Mario Draghi ha chiesto aiuto per la definizione del Ricovery Found (Piano Nazionale di ripresa e resilienza) a delle società private esterne di consulenza americane (McKinsey, PwC, Ernst & Young, Accenture), evidentemente sue vecchie conoscenze (essendo stato tra il 2002 il 2005, Vice Chairman e Managing Director della Goldman Sachs, nota banca d’investimenti americana, ritenuta tra i principali attori responsabili della grave crisi finanziaria del 2008).

Ciò ha provocato ovviamente delle perplessità, soprattutto a sinistra dello schieramento politico, così il ministero dell’economia, guidato Daniele Franco, ex direttore generale della Banca d’Italia, ha dovuto precisare in una nota che <<La Mc Kinsey […] non è coinvolta nella definizione  del Piano Nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr, [impropriamente ribattezzato Recovery Found dalla stampa nazionale])>>.

Ovviamente precisazione del tutto superflua, perché è chiaro che una società privata, tra l’altro straniera, non ha i poteri formalmente sanciti per definire una politica pubblica. Tuttavia, la precisazione, scontata e arida nella sue argomentazioni (da semplice ministro della Repubblica, non eletto, Franco evidentemente non deve rispondere all’opinione pubblica), sembra abbia placato immediatamente ogni polemica, come se non si aspettasse che un qualsiasi pretesto per spegnere ogni malumore sul nascere.

Tuttavia, questo episodio, prontamente rimosso dal dibattito pubblico, almeno di quello main stream, non fa che amplificare dei timori, latenti, che non possono lasciare indifferenti. Draghi è veramente un uomo dello Stato o è piuttosto un brillante funzionario apicale, che ha legato la sua ascesa, un po’ alla sua preparazione e un po’ all’essere stato sempre dalla parte dei potentati finanziari, nazionali e soprattutto internazionali?

Certo l’ormai ex banchiere, è stato dipinto come l’uomo del “Bazuka”, che salvò l’Euro e l’economia italiana dalla bancarotta (attraverso l’acquisizione illimitata dei titoli di stato italiani mediante la Banca Centrale Europea, che ha presieduto per un decennio dal 2011) dopo la crisi dello spread, che si ebbe nel corso dell’ultimo governo Berlusconi, quando la speculazione finanziaria si accanì contro il “Bel Paese”.

Quindi Draghi è diventato l’uomo della salvezza al quadrato: da una parte ha salvato l’Europa e dall’altra ha salvato l’Italia. Mi chiedo se un uomo da solo abbia tutto questo potere, soprattutto considerando che Draghi non è mai stato a capo di un partito politico, non ha mai dominato nel dibattito pubblico e di fatto è stato semplicemente un alto funzionario. Certo di rango. Certo molto competente e serio. Ma un funzionario da solo non ha nessun potere politico, e quindi contrariamente ai sovrani assoluti del passato, a qualcuno dovrà pur rispondere (se non altro a chi ce lo ha messo e ce lo tiene, ma chi?).

Quindi le scelte che ha fatto come presidente della Banca Centrale Europea, dovevano essere per forza largamente appoggiate. Ed evidentemente lo furono, in primis dalla Banca Centrale Tedesca, azionista di maggioranza del sistema bancario europeo, a cui non credo convenisse il fallimento dell’euro (e perché mai? Dato che è stata proprio tale conio la leva monetaria, con cui la Germania è tornata grande), e nemmeno dell’Italia (una vicina troppo grande, troppo strategica su diversi fronti, per cadere nel caos di un fallimento che avrebbe rischiato comunque di far fallire l’Euro, e questa Europa, così tanto voluta, perché evidentemente utile…).

Per questo prima di dire che Draghi è l’uomo della provvidenza ci andrei cauto. Draghi è un grande burocrate, un amministratore, ma non è purtroppo, e per fortuna, dotato di autonomia gestionale per quanto riguarda questioni molto più grandi di lui, e di ogni singolo cittadino. Che poi la sua opera sia stata sempre funzionale agli interessi “reali” del popolo italiano, andrebbe come minimo un po’ analizzato, ricordandone anche i ruoli meno “popolari”, quelli che sono stati rimossi, mai ricordati, per smemoratezza o forse perché problematici, che andrebbero contro alla narrazione corrente, di salvatore della Patria (non ho mai visto un liquidatore fallimentare, essere considerato tale, da parte del fallito, ammesso che l’Italia fosse davvero fallita, negli anni ’90; ma sono andato molto oltre qui e mi fermo, dato che il tema è complesso e non può essere affrontato adeguatamente in questo articolo).

Draghi fu per un decennio, negli anni ’90 il direttore generale del Ministero del Tesoro. Questo è un ruolo fondamentale nell’amministrazione dello Stato, perché da un lato esegue le linee generali delineate dal Governo e dal Parlamento (avendo comunque margini di autonomia, dovuti alla complessità dei settori in cui deve muoversi, difficilmente regolamentabili in un ambito tanto vasto e ciò nonostante “difficile” da normare in ogni ganglio), ma al contempo le condiziona, attraverso un’attività consultiva e di analisi tecnica (ruolo decisivo, perché sovente i politici hanno scarse competenze specialistiche, e devono comunque affidarsi ai pareri dei tecnici, come già sottolineava più di un secolo fa un certo Max Weber).

Allora dovremmo ricordare cosa successe in Italia negli anni ‘90, fino al 2001, che comportò l’entrata nell’euro (1 gennaio 2002, quando la moneta unica inizia a circolare).

Furono gli anni delle grandi privatizzazioni. Gli anni in cui lo stato italiano cambiò faccia definitivamente. L’anno in cui i vari governi, di cui ben tre tecnici (Ciampi, Dini, Amato) liquidarono quasi interamente le partecipazioni statali nel settore economico, bollate come inefficienti (sia in principio, che di fatto), e quindi supreme responsabili dell’immane indebitamento dello Stato italiano.

A mio modesto parere, in quegli anni si buttò via il bambino, con l’acqua sporca. Perché se era vero, che la politica italiana, come emerse con le inchieste del pool di “Mani Pulite” era diffusamente corrotta, non era altrettanto vero che l’idea di uno Stato attore anche economico, fosse sbagliata, inutile o peggio, negativa.

I fatti lo dimostrarono.

Infatti, nonostante la (s)vendita del settore pubblico (sessanta miliardi di euro stimati, niente, rispetto ai risultati ottenuti), che fu limato sino all’osso, crivellato sotto la spinta del raggiungimento dei parametri di Maastricht (deficit annuo non superiore al 3%, e un impegno decisivo nella riduzione del debito pubblico, posto sul modello tedesco ad un utopico 60%), che divennero dogmatici (ma stabiliti come? E nell’interesse di quale economica e sotto la spinta di quale idea di società?), anche perché tassativi per entrare nell’euro (come che l’Italia fosse un Paese qualunque, di cui si poteva fare facilmente a meno, e come se non avessero potuto pattuire i nostri governanti dei parametri più realistici, perché più coerenti col sistema sociale ed economico italiano), il debito pubblico italiano ha continuato a crescere, tanto che oggi siamo al massimo storico (nel 1991 era al 98%, nel 2019 quasi al 135%, oggi dopo la crisi del Covid, rischia di sfiorare il 160% ).

