Mario Draghi, il vero unto dal signore (no, non era Mr B.)

Come sappiamo, Mario Draghi ha chiesto aiuto per la definizione del Ricovery Found (Piano Nazionale di ripresa e resilienza) a delle società private esterne di consulenza americane (McKinsey, PwC, Ernst & Young, Accenture), evidentemente sue vecchie conoscenze (essendo stato tra il 2002 il 2005, Vice Chairman e Managing Director della Goldman Sachs, nota banca d’investimenti americana, ritenuta tra i principali attori responsabili della grave crisi finanziaria del 2008).

Ciò ha provocato ovviamente delle perplessità, soprattutto a sinistra dello schieramento politico, così il ministero dell’economia, guidato Daniele Franco, ex direttore generale della Banca d’Italia, ha dovuto precisare in una nota che <<La Mc Kinsey […] non è coinvolta nella definizione  del Piano Nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr, [impropriamente ribattezzato Recovery Found dalla stampa nazionale])>>.

Ovviamente precisazione del tutto superflua, perché è chiaro che una società privata, tra l’altro straniera, non ha i poteri formalmente sanciti per definire una politica pubblica. Tuttavia, la precisazione, scontata e arida nella sue argomentazioni (da semplice ministro della Repubblica, non eletto, Franco evidentemente non deve rispondere all’opinione pubblica), sembra abbia placato immediatamente ogni polemica, come se non si aspettasse che un qualsiasi pretesto per spegnere ogni malumore sul nascere.

Tuttavia, questo episodio, prontamente rimosso dal dibattito pubblico, almeno di quello main stream, non fa che amplificare dei timori, latenti, che non possono lasciare indifferenti. Draghi è veramente un uomo dello Stato o è piuttosto un brillante funzionario apicale, che ha legato la sua ascesa, un po’ alla sua preparazione e un po’ all’essere stato sempre dalla parte dei potentati finanziari, nazionali e soprattutto internazionali?

Certo l’ormai ex banchiere, è stato dipinto come l’uomo del “Bazuka”, che salvò l’Euro e l’economia italiana dalla bancarotta (attraverso l’acquisizione illimitata dei titoli di stato italiani mediante la Banca Centrale Europea, che ha presieduto per un decennio dal 2011) dopo la crisi dello spread, che si ebbe nel corso dell’ultimo governo Berlusconi, quando la speculazione finanziaria si accanì contro il “Bel Paese”.

Quindi Draghi è diventato l’uomo della salvezza al quadrato: da una parte ha salvato l’Europa e dall’altra ha salvato l’Italia. Mi chiedo se un uomo da solo abbia tutto questo potere, soprattutto considerando che Draghi non è mai stato a capo di un partito politico, non ha mai dominato nel dibattito pubblico e di fatto è stato semplicemente un alto funzionario. Certo di rango. Certo molto competente e serio. Ma un funzionario da solo non ha nessun potere politico, e quindi contrariamente ai sovrani assoluti del passato, a qualcuno dovrà pur rispondere (se non altro a chi ce lo ha messo e ce lo tiene, ma chi?).

Quindi le scelte che ha fatto come presidente della Banca Centrale Europea, dovevano essere per forza largamente appoggiate. Ed evidentemente lo furono, in primis dalla Banca Centrale Tedesca, azionista di maggioranza del sistema bancario europeo, a cui non credo convenisse il fallimento dell’euro (e perché mai? Dato che è stata proprio tale conio la leva monetaria, con cui la Germania è tornata grande), e nemmeno dell’Italia (una vicina troppo grande, troppo strategica su diversi fronti, per cadere nel caos di un fallimento che avrebbe rischiato comunque di far fallire l’Euro, e questa Europa, così tanto voluta, perché evidentemente utile…).

Per questo prima di dire che Draghi è l’uomo della provvidenza ci andrei cauto. Draghi è un grande burocrate, un amministratore, ma non è purtroppo, e per fortuna, dotato di autonomia gestionale per quanto riguarda questioni molto più grandi di lui, e di ogni singolo cittadino. Che poi la sua opera sia stata sempre funzionale agli interessi “reali” del popolo italiano, andrebbe come minimo un po’ analizzato, ricordandone anche i ruoli meno “popolari”, quelli che sono stati rimossi, mai ricordati, per smemoratezza o forse perché problematici, che andrebbero contro alla narrazione corrente, di salvatore della Patria (non ho mai visto un liquidatore fallimentare, essere considerato tale, da parte del fallito, ammesso che l’Italia fosse davvero fallita, negli anni ’90; ma sono andato molto oltre qui e mi fermo, dato che il tema è complesso e non può essere affrontato adeguatamente in questo articolo).

Draghi fu per un decennio, negli anni ’90 il direttore generale del Ministero del Tesoro. Questo è un ruolo fondamentale nell’amministrazione dello Stato, perché da un lato esegue le linee generali delineate dal Governo e dal Parlamento (avendo comunque margini di autonomia, dovuti alla complessità dei settori in cui deve muoversi, difficilmente regolamentabili in un ambito tanto vasto e ciò nonostante “difficile” da normare in ogni ganglio), ma al contempo le condiziona, attraverso un’attività consultiva e di analisi tecnica (ruolo decisivo, perché sovente i politici hanno scarse competenze specialistiche, e devono comunque affidarsi ai pareri dei tecnici, come già sottolineava più di un secolo fa un certo Max Weber).

