Trump aveva ragione sull’origine del Covid-19?

Trump dice: <<Il virus viene da un laboratorio cinese>>.

Fauci e tutti i virologi del mondo dicono che è sicuramente naturale.

I media, (almeno l’80%): <<Trump è un cinico che vuole nascondere i suoi fallimenti colpevolizzando la Cina>>.

Biden e i democratici: <<Il nemico è Trump. Lui aizza gli animi della folla, per rinsaldare le fila del suo elettorato.

Passano pochi mesi….

Amministrazione Biden: <<Il Virus molto probabilmente è scappato dal laboratorio di Wuhan. Tre addetti al laboratorio di ricerca sui coronavirus, contagiati a novembre>>.

Fauci, il più grande virologo del mondo, così maltrattato dal despota Trump, e paladino di tutti i liberal, ma che soprattutto ha sostenuto strenuamente per più di un anno, l’origine naturale del virus, ora ha molti dubbi a proposito…

Intanto si sono persi mesi preziosissimi per capire che diavolo davvero sia successo. Intanto stiamo vivendo l’equivalente di una guerra batteriologica. Intanto una catastrofe immane, che non si sa realmente quando finirà, nonostante i vaccini.

La politica in America si divide in base ai suoi interessi e non ha come priorità il diritto dei cittadini di sapere cosa sia davvero accaduto. Idem gli scienziati “indipendenti”, cambiano idea in base a chi governa e in base alla loro area di appartenenza politica o nazionale. Idem ovviamente i media.

Io non voglio difendere Trump, ma solo il fatto che fosse razzista, cinico, megalomane, un po’ folle, non mi evita di pensare che potesse dire la verità. Idem non sono nemmeno sicuro che i dubbi sollevati, ORA, dal moderato ed equilibrato Biden, sull’origine sintetica del virus (giravolta che ha dello stupefacente) siano sinceri, o mossi solo da ragioni di politica di potenza e propaganda in funzione anticinese.

Ancora però non si è individuato da quale animale il virus abbia fatto il salto di specie. Ma soprattutto la Cina ha nascosto e occultato inizialmente l’espanzione del virus sconosciuto all’epoca (forse già da settembre 2019) e sta facendo tutt’ora ostracismo sulle indagini che dovrebbero ricostruire l’origine della pandemia (almeno così ci dicono). Insomma una condotta che in un caso giudiziario indurrebbero ad un lecito sospetto.

Intanto però la il “Gigante Asiatico” si è ripreso subito (dando fastidio a qualcuno?). Ha fatto un immane salto in avanti, sfruttando al massimo il “vantaggio” di aver gestito meglio l’emergenza sanitaria, ma anche di essere stata la prima a conoscere l’esistenza del virus non comunicandola prontamente (facendo addirittura peggio dei sovietici dopo l’incidente di Chernobyl, quando non comunicarono l’accaduto per giorni).

L’Europa invece piange. E più di tutti piangono le persone comuni, che hanno perso la vita, la salute o la libertà.

P.S. Certo portare come unica prova che il virus sia scappato dal laboratorio di Wuhan, perchè tre ricercatori che vi lavoravano si sono contagiati di covid-19 a novembre 2019 per sostenere che l’epidemia sia partita davvero da lì, sembra qualcosa di molto debole. Perchè non si può escludere che a Wuhan, prima che la Cina comunicasse al resto del mondo, cosa stesse accadendo (gennaio 2020), si fosse già praticamente contagiata una buona parte della popolazione, appare possibile, se non probabile (sembra quasi un ripetersi della storia delle tante decantate armi nucleari detenute da Saddam Hussein, mai ritrovate, che furono il pretesto di Bush alla guerra in Iraq).

Ma allora perchè Biden, Fauci e company ora hanno cambiato idea?! Che non siano le stesse ragioni di realpolitik, in funzione antagonistica contro i temutissimi competitors globali di Pechino, che muovevano l’ex Presidente Trump?