Quindi nonostante le misure di austerità finanziaria, il debito ha continuato a salire, fallendo miseramente gli obiettivi che hanno giustificato tutte le politiche economiche restrittive degli ultimi 30 anni. Anche a causa di tassi di crescita del Pil bassissimi, tra i peggiori al mondo.

Ma perché ricordare questo passato così lontano eppure così presente nei suoi effetti? perché il direttore esecutivo di questo piano di privatizzazione (e quindi tra i responsabili morali e politici) fu il nostro salvatore della patria, Mario Draghi.

E’ ovvio che quindi delle perplessità circa il ruolo di primissimo piano che egli ebbe durante l’epoca delle privatizzazioni selvagge degli anni ’90 ci siano.

Altra cosa che in pochi ricordano è il ruolo di primissimo piano che ricoprì in Goldman Sachs nei primi anni del 2000, in una fase storica della finanza americana non proprio delle più edificanti. Proprio quel periodo immediatamente precedente alla crisi del 2008, della quale la banca di investimento americana ebbe gravissime responsabilità.

Che nessuno riguardo a questi trascorsi lo abbia intervistato, sembra veramente strano, ma evidentemente da unto del Signore, è esentato a rispondere delle sue azioni, se non di quelle “meritevoli”, le altre sono esentate.

La carriera alla Goldman comunque è breve, dato che dal 2006 al 2011 è governatore della Banca d’Italia e nel novembre 2011 diventa addirittura Presidente della Banca Centrale Europea, su proposta del quarto governo Berlusconi, oramai moribondo sotto le sferzate della crisi finanziaria, causata dalla speculazione internazionale, e le svariate inchieste giudiziarie in cui era incorso l’ex presidente Finifest.

Da quando era Direttore Generale del Tesoro, Draghi ne ha fatta di strada. Una carriera brillante. Prima più al servizio del mercato che dello Stato, ma poi sempre più pubblica e istituzionale (ora che forse non c’è più distinzione tra Stato e mercato).

Evidentemente ha agito sempre per il meglio. Ma che le sue azioni siano state sempre dettate da ideali di equità sociale, certo qualche dubbio rimane.

Però, chi meglio di lui conosce le banche e l’Europa per preparare il piano di salvataggio? E quindi se il suo governo ha deciso di chiedere delle consulenze esterne ben venga. Ha già salvato l’Italia vendendo imprese pubbliche per 60 miliardi. Da allora siamo diventati un Paese avanzato in ogni settore e pazienza se il debito è continuato ad aumentare, senza nemmeno il beneficio della crescita economica (cosa che almeno prima di queste misure dra(g)oniane avveniva).

Draghi l’unto dal signore, in virtù del suo successo (che tipo di successo? e conveniente per chi?) e dell’amore sfrenato che hanno per lui tutti (tutti chi?), ha diritto di fare ciò che reputerà giusto, e ciò a prescindere.

Perché lui è un Drago, e il regno dei cieli è già qui (o l’apocalisse?).

La forza delle donne

In questa grande giornata dedicata alle donne, rifletto che indubbiamente, tra le persone più eccezionali che ho conosciuto nella mia vita, rientrano tantissime figure appartenenti alla seconda metà dell’universo umano. Riconosco in esse, nella loro generosa e disinteressata abdicazione, al lavoro, alla cura (del mondo e delle persone), una qualità che negli uomini è molto rara.

La loro eccezionalità è fuori discussione e credo abbia origini psicologiche, oltre che antropologiche e sociali. Per millenni le donne nella nostra società occidentale, hanno sempre vissuto un passo indietro all’uomo, in virtù di un patriarcato, tal volta, se non frequentemente, odioso e insopportabile. Di fatto, però, quando esso non si è sviluppato in forme di tirannia, non ha mai annullato le donne, che anzi, de facto, hanno forgiato il carattere dell’uomo occidentale, attraverso l’educazione e la cura dei figli, dei genitori, e mediante l’amministrazione informale della casa e la cura delle relazioni sociali.

Ovviamente oggi, è impensabile, per fortuna, che si possa tornare ad un passato, che è stato giusto trapassare, in virtù anche degli sconquassi socio-economici apportati dal modello di produzione capitalistico e dalla società mercantile (a partire dalla creazione delle fabbriche e l’evoluzione dei diritti civili e politici in senso democratico). Ma vorrei anche ricordare come quel passato non può nemmeno essere derubricato come barbaro e lontano. Infatti, le donne hanno svolto un ruolo eccezionale nella sacralizzazione dell’amore, ispirando e creandola l’amore cortese, che è stato il primo passo, per uscire da società violenta e predatoria.

Come dimenticare la Beatrice di dantesca memoria? Senza Beatrice, non sarebbe mai esistita la Divina Commedia, dato che per il primo italiano di ogni tempo, Dante, essa fu il mezzo per raggiungere le altissime vette del Paradiso di Dio. Ma la figura della donna è centrale per la letteratura di ogni tempo, perchè nonostante la sua apparente subalternità, la donna era assolutamente centrale nella vita di tutte le civiltà del passato. Essa era il principio femmino, l’unico che rendeva la vita riproducibile, ma anche sacra, perchè l’uomo nonostante l’uso della forza (di cui aveva il monopolio, anche per caratteri biologici) era destinato a soccombere, nel ciclo dei giorni e delle stagioni.

La donna infatti era alla base del principio dell’eterno, colei che attraverso la riproduzione della specie, rendeva possibile un futuro e quindi un senso della vita e poi della storia. Senza una successione, senza la nuova vita, che nasceva attraverso la donna, non avrebbe avuto senso far nulla, e quindi nemmeno vivere, sennò solo nella distruzione e nella rapacità, quindi nella non-civiltà.

Per questo la donna era sacra, o meglio la porta di ingresso per una dimensione che all’uomo maschio è ineffabile, la Vita Eterna (non nel mero senso cristiano, ma nel senso letterale, la vita senza fine).

Da ciò, la tradizione ha sempre posto in un ruolo di specialità il principio femminile della vita, fino a chè, Dante ha reso donna Beatrice, la porta di accesso privilegiata per il regno del Supremo, da dove tutto ha inizio.

Oggi, indubbiamente, si sono fatti enormi passi avanti per assicurare alle donne eguali diritti: la legge infatti tutela entrambi i sessi allo stesso modo (seppur rimangono degli ostacoli di mentalità che rende più difficoltoso, la piena attuazione materiale di questa uguaglianza). Ma in questo processo egualitario probabilmente qualcosa è andato perso per strada, come spesso accade, ogni qual volta l’evoluzione è troppo veloce e rapida.

La parità di genere, in pratica omologando uomini e donne, ha fatto perdere alla donna il suo essere elemento sacro nella società. La donna di oggi (per la verità da più di un secolo nelle elite più avanzate) indubbiamente vuole l’autoaffermazione, e non dipendere da una società dominata (almeno pro forma) da soli uomini. E fa bene ad avanzare ogni pretesa di uguaglianza e libertà visti igrandissimi risultati ottenuti.