Allora dovremmo ricordare cosa successe in Italia negli anni ‘90, fino al 2001, che comportò l’entrata nell’euro (1 gennaio 2002, quando la moneta unica inizia a circolare).

Furono gli anni delle grandi privatizzazioni. Gli anni in cui lo stato italiano cambiò faccia definitivamente. L’anno in cui i vari governi, di cui ben tre tecnici (Ciampi, Dini, Amato) liquidarono quasi interamente le partecipazioni statali nel settore economico, bollate come inefficienti (sia in principio, che di fatto), e quindi supreme responsabili dell’immane indebitamento dello Stato italiano.

A mio modesto parere, in quegli anni si buttò via il bambino, con l’acqua sporca. Perché se era vero, che la politica italiana, come emerse con le inchieste del pool di “Mani Pulite” era diffusamente corrotta, non era altrettanto vero che l’idea di uno Stato attore anche economico, fosse sbagliata, inutile o peggio, negativa.

I fatti lo dimostrarono.

Infatti, nonostante la (s)vendita del settore pubblico (sessanta miliardi di euro stimati, niente, rispetto ai risultati ottenuti), che fu limato sino all’osso, crivellato sotto la spinta del raggiungimento dei parametri di Maastricht (deficit annuo non superiore al 3%, e un impegno decisivo nella riduzione del debito pubblico, posto sul modello tedesco ad un utopico 60%), che divennero dogmatici (ma stabiliti come? E nell’interesse di quale economica e sotto la spinta di quale idea di società?), anche perché tassativi per entrare nell’euro (come che l’Italia fosse un Paese qualunque, di cui si poteva fare facilmente a meno, e come se non avessero potuto pattuire i nostri governanti dei parametri più realistici, perché più coerenti col sistema sociale ed economico italiano), il debito pubblico italiano ha continuato a crescere, tanto che oggi siamo al massimo storico (nel 1991 era al 98%, nel 2019 quasi al 135%, oggi dopo la crisi del Covid, rischia di sfiorare il 160% ).

Quindi nonostante le misure di austerità finanziaria, il debito ha continuato a salire, fallendo miseramente gli obiettivi che hanno giustificato tutte le politiche economiche restrittive degli ultimi 30 anni. Anche a causa di tassi di crescita del Pil bassissimi, tra i peggiori al mondo.

Ma perché ricordare questo passato così lontano eppure così presente nei suoi effetti? perché il direttore esecutivo di questo piano di privatizzazione (e quindi tra i responsabili morali e politici) fu il nostro salvatore della patria, Mario Draghi.

E’ ovvio che quindi delle perplessità circa il ruolo di primissimo piano che egli ebbe durante l’epoca delle privatizzazioni selvagge degli anni ’90 ci siano.

Altra cosa che in pochi ricordano è il ruolo di primissimo piano che ricoprì in Goldman Sachs nei primi anni del 2000, in una fase storica della finanza americana non proprio delle più edificanti. Proprio quel periodo immediatamente precedente alla crisi del 2008, della quale la banca di investimento americana ebbe gravissime responsabilità.

Che nessuno riguardo a questi trascorsi lo abbia intervistato, sembra veramente strano, ma evidentemente da unto del Signore, è esentato a rispondere delle sue azioni, se non di quelle “meritevoli”, le altre sono esentate.

La carriera alla Goldman comunque è breve, dato che dal 2006 al 2011 è governatore della Banca d’Italia e nel novembre 2011 diventa addirittura Presidente della Banca Centrale Europea, su proposta del quarto governo Berlusconi, oramai moribondo sotto le sferzate della crisi finanziaria, causata dalla speculazione internazionale, e le svariate inchieste giudiziarie in cui era incorso l’ex presidente Finifest.

Da quando era Direttore Generale del Tesoro, Draghi ne ha fatta di strada. Una carriera brillante. Prima più al servizio del mercato che dello Stato, ma poi sempre più pubblica e istituzionale (ora che forse non c’è più distinzione tra Stato e mercato).

Evidentemente ha agito sempre per il meglio. Ma che le sue azioni siano state sempre dettate da ideali di equità sociale, certo qualche dubbio rimane.

Però, chi meglio di lui conosce le banche e l’Europa per preparare il piano di salvataggio? E quindi se il suo governo ha deciso di chiedere delle consulenze esterne ben venga. Ha già salvato l’Italia vendendo imprese pubbliche per 60 miliardi. Da allora siamo diventati un Paese avanzato in ogni settore e pazienza se il debito è continuato ad aumentare, senza nemmeno il beneficio della crescita economica (cosa che almeno prima di queste misure dra(g)oniane avveniva).

Draghi l’unto dal signore, in virtù del suo successo (che tipo di successo? e conveniente per chi?) e dell’amore sfrenato che hanno per lui tutti (tutti chi?), ha diritto di fare ciò che reputerà giusto, e ciò a prescindere.

Perché lui è un Drago, e il regno dei cieli è già qui (o l’apocalisse?).

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