Lode all’Inviolato, lode a Franco Battiato

Il 18 Maggio di questo tristissimo 2021, anno dominato dal Covid e da una crisi economica e sociale senza precedenti dal dopoguerra, viene a mancare il più grande, il Maestro, Franco Battiato.

Ci sarebbe tantissimo da dire e tantissimo si scriverà, giustamente e speriamo a proposito! Perché la sua opera pop e d’avanguardia fu immensa, così come le sue acute riflessioni sull’attualità e le preghiere laiche, che ci invocano, a tendere verso l’assoluto, contro la becera superficialità materiale dagli ultimi 35 anni,  sviluppatasi dopo quella miracolosa ventata libertaria pop che si sviluppò coi Beatles negli anni ’60, per dominare tutti i ’70 e parte dei nichilisti Ottanta.

Battiato ’70

Battiato fu uomo del suo tempo, e sempre coerente con i punti più alti della cultura nella quale si formò (unì come nessuno l’avanguardia degli anni 70 con il clima di contestazione sociale e politica unendoli, in una ricerca assoluta della verità, al di là delle apparenze). Per questo fu un artista eclettico, punto di incontro tra un cantaurato atipico, per tematiche trattate (non si limitò mai a parlare solo d’amore, passioni umane, o politica e contestazionei, ma si occupò anche e soprattutto di spiritualità), e per stile musicale, originalissimo , svariante tra avanguardia elettronica continentale e il tradizionalismo della musica italiana d’autore, con sconfinamenti in melodie sinfoniche e classiche.

Cosa impressionante già solo a pensarci! Come diavolo fece Battiato, a diffondere certe tematiche (associato ad uno stile musicale così ardito) iniziatiche, ad un grande pubblico, fatto di milioni di persone?! Lui ci riuscì, con apparente facilità, scrivendo dei tormentoni che non ti si schiodano più dalla mente: “Cerco un centro di verità”, “Cuccuruccuccù”, “Voglio Vederti Danzare”. Musica semplice ma perfetta, innovativa, coraggiosa ma “facilmente orecchiabile”; dal ritmo, dallo stile e dalla forma, originalissima.

Battiato infatti si nutrì nel corso degli anni degli insegnamenti delle avanguardie europee (poi anche della classica sinfonica), mentre che parallelamente, sul piano più propriamente intellettuale e spirituale , andò maturando un pensiero profondo e originalissimo, grazie alll’incontro con grandi esoteristi, grandi maestri spirituali, più o meno conosciuti, filosofi (su tutti andrebbe ricorfdato Mario Sgalambro, che scrisse la maggior parte dei suoi testi da metà anni 90 in poi), riuscìendo infine, perchè geniale, a miscellare nelle sue tracce saperi accademici o iniziatici, stili musicali e linguistici, variegatissimi ,ma con congruenza e coerenza sempre estrema, “Battiatesca”, direi. Perché davvero unica nel suo genere.

Vediamo ad esempio “Voglio Vederti Danzare”, hit da discoteca (incredibile che riuscì a far ballare i ragazzi su certi argomenti, soprattutto alla luce di cosa è la musica pop oggi), del 1982. Ecco il testo, con il relativo commento, che mi propongo con grande rispetto ed umiltà di proporre, per esemplificare alcuni passaggi non propriamente “popolari”, nonostanti i temi trattati lo siano!