Il problema è che il suo ingresso nel regno degli uomini, ha lasciato un grande vuoto, da cui derivano probabilmente varie forme di smarrimento.

Il sistema produttivo capitalistico ha infatti annientato in pochi anni ogni valore del passato, percepito come arcaico e comunque oscuro. In virtù dell’adulazione della crescita e della produzione, per scardinare vecchi privilegi e liberare forze produttive, in una logica di competizione, principio informatore di tutto, si è inclusa la donna, nel sistema (specie in un mondo dove la dimensione intellettuale è basilare).

L’importante è il merito. E nel merito si saldano le capacità e la volontà. Ovviamente, in un sistema economico come questo, una società cristallizzata e ossificata, diventerebbe insostenibile e anche svantaggiosa, oltre che ingiusta. Questo è bene dirlo. Una società che non ha più nulla di tradizionale e degli antichi valori, deve pretendere che le donne abbiano la possibilità di affermarsi con i mezzi che gli sono riconosciuti come leggittimi, perchè utili, dal sistema (le capacità negoziali, la padronanza della tecnica, la volontà e l’affidabilità).

La forza delle donne in tal senso sono illimitate. Per esperienza (ma le cause mi sfuggono) infatti esse sono più costanti, più responsabili e anche più capaci di mediare nei gruppi, degli uomini. Ma una cosa va detta, anche oggi che è l’8 marzo: tutto ciò non risolverà e non migliorerà troppo la situazione dell’umanità, perchè ciò che si sta affermando non è il principio femminile e generatore, il senso del Sacro, che è stato annientato anzi, ma forme sempre più spinte di razionalità economica.

Dal mio punto di vista, semplicemente si è incluso le donne, nel vecchio modello produttivo borghese e capitalistico. E’ probabile che ciò apporti dei miglioramenti sistemici, comunque.

E’ innegabile, infatti che le donne, col loro ingresso nelle istituzioni politiche, certamente, apporteranno parte del loro antico sapere e della loro femminilità, riducendo probabilmente i conflitti e le guerre. Infatti la guerra, è sempre stato uno strumento tipicamente maschile. Ma al contempo, tuttavia, i conflitti non saranno sanati, diventando più subdoli e sofisticati, perchè il sistema produttivo lì richiede.

Infatti non ci può essere competizione a somma zero. Quando uno vince, spesso un altro perdere, e perde tutto, soprattutto in un’era in cui lo Stato sembra non aver altro ruolo che la regolamentazione del mercato, avendo abdicato ad attore reale di welfare.

Per questo, anche oggi che siamo tutti dalla parte dell’eguaglianza, non dimentichiamo che se anche la questione del genere e della razza, sarà definitivamente risolta, superateade facto dai principi stessi, nonchè dal funzionamento, del sistema produttivo. Non va dimenticato, che oramai, siamo entrati in un mondo in cui le differenze non le fanno più il genere, e nemmeno il colore della pelle (grazie a dio).

Ma che ciò nonostante, non si stà andando necessariamente verso un mondo più giusto. Al contrario, invece, si può osservare come il sistema produttivo capitalistico (e consumistico) stia riducendo sensibilmente le risorse del Pianeta.

Conseguentemente, dovranno presto inasprirsi i sistemi di dominio, per imbrigliare tutti coloro che sconfitti, non parteciperanno, se non per le briciole, alla spartizione della torta. Torta che si fa sempre più piccola; per la brama di pochi altamente competitivi (per censo o per attitudine personale) che difficilmente cederanno la propria parte, anche minima, perchè laddove regna la cupidigia, laddove regna il privilegio, conquistato o ereditato, nessuno penserà mai a chi sta sotto peggio, ma a chi ha di più! (e poi cedendo si rischia di perdere la propria capacità di influenza, la propria potenza, e da lì a franare penosamente ce ne manca poco… )

Per questo viva la donna, ma temo che la liberazione dall’inedia e dall’ineguaglianza, come credevano alcuni movimenti femministi, non passerà dalla sua liberazione!! Buon 8 marzo a tutte

Il caso della rimozione del genocidio delle Foibe, cause ed effetti

Nella vulgata storiografica degli ultimi anni, nel dibattito politico è stata divulgata la storia tragica delle foibe, con migliaia di italiani del Friuli, uccisi e buttati in questi orridi profondi. Peccato che non si siano ricordati i motivi per cui per decenni, in Italia sia stato rimosso colpevolmente questo evento tragico del ‘900. Le motivazioni che si sono addotte a tal proposito, sono state semplici e probabilmente anche malevole: la responsabilità è tutta di una certa storiografia comunista, per decenni predominante in Italia, che avrebbe occultato questa realtà indicibile per subalternità culturale e politica, per non irritare il grande fratello sovietico.

Le cose, invece, non stanno propriamente così, anche se alla destra italiana, oggi egemone culturalmente, persino nelle frange di centro-sinistra (si pensi alla Presidenza Napolitano, che tanto si è spesa nel ricordo della Foibe, senza spiegare colpevolmente tutta la vicenda), probabilmente, la vergognosa verità che qui mi propongo di disvelare (in buona compagnia, la letteratura è ampia per fortuna), ciò non piacerà.

Infatti, per quanto sia penoso da ricordare, anche per una Repubblica smemorata come la nostra (quanto è comoda la senilità, in cui i misfatti giovanili, sono provvidenzialmente occultati dalla degenerazione neurologica, con un tempismo, come minimo, sospetto), la realtà delle foibe è frutto di qualcosa di un po’ più complesso, di un semplice favore storiografico degli intellettuali notoriamente si sinistra, ai comunisti sovietici, dato che fu già e per prima, la stessa DC di De Gasperi, scansabile unanimemente di ogni equivoco di ambiguità filo bolsceviche, a ritenere opportuno rimuovere questo fatto drammatico, con una motivazione molto semplice, pragmatica e anche ipocrita: non dover rispondere dei gravissimi misfatti italiani, compiuti sulle popolazioni slave, a partire già dal biennio rosso del 1918-1920, in cui lo squadrismo fascista scoppiò proprio a partire dal Friuli, per poi dilagare in tutta la sua virulenza nell’intero Paese, con la complicità delle istituzioni statali dello Stato Regio, a partire dalla magistratura e delle forze di sicurezza, che non fecero nulla per impedire che questa piccola stola di criminali, potesse agire indisturbatamente instaurando un clima di terrore e di totale impunità.

Per inciso, consiglio vivamente su questo tema, la visione della prima parte di ‘900, in cui il poeta del cinema Bertolucci, nella sua opera magistrale, senza fronzoli o omissioni, raffigura ciò che davvero avvenne in quegli anni, quando lo Stato Regio (fondato sull’alleanza tra esercito, medio-alta borghesia e latifondo rurale), si servì della manovalanza fascista, per randellare a colpo di manganello e brutali pestaggi, gli operai e i braccianti riottosi, che nel famoso biennio rosso, si erano azzardati a rivendicare condizioni di vita e di lavoro più giuste e più eque, in chiave più o meno rivoluzionaria.

