Ricordo in memoria di Agitu Idea Gudeta (e considerazioni inattuali sul bene e sul destino dell’uomo)

Agitu Idea Gudeta, ex titolare dell’azienda “La capra felice” con due esemplari di pezzata mochena, razza di ovini a rischio di estinzione (immagine by https://www.lavocedeltrentino.it)

Questa è la storia di Agitu Idea Gudeta. Questa è la storia di una donna meravigliosa, come ce ne sono tante, speciali, idealiste, lottatrici, solidali, intelligenti e con un enorme spirito di sacrificio. Questa donna è morta a poco più di 4 decenni dalla sua nascita, che non sono nulla, un battito di ciglia. Eppure la sua vita più che un battito di ciglia è stata veloce ma potente come un lampo, una luce che va immortalata, perché vivi per sempre.

Agitu viene in Italia dall’Etiopia per la prima volta a 18 anni per studiare nella prestigiosa facoltà di sociologia di Trento. Finiti gli studi torna a casa, ricca di un bagaglio intellettuale e di un idealismo unico per noi occidentali. Agitu infatti inizia ben presto a lottare in difesa dei piccoli contadini etiopi, che vedono sfumare la terra che coltivano da miriadi di generazioni tra le dita, a causa degli espropri forzati operati da un governo autoritario e corrotto, che con pretesti falsi quanto malevoli, toglie ai propri cittadini che vivono nelle campagne l’unico mezzo di sussistenza, per favorire i grandi latifondisti internazionali. Questa gente che pratica un’agricoltura sostenibile e solidale e alleva capi di bestiame tra l’aridità del clima semidesertico, vede in un battito di ciglia, perdere tutto. Davvero tutto. Una cosa che non credo sia possibile capire, se non con un lavoro di immedesimazione totale che travalica la nostra stessa esistenza di apparente opulenza occidentale. Questi piccoli contadini venendo espropriati della terra, diventano braccianti al soldo dei grandi latifondi monoculturali per meno di un dollaro al giorno.

Agitu non ci sta, capisce da mente indipendente e libera, della gravissima ingiustizia che menti corrotte e malvagie hanno architettato per arricchirsi a discapito di milioni di persone e dell’ambiente e del rischio di estinzione che le razze di animali autoctonee corrono per la distruzione dei terreni e di quel fragile equilibrio tra attività umana e natura, costruito con grande fatica in ambienti tanto fragili, visto l’impatto devastante delle monoculture intensive, e si batte come una leonessa per difendere i diritti umani e universali della sua gente, lei che non è una contadina, ma figlia della classe media agiata a costo di mettere a rischio la propria sfera privata, diventando un’attivista. Non è una scelta facile e lei lo sa bene, ma lo fa perché a volte essere dalla parte giusta è più importante che stare dalla parte di chi detta le regole. Ma la scelta si rivela presto eroica e disperata tanto da costringerla alla fuga, man mano che i suoi compagni di battaglia iniziano a sparire nel nulla uno a uno. Allora si vede costretta a fuggire, perché rimanere sarebbe significato morte certa e terribile.

Riparte allora per l’Italia come esule politica con appena 200 euro e solo le sue capacità personali. Ritorna a Trento e inizia a lavorare come cameriera per sostenersi. Ma a lei non basta. Lei è una leonessa della savana e vuole riprendere la battaglia sulle montagne meravigliose del Trentino. Qui prende in gestione delle terre demaniali abbandonate o prestate allo sfruttamento intensivo dei boschi e rimmette in natura una capra autoctona del luogo, la pezzata mochena in via di estinzione per via dell’abbandona della pastorizia delle popolazioni locali e dei giovani in particolare. Agitu dovette pensare che se potevano fare del buon latte in Etiopia, nel deserto, l’impresa era fattibile naturalmente anche in Trentino. E ci riuscì! Man mano aumenta i capi in suo possesso che iniziano a superare il centinaio. Lei diventa una vera e propria imprenditrice tanto da attirarsi anche una scia di odio e invidia da parte di un autoctono che non accetta questa donna del deserto tra le “sue” montagne.

Ma Agitu va avanti e diventa un simbolo del Trentino, amata e rispettata, da tutti, simbolo di un’integrazione non solo sbandierata, ma autentica, tanto che apre un negozio a Trento per vendere i suoi prodotti caseari e cosmetici, prendendo con se a lavorare gente che come lei era dovuta fuggire da scenari di morte. Ma proprio questo gli è costato la vita. Un suo collaboratore, un espatriato come lei, l’ha uccisa con un assurdo pretesto. Il mancato pagamento di una mensilità salariale. Così vero, che ha anche abusato di lei, probabilmente già morta.

Agitu, sei scampata alla persecuzione di un regime sanguinario e un immigrato come te che tu hai provato ad aiutare ti ha ucciso. Vittima dello stesso bene che ti ha sempre mosso in tutto ciò che hai fatto. Purtroppo nel tuo slancio ideale ti sei fidata di una persona malata, molto probabilmente, vittima o carnefice al contempo di una storia indicibile, come tanti sopravvissuti di persecuzioni e conflitti fratricidi. Questo reduce purtroppo vittima evidentemente di se stesso e della sua storia personale oltre che del Paese dal quale è fuggito, ma di cui non si è mai riuscito a disfare, ha ucciso e violentato la sua benefattrice. Il tuo sorriso però non smetterà mai di brillare e la banalità del male di ogni tempo non varrà mai un attimo della tua esistenza.

A volte il destino è davvero beffardo. Scappi da una persecuzione politica e ti ritrovi vittima di un femminicidio in una terra di pace. Purtroppo il male è contagioso e la devastazione che abbiamo creato in Africa nei secoli, come in ogni scenario di guerra e di forme estreme di colonialismo, sono ferite purulente in cui le ingiustizie e i dolori immensi e sedimentati nel corso degli anni rischiano prima o poi di entrare in circolo e di fare scoppiare nuovi lutti e dolori anche in luoghi lontani e di pace. Quando capiremo che l’umanità è un unico organismo. Come si può credere che l’immenso dolore causato dall’Occidente nel corso dei secoli attraverso il colonialismo non abbia infettato interi popoli. E poi pazienza se a pagare sono gli innocenti, Agitu, il male purtroppo è pazzo e folle e predilige colpire gli innocenti. Come si spiegherebbe altrimenti gli stupri e le uccisioni di bambini che avvengono in ogni scenario di guerra.

Al male si accanisce sul bene. E l’unico modo di sanarlo è ristabilire con equità la giustizia e tamponare le ferite, che sono vecchie come la storia dell’uomo, seppur sembrano essersi fatte ancor più profonde e insanabili man mano che il “progresso” si è evoluto.

Nuove forme di male e di sfruttamento stanno emergendo, e il conto sarà inevitabile e lo stiamo già vedendo con l’acuirsi della crisi climatica e ambientale, che a sua volta causerà nuovi conflitti, si quando questa maledetta spirale non sarà interrotta. Si, ma come? Attraverso il vero, attraverso la luce e ristabilendo l’ordine naturale delle cose: l’armonia, il rispetto, la cooperazione e l’emarginazione del male. Ristabilendo insomma primariamente un senso di giustizia, che ora manca. Ma bisogna uscire dalla narrazione comune e imparare a rieducare i propri sensi e la propria voce interiore, che conosce il bene e lo persegue.

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