Voglio vederti danzare
Come le zingare del deserto
Con candelabri in testa

O come le balinesi nei giorni di festa

Balinese nelle sue vesti tradizionali

La danza delle nomadi del deserto, che lui chiama zingare, era la danza del ventre, che consiste nel tenere immobile la parte superiore del corpo (immobilità ovviamente obbligata dal fardello da mantenere in equilibrio sul capo), mentre il bacino si muove in modo sinuoso: per accentuare la staticità della testa, le danzatrici vi poggiano un pesante candelabro (evidentemente tale gesto antichissimo, di portare oggetti sul capo da parte delle donne, presente anche nelle nostre tradizioni contadine, dona un portamento, che già di per sé è una danza; tradizione o necessità che sia, comunque deve aver certamente ispirato, la formazione, di questi movimenti, veramente popolari, perchè originatesi “spontaneamente”), metafora della luce che scaccia via le forze delle tenebre. Questa era una danza antichissima del mondo arabo, praticata nei cortei nuziali, le cui origini si perdono nel fluire del tempo, dove la luce (cioè la ragione, ma anche il sapere, l’amore e la gioia, Dio) avrebbe dovuto illuminare il cammino della futura sposa e della nuova coppia, nel mondo sino allora per essi sconosciuto.

Le Balinesi, sono invece le abitanti del Bali, isola dell’Arcipelago Indonesiano, peculiare per cultura, rispetto alla più grande Indonesia. Le balinesi <<nei giorni di festa>> si vestono di colori sgargianti, con panni morbidi e portano a passo di danza, doni alle divinità (

Voglio vederti danzare
Come i dervishes turners che girano
Sulle spine dorsali
O al suono di cavigliere del Katakali

<<Dervisci che girano>>

Il ballo praticato dai monaci asceti, definti darwīsh, letteralmente «poveri», è una danza turbinante ed è un mezzo usato, una tecnica, per raggiungere l’estasi mistica (jadhb, fanāʾ), all’interno di un complesso rituale chiamato samà. In quanto rito iniziatico necessita di un insegnamento speciale che prevede una lunga preparazione. La danza roteante non viene pubblicamente eseguita in forma completa ma in certe tekkè (luoghi di raduno delle confraternite) in quanto non è uno spettacolo, o un rituale aperto alla collettività, ma un rito iniziatico, un cammino spirituale, in cui attraverso i movimenti del corpo si raggiungono estremi di esaltazione mistica. La tecnica consiste nell’accelerazione dei movimenti roteanti, ma al contempo impedisce all’organismo di collassare. Attraverso tale equilibrio, che all’inizio non potrà che essere breve, si raggiunge un equilibrio completo tra il centro (si veda il riferimento ad un’altra sua celebre canzone) “intellettivo” e quello “emozionale”, entrando così in comunione con Dio. Il fine ultimo di queste danze è di rendere questo stato permanente (cit. <<cerco un centro di gravità permanente>>), la “Comunione con Allah”. Un approccio simile è rintracciabile nelle danze sacre indiane, come ad esempio il Kathakali. Questa è una combinazione di teatro, danza, musica, rituali, in cui gli attori, per prepararsi devono adoperare delle tecniche di concentrazione e abilità fisica, tramite un addestramento basato sulla Kalaripayattu, ovvero un antica arte marziale del Kerala, che incorpora calci, prese, sequenze coreografiche e armi.

Teatro danza del Kathakali

E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza, danza
E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza

E Radio Tirana trasmette
Musiche balcaniche mentre
Danzatori bulgari
A piedi nudi sui bracieri ardenti

Radio Tirana

Nell’Irlanda del Nord
Nelle balere estive
Coppie di anziani che ballano
Al ritmo di sette ottavi

Balera estiva

Dopo il citazionismo antropologico delle prime strofe, Battiato passa in Occidente in epoca praticamente contemporanea (dopo l’infinito e tradizionale oriente), attraversando prima l’Europa orientale, sino a giungere “nell’Irlanda del Nord” e alle celebri balere estive padane, dove si balla una forma di valzer popolare. Questo salto spaziale (e temporale), sembra voler indicare un senso di unità tra oriente ed occidente (tra origini e momento presente, seppur passato), dove però nel primo si è più vicini ad una visione profonda e spirituale, mentre nel secondo, più stancamente, ma in maniera altrettanto autentica, si parla il linguaggio di un’umanità ancora “vera” (il richiamo alle coppie di anziani mi sembra che raffiguri tutto l’amore e la tenerezza che Battiato prova; da queste piccole “cose”, infatti egli sembra ancora intravedere quel portato di verità che egli probabilmente sente oramai perduto nella società contemporanea, come residui di un mondo che non c’è più (vedasi Pasolini).