Poi, ci sono gli orrori della guerra, in cui furono sterminati oltre un milione e mezzo di slavi, con la collaborazione italiana ai massacri nazisti. Anche per questo la neonata Repubblica italiana, a guida democristiana, per evitare di irritare la neonata Jugoslavia, aveva tutti gli interessi a non parlare dei fatti delle foibe, perché se lo avesse fatto inevitabilmente avrebbe dovuto rispondere a sua volta dei gravissimi crimini italiani nei confronti delle inermi popolazioni slave, vittime di persecuzione politica ed etnica.

Infatti, come più volte aveva dichiarato Mussolini nei suoi discorsi slavo-fobici (rivelando tutto il razzismo implicito alla sua visione politica, razzismo che non fu mai un fatto marginale, ma vero e proprio fulcro di tutta l’azione fascista, dalla guerra all’Etiopia alle leggi razziali del ’38), al popolo italiano, andavano ripresi i confini “naturali” italiani, anche a costo di liquidare qualche centinaio di migliaia di slavi, popolazione etnicamente inferiore.

Un altro motivo buono, per questa operazione di smemoratezza, è invece di natura economica e legale. Andavano infatti evitate rappresaglie legali per evitare onerosissimi risarcimenti internazionali, a quelle nazioni brutalmente colpite, col rischio di una Norimberga italiana.

L’apparato statale del “Bel Paese”, infatti doveva immediatamente essere ripulito, obliando le gravi responsabilità nei crimini fascisti che ebbero magistrati, militari e burocrati, sia per facilitare una sorta di pacificazione sociale (argomento dubbio e di comodo), che anche, e soprattutto, per potersi valere di un apparato statale chiaramente a livello ideologico anticomunista (perché intrinsecamente fascista). Ma ciò fu chiaro già prima del 25 Aprile, quando cioè l’avanzata Alleata, praticamente inspiegabilmente, si arrestò sulla linea Gotica. Infatti, a quel punto, oramai era chiaro che la guerra fosse stata già vinta, e che il nemico non erano più i nazisti, ma i comunisti; e che anzi i vecchi nemici, potevano essere informalmente già assoldati, contro il nemico numero uno, che rimaneva il comunismo internazionale.

Era già insomma iniziata la Guerra Fredda (e la restaurazione) e pazienza che ciò impedì di ripulire i gangli dello Stato Italiano dalle metastasi fasciste. Anzi, in modo spregiudicato e pragmatico, i vecchi nemici, potevano diventare i migliori alleati, per fronteggiare possibili degenerazioni comuniste dello stato italiano. Per questo essi non andavano assolutamente processati, ma al contrario rinsaldati in posizioni chiave, per la “sicurezza” dello Stato. Avrebbero funto, insomma, da anticorpi, e se ciò non fosse stato sufficiente, sarebbero stati i nuclei da cui avviare una reazione, anche a costo di riportare l’Italia nel solco dell’autoritarismo.

La storia italiana dal dopoguerra, d’altra parte non fa che confermare tale lettura. Infatti, a partire dalla strage di Portella della Ginestra, passando per tutte le stragi degli anni 70, sino a quella di Bologna dell’80 (non tralasciando il tentativo di Golpe Borghese, il disvelamento della P2, di Gladio, i contatti tra Stato e Mafia, e il ruolo dei servizi segreti in tutte le pagine più oscure e tragiche della nostra democrazia), e più oltre, sino almeno alle stragi del ’93; hanno convalidato nei fatti tale versione storiografica, questa davvero incredibilmente sottaciuta, eppure chiara e lineare, nonostante gli innumerevoli tentativi di depistaggio e di distrazione, dalla verità, operati per manipolare l’opinione pubblica e l’elettorato nel corso dei decenni .

Purtroppo, però, come per ogni processo di reale guarigione, come era già chiaro dai tempi del dottor Freud (ma precedentemente, almeno a partire dalla tradizione Ebraico-cristiana, a cui il suo pensiero si riallacciava), con la rimozione troppo sbrigativa del periodo fascista e l’amnistia operata nei confronti dei criminali politici di vertice che operarono in quel periodo, anzi con il loro reintegro a pieno titolo, nel nuovo regime democratico, abbiamo di fatto impedito al nostro Paese di crescere, di maturare, di diventare consapevole, e quindi di poter ambire ad un futuro non patologico, a cui invece stiamo assistendo, con la débâcle, del nostro sistema politico, con l’impoverimento inarrestabile della nostra economia, con la corruzione dilagante in ogni comparto, con la perdita di sovranità, e in definitiva, con  il passaggio da una democrazia nascente, a una democrazia non rappresentativa, tecnocratica, soggetta a tutela, e in poche parole, solo apparente, ovvero non sostanziale.

La questione politica

Ridurre la competizione politica ad una mera lezioncina di morale (la lotta alla corruzione o l’etica dell’agire politico probo) o alla sola questione delle identità razziale o etnica (che differentemente dal più barbaro concetto di razza, contempla una variazione culturale, al ridicolo concetto del colore della pelle); religiose (ha ancora senso parlare di tale cleavage, nel mondo attuale, dove ormai tra le giovani generazioni, l’unica religione universalmente riconosciuta è l’edonismo, così tanto pubblicizzato, tanto da sembrare l’unico vero ideale plausibile, reale e non effimero), o di orientamento sessuale (in una società in cui il sesso e la trasgressione è il messaggio implicito di ogni veicolo informativo); dimenticando la questione economica (vale a dire di come la ricchezza effettivamente si concentra o si redistribuisce in un Paese), è un tentativo non solo sbagliato sul piano metodologico ma che espone a gravi rischi le nostre sempre più fragili democrazie non-rappresentative.

A parer mio, e per fortuna la letteratura è ampia, una visione riduzionistica di questo genere, propria alla vita politica americana (ma oramai predominante a livello planetario), impedisce di affrontare la questione del malessere sociale alla radice.

Per malessere sociale intendo da una parte un fatto sociale ed economico, vale a dire una sperequazione esagerata della ricchezza nella mani di pochi, la disoccupazione, l’inoccupazione, la precarietà del lavoro, la mancanza di tutele per ampie fasce della popolazioni da parte di una rete di welfare che possa in qualche modo temperare le inefficienze del mercato (del tutto fisiologiche se non corrette da interventi dello Stato), la differenza delle condizioni di partenza dei cittadini e naturalmente anche che tenga conto delle traversie esistenziali di ciascun uomo. Dall’altra, intendo, per malessere sociale, un concetto più propriamente psicologico e culturale, vale a dire il malessere del singolo, e di larghe fette della popolazione, che percependo una situazione di ingiustizia a proprio carico ma al contempo non disponendo degli strumenti culturali per prendere coscienza circa le cause “reali” di questo malessere, proprio perché socialmente rimosso, può prendere spinte patologiche, attraverso varie forme di eversione da o contro la realtà, del tutto comparabili a quelle che la psichiatria utilizza, invece che per il tessuto sociale, circa lo studio dei singoli pazienti.

Tale rimozione della questione sociale purtroppo è doppiamente pericolosa, perché oltre a impedire che la patologia della sperequazione della ricchezza (conseguenza di un sistema produttivo ingiusto perché basato sullo sfruttamento) venga affrontata, volatilizza la lotta politica, traslandola sul campo apparente delle identità sovrastrutturali, che sono quelle che ho descritto a inizio articolo (“la razza”, l’orientamento sessuale, la religione, o anche il genere – su questo ultimo punto, a mo’ di chiosa, non si può negare che esista un problema gravissimo riguardo alla parità di trattamento tra uomo e donna, ma non si può negare che il discorso è molto più serio per le donne appartenenti alle classi subalterne, mentre invece è poco o per niente rilevante per la figlia di una grande casata borghese).

Ridurre quindi la lotta politica su tali questioni che oserei definire secondarie, e non perché non di primaria importanza, ma perché effetto di una questione economica che vi sta a monte, rischia di essere inutile (perché di fatto non può risolvere la questione sistemica del sistema produttivo e quindi nemmeno quello della distribuzione della ricchezza), ma anche dannosa, e pericolosa, per il mantenimento stesso dell’ordine e delle libertà politiche e civili tanto strenuamente difese, almeno nella retorica della comunicazione politica, dalle classi dirigenti, perché sposta il fronte politico a destra, sul piano identitario, tanto a cuore ai vari nazionalismi, ai vari sovranismi, ai vari fascismi, espliciti o covanti, che essi siano.

Per tali ragioni penso che l’opera pacificatrice di Biden, come quella di Obama prima di lui, non solo non potrà che essere deludente, ma che anzi, sarà seguita da una reazione altrettanto poderosa, ai primi problemi, alla prossima crisi. Biden, infatti, come fece Trump, sta cavalcando a sua volta la questione razziale. Ha distribuito i vari ruoli ministeriali seguendo come principali criteri sembrerebbe quello del genere e della razza. Certo sembra essere mosso da uno spirito del tutto diverso del suo più corpulento e focoso antecedente, ma de facto sta legittimando che lo scontro politico avvenga sulla questione dei diritti raziali o di genere (che già detto così sembra alquanto superficiale come approccio), dimenticando che la questione degli afro-americani in Usa è direttamente collegata alla loro subalternità economica, derivante dall’ignobile condizione di schiavitù in cui sono stati relegati per oltre tre secoli, nel continente nord-americano.

Per questo Biden potrebbe fare un regalo ai cosiddetti suprematisti bianchi. Le sue politiche infatti rischiano di essere più buone per uno spot progresso, ma, non spostando l’area del conflitto politico sul sistema economico americano (cosa per altro per lui del tutto impossibile, se mai sia veramente consapevole del problema), che crea divisioni immense tra le varie classi sociali del paese, rischia di esporre i neri alle future rappresaglie di nuove forze politiche di destra, oltre che offrire facili argomenti ai nuovi nazi complottismi, che potranno avere in futuro giuoco facile, in presenza di nuove gravi crisi, nel reclutare “gli scarti” della società americana, bianchi, o anche ispanici magari, per instaurare un trumpismo molto più pericoloso, molto più infido e soprattutto bellicoso oltre che verso le proprie “minoranze”, anche contro tutti quegli stati canaglia non allineati (qualora sul trumpismo si innestasse il tronco marcio dell’<<ei fu>>, George Double, come d’altra parte i toni minacciosi usati contro la Cina, iniziavano a lasciare intendere).

In termini comunque molto più generali, “astratti”, perché teorici, va precisato quindi che una volta portato lo spettro politico, attraverso le moderne tecniche di comunicazione, non più sulla questione economica, ma su quella identitaria, immancabilmente si presta il fianco ad una reazione della destra proto/post, o propriamente fascista, la quale, con facili argomentazioni (la legge, l’ordine, la superiorità bianca, la corruzione morale delle élites), attrarrà facilmente nuovi militanti dalla massa indistinta dei nuovi “scarti” sistemici, giustificando a tal fine ogni sopruso o crudeltà, per il ristabilimento dell’<<ordine naturale>>, anche attraverso la revoca della cittadinanza de facto a tutti gli stranieri (concetto questo sempre ampliabile), come già Trump si stava iniziando ad operare.

Purtroppo, la destra, anche quella fascista, che si contende il potere con quella Bideana, più civile, più acculturata, forse anche più ipocrita, ha sempre un vantaggio, se non due. Il primo si basa su una sua egemonia culturale, vale a dire che a partire dagli anni ’70 del ‘900 è riuscita a rimuovere la questione economica dallo scenario politico, frammentando la competizioni in una miriade di questioni del tutto secondarie (secondarie, sempre nell’eccezione che prima ho chiarito). Il secondo vantaggio, è che la destra, si basa sul mantenimento dello status quo, trovando così molti alleati negli gangli dello Stato (esercito, polizia, magistratura, sistema amministrativo), nel sistema bancario, economico e del capitale (anche intellettuale e di propaganda).

Una vittoria franca della sinistra, sembra quindi, del tutto improbabile, perché le forze della sinistra pur potendosi basare su un capitale sociale immensamente superiore, se non altro a livello numerico, di fatto non dispongono della forza organizzativa e propagandistica per imporre sul banco la questione economica e poi poter lottare almeno alla pari per giungere almeno a condizioni contrattuali più favorevoli.

Per questo non nutro mai nessuna fiducia o aspettativa da un nuovo governo, da un nuovo presidente, che sia americano o italiano o della Commissione europea. Almeno fin quando gli stessi non saranno espressione di vere istanze di cambiamento che si basino su una reale messa in discussione del sistema produttivo, iniquo, ingiusto, insostenibile e basato sullo sfruttamento e il privilegio, non come fatto marginale, o contingente, ma come fatto inevitabile, e quindi in quanto tale rimosso, spostato, ma mai veramente affrontato, è inutile crearsi facili illusioni. Un fatto esemplare, a tal proposito, infatti, ce lo fornisce proprio la politica italiana, degli ultimi anni.

I “5 stelle” infatti nonostante fossero veramente composti in gran parte da classi sociali subalterne, e quindi veramente estranei al sistema di potere, almeno nei loro esponenti intermedi, e fossero stati eletti come prima forza in Parlamento, dopo una fase di lotta politica relativamente intransigente, sono stati rapidamente assorbiti e normalizzati dal sistema istituzionale.

Infatti, essi, sguarniti di una qualsiasi preparazione politica culturale ed economica, oltre che con margini molto bassi per fronteggiare i flutti delle lusinghe del potere, hanno dimostrato come la faciloneria e superficialità del loro fondatore, Grillo, ovvero che per fare politica basti semplicemente essere onesti, sia stata ridicola, comica se non addirittura malevola. Infatti, il superamento della vecchia spaccatura destra/sinistra è sempre più attuale, e non basta essere semplicemente onesti, anche perché molte volte si è onesti solo perché non si è avuto ancora il tempo di sporcarsi, e che senza una stella polare (in questo caso semplicemente delle idee circa un’idea di società), nessun marinaio è andato mai da nessuna parte, e ciò vale anche e soprattutto oggi, in un mondo complesso, in cui senza prospettive chiare, senza una preparazione veramente politica, che esula ogni competenza tecnica, ogni tentativo di cambiamento non potrà che rivelarsi, estemporaneo, inutile, ridicolo.