E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza, danza
E gira tutto intorno alla stanza mentre si danza

Nei ritmi ossessivi la chiave
Dei riti tribali
Regni di sciamani
E suonatori zingari ribelli

Sciamano

Nella Bassa padana
Nelle balere estive
Coppie di anziani che ballano
Vecchi valzer viennesi

Le ultime strofe invece fungono da specificazione concettuale delle prime, e finiscono con un suono di Valzer, quando al contrario il resto della canzone si impronta <<sui ritmi ossessivi>> che sono <<la chiave>> per raggiungere stati profondi della mente (almeno sino al Battiato degli anni ’80, poi pian piano ci sarà un passaggio ad una sfera più mistico-meditativa).

In maniera sentimentale, poetica, forse addirittura patetica, però la canzone finisce placidamente, con un lento valzer “padano”, da cui si desume che nonostante l’avanguardia, nonostante la ricerca di porti sconosciuti e lontani, Battiato non può rimanere indifferente, alla semplicità di un mondo umile, forse sempliciotto, ma vicino alle sue origini, che sono anch’esse parte della Verità. Non a caso, dopo l’esperienza milanese e internazionale, tornò a vivere in Sicilia a Milo, praticamente a due passi da dove era nato, cioè a Riposto, prima chiamata Ionia, luogo che sarà la sua ultima dimora terrena.

Battiato nel suo casolare di Milo

Mi fermo qui per ora, come vedete, su Battiato e su i temi che si innescano attraverso le sue composizioni si potrebbero fare decine di libri. Sintomo di un sapere intellettuale ed esperenziale altissimo, ma anche e soprattutto della sua immensa curiosità, del suo sentire gentile, e di un’intuizione e capacità evocativa immense. Questa capacità è unica, perché davvero nessuno come lui, almeno in ambito musicale italiano, è mai riuscito a trasporre con apparente semplicità tematiche “indicibili”, o così difficili da capire agevolmente, ad un grande pubblico!

Questo è veramente il suo mistero! Il mistero di un uomo a 360°, di un critico, un grande critico del nostro tempo. E non per mancanza di amore, per astio personale. Ma per immenso amore. Per l’immensa consapevolezza (innata, ricercata e appresa) delle infinite capacità e possibilità umane, che oggi traviate da falsi miti, ben veicolati, hanno reso l’umanità più sterile, meno feconda, meno consapevole del vero senso della vita e delle possibilità immense che l’uomo potrebbe avere, se solo non sprecasse il suo tempo nella ricerca dell’erroneo e del contingente, dimenticando quell’eterno, quella Luce, che mai può smettere di brillare, per quanto le nubi possano addensarsi o divenire minacciose.

GRAZIE MAESTRO PER TUTTO CIO’ CHE CI HAI DATO, CHE LA TUA EREDITA’ NON SIA DILAPIDATA, MA SIA FECONDA, PER NUOVE PIANTE CHE RIDIANO IL SENSO VERO DELLA VITA, CHE OGGI PURTROPPO STA’ SCOMPARENDO.

UN ABBRACCIO, OVUNQUE TU SIA O IN QUALSIASI COSA TI SIA GIA’ REINCARNATO (COME TU FERMAMENTE CREDEVI).

Addio Maestro

Gli Ignavi, ovvero, questi sciagurati, che mai non fur vivi

Il terzo canto infernale stacca completamente dai primi due, che possono essere identificati, il primo, come prologo dell’intera opera, il secondo, come prologo della prima Cantica.