Il mio gatto mi ha detto

<<Davanti a un innocente mi arrendo subito e mi giudico pesantemente. I bambini, gli animali, gli sguardi con cui ti fissano certi cani, l’estrema modestia, che certe volte ravviso nei desideri di gente umile, hanno il potere di turbarmi.>> (F. Fellini)

E’ davvero così. Caro maestro Fellini, non si può non rimanere profondamente turbati, quasi imbarazzati, di fronte all’estrema innocenza, all’estrema mancanza di sovrastrutture culturali, in poche parole, alla coincidenza perfetta tra ciò che ci appare e quello che si è.

Insomma è l’esatto opposto di quella ipocrisia tanto diffusa dell’uomo di oggi, di quella cattiva coscienza di tanta gente, che allude cause nobilissime dietro comportamenti, dietro sguardi, se non maligni, del tutto assenti, distaccati, indifferenti.

Il gelo che si respira da certe persone, la loro totale mancanza di empatia, ben celata da argomentazioni, per quanto banali, apparentemente ragionevoli, ormai mi gelano il sangue e mi fanno credere di non essere di fronte a persone reali, ma a proiezioni, come quelle che guardiamo al cinema o su uno schermo di un qualsiasi dispositivo elettronico.

Maschere di maschere insomma, al cui interno probabilmente non c’è niente se non un nucleo sadico, ostile, indifferente, gelido, addirittura necrofilo. Io di fronte a questo tipo di uomo, oggi così tanto di moda, soprattutto tra le fila dei ceti istruiti, provo orrore, perché mi puzza di morte, una sensazione che può capire solo chi la morte vera l’ha vista, e sa di cosa si tratti (qualcosa di definitivo, di implacabile, di fronte alla quale la sconfitta è irreversibile, soprattutto la nostra stupida concezione della vita, fondata sulla rimozione, in ogni istante, mediante una distrazione, anche indotta ed eterodiretta, per tenere insieme un sistema completamente ipocrita, dalla realtà).

Per questo quando la mia gatta mi guarda, nel modo suo, senza nessun filtro, fisso, implacabile, definitivo, reale, rimango turbato. Perché non sono più abituato al soffio pieno e totale di chi vive davvero, ed è più reale di tanta gente, che vive come in un sogno, anzi, peggio! Perché almeno il sogno è una proiezione autentica dei nostri strati psichici profondi, mentre la vita consapevole di molta gente è esclusivamente finzione, nei confronti degli altri, ma anche, e soprattutto, nei confronti di sé stessi!!!

Il narcisismo maligno di Alberto Genovese

Il caso di Alberto Genovese, fondatore del noto sito (poi venduto con enorme profitto) facile.it, mi ricorda molto un libro che lessi tempo fa, American Psycho di Bret Easton Ellis, pubblicato nel ’91, in piena epoca yuppie. Gli “yuppie” erano tutta quella tipologia umana, tipicamente di sesso maschile, che si inizia ad affermare negli Stati Uniti di Regan, in piena epoca di finanziarizzazione economica, anni nei quali per i giovani laureati in materie economiche presso le più prestigiose università americane, tra cui Harvard, dove lo stesso Genovese studiò, dopo la laurea in economica e commercio, alla Bocconi, c’erano possibilità di guadagno pressoché illimitate e in brevissimo tempo.

Questi yuppie, degenerazione del fenomeno degli hippie, erano famosi oltre che per lo stile di vita, per il consumismo esasperato, l’edonismo, l’ostentazione del lusso e di ogni prodotto altamente tecnologico, per il rapporto che avevano, e che hanno, col sesso estremo (così tanto sponsorizzato dall’industria pornografica, perché ciò che è eccessivo vende di più), in cui le donne, escort o modelle generalmente, erano vittime di vere e proprie violenze sessuali, pratiche spesso accompagnate dall’uso di droghe, che rendevano tali tipi di rapporti non solo concepibili, ma direi possibili, in quanto unico strumento per annullare la capacità di resistenza delle vittime e persino i loro ricordi, come testimonia ciò che è successo alla 18enne rapita e violentata da Genovese per una notte, e oltre, da questo “giovane mago” delle start-up.

Probabilmente in Genovese c’è del genio, ma del genio maligno. Genovese, come molti yuppie americani (e milanesi) tanto popolari e celebrati negli anni ’80, sono dei narcisisti sadici, che godono nel fare del male, e così vanno considerati, senza nessuna attenuante, se mai con l’aggravante di sfruttare il loro potere economico per compiere i loro atti di sopraffazione, a volte, e direi, nemmeno troppo raramente, veramente criminali.

Questi personaggi dediti al sadismo in ogni sua espressione sono sempre esistiti, ma oggi più che in passato sono legittimati e erti a modello di vita (seppur negli aspetti più presentabili). Tutti i loro vizi vengono non solo assolti ma anzi assecondati. Essi allora diventano ancora più spregiudicati nelle loro azioni perché acquisiscono il senso dell’impunità ergendosi anche a modelli per molti giovani (molto spesso attraverso l’uso dei social),i quali, a loro volta e condizionati, iniziano ad assumere anch’essi un atteggiamento sprezzante, cinico e volto al dominio nei rapporti erotici.

Genovese è dunque l’estremo esito visibile di quel terribile fenomeno che è violenza di genere, espressione specifica della disumanizzazione umana, iniziato con lo schiavismo, portata avanti dall’imperialismo, e il cui esito definitivo, è stato Auschwitz. Infatti, al di là delle condanne molto superficiali, la violenza di genere, è oramai diffusa in tutti gli strati sociali, essendo esito di dinamiche strutturali ed economiche, tra l’altro incentivate esplicitamente, per viziare questi nuovi rampanti delle start-up, gli uomini del futuro perché creduti, molto sbrigativamente, i motori della turbo-economia.

E poco importa quindi se tali individui non hanno in sé il portato di nessun valore, se non il proprio bene (al di là del bene e del male, nel senso più spregevole e superficiale). In fondo sono una fucina si soldi, per questo vengono circondati da una stuola di venditori, che cercano in tal modo anch’essi di trarre un qualche guadagno personale dalla loro vicinanza, senza nessun ritegno riguardo a ciò che davvero accade poi nelle camere da letto dei signori, divenute in realtà vere e proprie stanze della tortura, di chiara ispirazione sadiana

Naturalmente i “Genovese” sanno bene che intorno a loro non c’è “reale” amore e amicizia, ma ne godono ugualmente, seppur nella loro disperata solitudine, che tuttavia non merita nessuna compassione perché votata al culto del male. Essi infatti godono ad essere “amati” e “coccolati” solo per i loro soldi (oltre che per la droga che dispensano con grande generosità), perché per loro il fine ultimo dell’esercizio disumano del potere è proprio questo, la disumanizzazione di sé e degli altri, la corruzione e l’offesa della vita (la necrofilia è un carattere predominante in ogni persona davvero sadica, infatti Genovese amava maneggiare corpi senza coscienza, perché sconvolti dalle droghe che somministrava alle sue vittime).