La porta dell’inferno, con su scritta l’epigrafe (come d’uso nelle città medievali) terrorizzante <<Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate>>

Dante e Virgilio  si apprestano dunque a varcare la porta infernale per entrare <<nella città dell’etterno dolore>>, ma prima leggono, a ‘mo di sinistra epigrafe e ammonimento ,rafforzato da un’anafora irrevocabile di tre periodi, che da lì non si può più uscire una volta entrati, cioè una volta che si è morti senza essersi ricongiunti col Signore Iddio.

Essa “ci parla”. Fu Dio a crearla (<<l’alto fattore>>), il grande architetto, e prima di essa non fu realizzato nulla se non la materia e gli Angeli. Ma poi proprio a causa della ribellione di Lucifero, Dio dovette creare l’inferno, per scacciare esso con gli altri ribelli, insieme al coro degli angeli che non presero parte né con Dio né contro Dio (saranno questi i precursori storici e ideali degli ignavi dei vari “Don Abbondio”, che per paura, per pusillanimità o per mero interesse personale, decisero di non scegliere).

Apparentemente un piccolo peccato, per noi uomini liquidi moderni. Per Dante, invece è uno dei più gravi peccati, perché il non scegliere, o il cambiare casacca a secondo degli interessi, che poi è la stessa cosa di una mancanza di scelta, è il non giovarsi del dono più prezioso paterno (e quindi anche più meritevole di essere non solo custodito, ma attuato) del libero arbitrio. Così peculiare, perché è il gesto di un padre onnipotente, che autonomamente decide, per “Sommo Amore”, di dar fiducia alle sue creature, affinchè possano esprimere liberamente, ma anche meritarsi il Suo amore. Basterà seguire le regole che Egli ha dato e i suoi insegnamenti, così oltre che per paura di Giustizia, ma anche e soprattutto per disio di fare il bene, alla fine di una vita brevissima rispetto all’eternità, per ricongiungersi con Esso in Cielo basterà aver fiducia nel sommo padrone e quindi credere in sé stessi mediante l’uso dell’intelletto, della buona morale, della fede, così da morire beati, o comunque ricongiunti con la Luce che tutto illumina.

ignavi tormentati dagli insetti

Gli ignavi invece per pusillanimità, per debolezza del credere in loro stessi e quindi a Dio e alla sua opera provvidenziale, diriggono le loro azioni non assesecondando il principio informatore dell’etterno, ma la contingenza terreno, che costituisce nemmeno un puntino, rispetto a ciò che lì attende una volta conclusa la prima vita. Tuttavia per scarsa fede essi mettono sé stessi al primo posto e non il Padre Creatore, cercando di tutelare solo e soprattutto il loro contingente interesse, non prendendo a tal fine mai una posizione definita e stabile, dimenticando dunque quegli insegnamenti e quel senso di giustizia che ogni uomo ha in sé, per dirigere al bene le proprie azioni.

Gente così per il Dante morale non può dunque che essere punita severamente. In primo, saranno subito dimenticati dopo la morte. In secundo, non vedranno mai la luce e lo spettacolo celestiale del “Sommo Amore”, meritando invece la dannazione etterna, non accettati però nemmeno nella casa infernale, come ospiti sgraditi che passeranno l’eternità in un vestibolo orrendo, fosco e puzzolente, posto prima dell’Acheronte, disdegnati sia da Dio che dall’Inferno.

Essi in compenso però subiranno i tormentii di fastidiosi tafani, rappresentazione visiva dell’agitazione interiore, che già provarono in vita, quando portati di qua e di là dall’ansietà della loro sicurezza e del loro tornaconto, e punti sempre, senza pace e senza amici dalle circostanze o da chi li vuole portare di qua o di là, sono condannati ad inseguire instancabilmente un vessillo, simbolo di quella idea, o di quelle fazioni, che in vita cambiarono sempre, in virtù del proprio tornaconto, o meglio per mancanza di una veritade interiorie, più forte capacie di farli trascendere da questa condizione posta in contraddizione con Dio.