Senza questo genere di considerazioni sarebbe altrimenti impossibile comprendere davvero, non solo la violenza brutale di cui è stata vittima questa povera diciottenne, segnata per sempre nella perdita dell’innocenza (oltre che dal dolore fisico e psichico inimmaginabile), tanto odiata, e per questo così ambita, dai narcisisti sadici come Alberto Genovese. Il “Nuovo Uomo”. Ma soprattutto si rischierebbe di non appurarne le implicazioni sociali. Esso dopotutto è molto di più, che il dramma infinito di una donna giovanissima, ma il sintomo che oggi, come ieri o più di ieri, la società è malata, e che il potere va assolutamente combattuto e limitato perché laddove esso inizia ad essere svincolato da un qualsiasi forma di limitazione, che sia morale e politica, oltre che giuridica, diventa per natura dedito al dominio, alla sopraffazione e alla distruzione della vita.Perché la tirannia è sempre dietro l’angolo e si annida come germi nel tessuto anche delle società “libere”.

Infatti, temo, che il moralismo borghese non sia sufficiente come freno e antidoto a questo genere di degenerazioni, soprattutto a lungo termine. Anche per questo mi sono riproposto di costruire questo mio blog, il cui unico fine è l’analisi critica (come esprime non a caso il suo titolo, informazionecritica.com), e di essere una sentinella circa gli abusi del potere, il sadismo e il fascismo, celati spesso sotto un effimero velo di cattiva coscienza che da sola non può bastare, ovviamente, contro forze immensamente superiori, perchè affondano nella natura più oscura e terribile, dell’essere più letale mai esistito sul pianeta, chiamato uomo..

La fine delle religioni tradizionali e l’emersione del Trumpismo

La differenza tra la religione tradizionale e le nuove religioni, che durano spesso lo spazio di qualche tweet, è che entrambe pur essendo fondate su basi irrazionali, portano ad effetti completamente contrapposti.

Le prime, le religioni tradizionali, avendo un apparato istituzionale radicato nel tempo, raffreddano l’irrazionalità umana e tendono alla moderazione oltre che all’integrazione nel sistema statale.

Le seconde religioni, quelle dei tweet, al contrario esaltano l’irrazionalità, l’infiammano, soprattutto gli istinti più bestiali, che sono quelli dell’aggressività e della difesa della propria sopravvivenza attraverso l’assalto, la predazione e la sfacciata menzogna.

 Le prime sono “civili”; le seconde, barbare e sfrenate.

Purtroppo il consumismo, espressione di ogni imperialismo di base capitalistica e privatistica, tende a distruggere le istituzioni culturali e religiose come intrinseca conseguenza del proprio sistema produttivo “totalitario”.

Il problema è che una società senza più valori tradizionali, crea dei vuoti che l’apparato repressivo borghese, fondato sul conformismo e la legalità, non riesce, e non può, completamente sanare.

Io temo che nel momento in cui frange della popolazioni deboli, sollecitate da personalità narcisistiche malevole, prenderanno coscienza che questo sistema neo-borghese, è per lo più una costruzione mediatica, possano organizzarsi (anche grazie a forme di collaborazionismo e delazione) per sovvertire gli ordinamenti borghesi, che con tutte le loro contraddizioni e ipocrisie, con tutto il loro portato di iniquità e persino di sfruttamento, restano preferibili all’eversione trumpiana, i cui “ideali” di stampo fascista, sono solo mere razionalizzazioni di una personalità malevola, narcisistica, egoista e pregna di aggressività bullistica, contro i “deboli” e i cosiddetti “diversi”.

Trump, purtroppo, sdoganando queste pulsioni oscene, dandovi quindi legittimità nel dibattito politico attraverso il suo ruolo di Presidente (oramai ex), è divenuto così un punto di riferimento per tali istanze, razziste e bulle. Con un effetto di contagio che abbiamo già visto in Europa con la nascita dei sovranismi, nuove forme di fascismo, allo stato nascente.

La paura ora è che la sconfitta elettorale di Trump possa non essere sufficiente a sopprimere questi virus, questi germi di fascismo, perché una volta che una epidemia si diffonde, le operazioni di contenimento, rischiano di essere inefficaci, soprattutto in organismi sociali già debilitati e con élites deboli.

E se gli americani fossero vittime, della loro stessa strategia?

Questi sono i nuovi fascisti, gente che ha collaborato se non direttamente, almeno idealmente con i terroristi neri, che hanno fatto esplodere cittadini innocenti italiani, loro che dicono di essere i più grandi difensori della Patria, in combutta con i servizi segreti di potenze straniere, americani nello specifico, che dopo averci “Liberato” hanno congelato l’apparato statale fascista, come migliore tutela dello status quo contro il pericolo rosso. Ma di cosa parliamo? Poi chi parla di Usa come più grande democrazia, cosa intendonono con grande? Forse potente, al massimo. Perchè se vediamo come hanno operato in giro per il mondo, in America Latina in primis, ma anche e soprattutto tra medio-oriente ed Afghanistan con il Repubblicano “Responsabile e moderato” Bush, di cosa parliamo per favore???? E Biden non è lontano da questa linea, assolutamente!!! Per quanto riguarda Trump credo che da una parte sia veramente espressione di una parte del Paese “barbara”, ma probabilmente la sua elezione sia stata favorita davvero dalla Russia di Putin, che promuovendolo ha voluto contribuire a seminare il seme dell’odio nella Repubblica Americana. Per questo ieri avrà festeggiato l’ex agente del KGB. Va anche ricordato che le amministrazioni americane non hanno agito diversamente in passato, favorendo i candidati a loro più congeniali e seminando zizania all’interno dei Paesi di tutto il mondo, perchè Paesi divisi, sono deboli e più facilmente manipolabili. Qualcuno pensa al caso italiano? Ci avete pensato voi. Io non l’ho detto….

In riferimento alla “Strage di Bologna”

In riferimento alla strage di Bologna (85 morti, 200 feriti), il rappresentate delle famiglie delle vittime, Paolo Bolognesi, dice testualmente, intervistato dai giornalisti di Report (andato in onda il 5 gennaio 2021):

“Parlare di apparati deviati (apparati dei servizi segreti), almeno io, non sono assolutamente d’accordo perché qui noi stiamo parlando dei vertici dei servizi segreti italiani. Vertici, non l’usciere dei servizi o il postino dei servizi. E allora quando parliamo di vertici vuol dire che ci sono delle responsabilità politiche in chi li ha nominati”.

In particolare si fa il nome di Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno sino al 1974, indicato dalla procura di Bologna come uno dei mandanti e organizzatori della strage, insieme a Licio Gelli, gran maestro della logia massonica di orientamento eversivo di estrema destra, P2.

Ma stabilito che la strage fu architettata da frange di neofascisti, da massoni piduisti, e da esponenti di primissimo piano dei servizi segreti italiani, la domanda è semplice. Possibile che al Governo, anzi nei governi dell’epoca, nessuno avesse idea di ciò che stesse accadendo? Governi a guida andreottiana, dopo l’uccisione di Moro? E chi architettò le stragi, e coloro che impedirono che la verità emergesse, che cosa volevano ottenere dall’uccisione di centinaia di cittadini inermi?

Purtroppo i diretti responsabili di quei fatti vergognosi sono oramai quasi tutti morti, e non pagheranno di persona. In questo hanno già vinto. Ed è orribile. Ma l’Italia e le famiglie delle vittime hanno diritto alla verità, non solo per un’idea astratta di giustizia, ma per capire in che modo l’opinione pubblica sia stata manipolata in tutti questi anni e soprattutto con quale fine!!!

Vogliamo insomma il movente e da esso usciranno anche i mandanti e i collaborazionisti di una stagione vergognosa della nostra Storia nazionale di cui ancora oggi si pagano le conseguenze attraverso una debolezza della nostra democrazia, ipocrita e bugiarda, manovrata da soggetti spesso occulti, ma a volte presenti da decenni sotto i riflettori, che hanno barattato l’interesse nazionale, per i loro sporchi interessi, per ideali ignobili e malvagi e magari, chissà, anche per gli interessi di potenze straniere, che dalla liberazione in avanti non hanno mai mollato la presa sulla Penisola, sfruttando quello status quo, fascista, ma anche mafioso, che non è stato mai veramente debellato, in funzione anticomunista si dice. Ma io dico anche, in funzione antidemocratica e antinazionale!!! Bisogna ristabilire la verità storica, è l’unica possibilità per riscattare questo paese, ridargli quella dignità che merita, o che almeno avrebbe meritato, almeno in funzione della sua Storia immensa.

Al di là dei cambiamenti climatici

Purtroppo, ormai è chiaro come la tempesta Bernd che si è abbattuta sulla Germania occidentale lo scorso 14 luglio, abbia dato conseguenze uniche, inenarrabili per la zona. Sono caduti in due giorni sino a 150mm di pioggia su aree molto estese, e per niente avvezze a tali fenomeni. Ciò ha comportato un vero e proprio disastro con la tragica somma dei morti che sale di ora in ora, a causa del gran numero di dispersi, dovuto anche all’interruzione delle linee di collegamento telefonico e di internet.

Disgraziatamente, queste sono le conseguenze dei cambiamenti climatici. Estati sempre più bollenti, temperature medie sempre più alte, umidità sempre più elevata, sono un mix esplosivo, per lo scoppio di temporali violentissimi non appena refoli di aria più fresca e secca tendono ad infiltrarsi su strati di atmosfera sempre più irrevocabilmente caldi.

Perché stiamo vivendo un’estate caldissima, con continue risalite di aria calda africana, che però tende per brevi periodi a cedere il passo a deboli infiltrazioni di aria più fresca e instabile proveniente da latitudini più elevate, con crollo barico e instabilità atmosferica accentuatissima. Ciò scatena temporali, che seppur tipici della stagione estiva, sull’Europa Centrale, sino alle pianure del Nord Italia, tendono ad assumere connotati sempre più estremi e minacciosi.

Sfortunatamente, il futuro è già ora. Queste sono le conseguenze dirette del Global Warming, con temperature già superiori al grado rispetto alle medie stiamo avendo un aumento dei fenomeni atmosferici estremi esponenziale, con alluvioni, tempeste e ondate di calore sempre più estreme. Infatti, chi non ricorda due settimane fa i quasi 50°C registrati sul Canada sud-occidentale. E non siamo nemmeno all’inizio del temibile periodo degli uragani e dei cicloni, che viste le temperature dell’atmosfera e dei mari sempre più alte, si annunciano costantemente più disastrosi. Soprattutto per le aree caraibiche, il Messico e gli Stati Uniti meridionali, senza contare il sud-est asiatico e diverse isole dell’Oceania che rischiano ad ogni tempesta di scomparire.

Ma se il futuro è già qui, non sembra che i politici e i governi si rendano ben conto dei rischi gravissimi che l’umanità sta correndo. Perché certi fenomeni potrebbero portare in poco tempo al cambio della morfologia di zone densamente popolate, che diverrebbero pianure alluvionali, esposte ciclicamente in maniera sempre più veloce, a sommersione, con gravi danni alle cose e alle persone.

Amplissime fette di costa poi potrebbero finire sott’acqua in maniera sempre più frequente a causa dell’innalzamento dei livelli del mare e delle tempeste sempre più forti. Si pensi al caso di Venezia, in cui il fenomeno dell’acqua alta ormai si presenta praticamente in ogni stagione e in maniera sempre più estrema. Ma ci sono tantissime città al mondo, città dove vivono milioni di persone, si pensi ad esempio alla regione del Golfo del Bengala, che sono sommerse praticamente ogni anno da piogge e tifoni sempre più violenti.

Insomma, la situazione è da allerta continua, ma si parla ancora di obbiettivi lontani, come il Trattato di Parigi sul clima. Purtroppo, credo che ammesso che si riesca davvero a contenere l’aumento termico a “soli” 2°C sia già tardi e si debba pensare a come far fronte ai cambiamenti climatici ormai irreversibili. Per questo non basta parlare di riconversione ecologica, ma si dovrebbe puntare sulla protezione delle coste, sull’analisi del rischio, sugli impatti reali che i cambiamenti climatici avranno sui territori e su intere popolazioni.

Ma l’Europa e gli Usa invece preferiscono chiudersi nei loro fortini, pensando che le grandi ondate migratorie così daranno tregua. Purtroppo per noi fortunati, che viviamo nelle zone più prospere del pianeta, che abbiamo contribuito da almeno 200 anni in maniera decisiva ad inquinare e distruggere a causa del nostro terribile metodo di produzione, irrazionale, ottuso, affetto da cupidigia e da bramosia di accumulo e consumo di beni, non basterà alzare i muri, grazie anche a dittatori extracomunitari collusi coi nostri interessi, che alzano di giorni in giorno le loro pretese per fare i nostri comodi.

Perché la dinamica demografica è troppo sbilanciata in favore dei Paesi poveri. Perché i cambiamenti climatici stanno rendendo alcune aree del Pianeta invivibili. Perché i muri non fermeranno le nubi, le tempeste, il mare e le ondate di calore.

Bisogna quindi considerare la questione in maniera sistemica. Tenere conto della demografia. Tenere conto dell’ambiente e del clima per creare un sistema produttivo e uno stile di vita finalmente davvero sostenibile. Ma io per il momento vedo solo dichiarazioni deboli da parte di leader deboli, che sembrano muoversi sempre con almeno dieci anni di ritardo rispetto all’incombenza del presente.

La mia paura è che la riconversione ecologica ci sarà, ma avrà dei costi elevatissimi che saranno scaricati sui più deboli. Con aumento della sperequazione delle ricchezze e con uno stato che andrà ad assumere caratteri sempre più repressivi. Uno Stato distante ma cattivo. Qualcosa di simile ad un regime etico-totalitario, dove pochi continueranno a condurre una vita sfrenata e la stragrande maggioranza della popolazione sarà invece obbligata a fare enormi sacrifici, in un mondo meno prospero e più ostile.

Nei prossimi anni sarò lieto di essere smentito.