Gli ignavi che corrono dietro al vessillo che si muove senza pace

Naturalmente il più famoso esponente di questa masnada di sub-dannati è Papa Celestino, che fece il famosissimo gran rifiuto, spogliandosi del panno pontificio perché non avvezzo, a suo dire, a quella vita. Dante invece imputa a quella scelta sciagurata ragioni di viltà e pusallanimità, con l’aggravante che deludendo le aspettative di tutti coloro che avevano fatto affidamento su di lui per riformare la paccanimosa Chiesa, spalancò la strada al tanto odiato, da Dante, Bonifacio VIII, corruttore di quella Istituzione rappresentante del cielo che oramai si era fatta meretrice e ispiratrice di ogni nefandezza, più che opera pedagogica.

Celestino V comunque è solo accennato e lo si può identificare proprio per il termine che Dante usò per descriverlo <<colui che fece il gran rifiuto>>, cioè la persona che disdegno il grandissimo onore di guidare la Chiesa di Dio, l’istituzione terrena più importante insieme all’Impero, che in connubio con esso avrebbe dovuto assicurare pace e armonia ad un’Italia humilis, sconvolta dalla corruzione morale e da guerre fratricide.

Celestino V

Non è un caso che Dante non si fermi a parlargli o che non lo identifichi, come invece farà con le altre ombre che via via incontrerà nel corso del suo viaggio. Infatti, Dante, drammaturgicamene coerente con i periodi precedenti, regala al Papa dei pochi mesi, quell’oblio che gli ignavi meritano, e in qualche modo già in terra ricercarono (né lo nomina, nè gli rivolge una parola), perché di questi codardi, di questi vili, di questi pusillanimi, <<che mai non fur vivi>>, solo una cosa si può fare, come sentenzia la guida Virgilio: non curarsi di loro, ma guardare e passare. Appunto, come se nemmeno esistessero, o fossero mai vissuti (almeno nel senso alto del termine).

Prologo a Dante, il primo e il più grande italiano della storia

Dante che si ritrova solo nella selva oscura

La Divina Commedia si divide in 3 cantiche (il numero della Trinità è il 3), ognuna composta da 33 canti (gli anni di Cristo quando fu ucciso), quindi in totale da 99 canti più 1. Il canto in eccesso è il prologo dell’Inferno, che ci fornisce già la struttura e il tema dell’opera. 100, numero magico per i pitagorici e per la cabala, numero che rappresenta il tutto e la perfezione, la massima espressione di Dio e dell’Universo, ciò che Dante aspirava a descrivere nella sua immensa creazione poetica.

Il prologo inizia con il pellegrino che si ritrova come desto da un sogno in una selva, sperduto, in un mondo intricato e senza luce. Ma risvegliatosi dall’incubo, che appare comunque realissimo, riprende padronanza e volgendo lo sguardo in alto e vedendo un colle illuminato, capisce che una via di uscita c’è. L’opera potrebbe finire di già, o essere risolta in poche righe, e oggi non avremmo la più grande creazione mai elaborata da un Cristiano.

L’uomo Dante, il poeta Dante, il sapiente Dante, lo studioso bramoso, vuole tirare le fila della sua vita, e vuole regalarci tutto ciò che sa e ha imparato attraverso gli studi infiniti dei classici, e attraverso la conoscenza diretta o indiretta di fatti di cronaca, che hanno formato la sua idea del mondo, e quindi il suo di mondo (che è anche il nostro). Non può dunque certo fermarsi.

Il Sommo Poeta, in maniera eccezionalmente innovativa unisce conoscenze teologiche e profane (la politica del suo tempo, la cronaca, addirittura le sue vicende personali). E’ quindi un’opera parzialmente autobiografica, come ogni opera moderna (e la Divina commedia fu la prima opera attuale), ma che vuole superare i suoi confini e abbracciare ogni mare, ogni fiume e ogni stella, al di là di essa: dal particolare all’universale direbbe un certo Hegel, seppur non mancano passi, dei veri e propri trattatelli, che sono certamente le parti più anacronistiche dell’opera, pur non mancando di interesse, sia perché testimoniano il sapere dell’epoca tolemaica agli occhi di un colto del suo tempo, sia perché testimoniano come Dante abbia tentato una modernissima miscellanea tra poesia, commedia, epica, tragedia e tutte le branche del sapere, dalla teologia alla politica, dalla giurisprudenza alla scienza. Ricercando, insomma, un sapere totale.

Schema dell’universo Tolemaico

Altro tema fondamentale, che emerge subito, già dal prologo, è il “bello stile” che egli adotterà nel corso dell’intera opera. Ovvero non si rifarà mai al latino, che certo conosceva eccelsamente, e di cui però attingerà solo per creare strutture linguistiche e morfologiche, ma al linguaggio allora parlato, che era un miscuglio di toscano, di provenzale, di siciliano, insomma una sintesi di tutto ciò che poi ha formato l’italiano moderno, in cui la Commedia dantesca ha ruolo supremo e di pietra angolare.

Eppure, Dante parla addirittura di Dio e di temi altissimi, ma sceglie una lingua accessibile e comune. Il perché resta un po’ un mistero, anche se molti sventolano certezze a tal proposito. Per i più è che Dante voleva essere capito da una larga platea. Per i molti è che trattandosi di Commedia, come egli stesso la definì non era necessario il latino. Ma il termine commedia, sembra più uno specchietto per le allodole, una falsa via, una via di fuga, uno scudo, per un’opera che più tragica non si può, che potrebbe definirsi certamente epica, con Dante eroe, ma un eroe moderno, quasi un inetto.

Un uomo dalle mille paure, dai mille vizi (solo così potrebbe comprendere tanto bene e provare compassione o ira per i dannati che di volta in volta incontrò nel viaggio).

Egli però è troppo grande per accontentarsi di descrivere in maniera fotografica, una realtà povera o eccelsa così come tramandata dai saperi teologali, decide di rivolgere invece tutte le sue forze al sapere assoluto, che sono prima le scienze naturali, i grandi del passato, e poi ancora insoddisfatto, perché col puro intelletto non si può ambire alla pura gioia, rivolgersi a Dio, al Primo Amore, e come lo fa? Appellandosi al suo primo amore, ovvero a Beatrice, la donna che tanto amò in terra, ma di un amore cavalleresco, definiremmo platonico, l’unico amore davvero perfetto per un Cristiano come Dante che mira all’assoluta salvezza (seppur non giudicò sempre negativamente l’amore carnale, come ogni altro peccato, perché fattore primario per la salvezza per Dante non era tanto non peccare, quanto piuttosto la dimenticanza di Dio e del Primo Bene).

A tal proposito infatti sarebbero stati nella vicenda tante le anime che per uno sguardo bigotto avrebbero meritato il mondo degli inferi e che ritroviamo nella lunga ascesa invece in via di purificazione, nel fuoco, sulle piagge del Monte Purgatorio, o addirittura già in Paradiso (si pensi all’imperatore pagano Traiano, che fermò il suo esercito per dare giustizia ad una vedova e per questo si guadagnò il Paradiso) o addirittura il vegliardo Catone, che pur morendo suicida, <<ma per la causa della libertà>>, è custode del Purgatorio, mondo già di salvezza, in contrapposizione al terribile Caronte, il traghettatore delle anime prave dell’Acheronte.

Dante si prostra umile, di fronte a Catone, nel primo canto del Purgatorio, il Grande Vegliardo, morto suicida per amore della libertà

Non dobbiamo però stupirci di questo lassismo o di queste apparenti contraddizioni nei giudizi danteschi, sono proprio la forza dell’opera (lo scavare nelle profondità, andare oltre le apparenze del sentire comune). Ma non sarà sempre così prodigo il Nostro, soprattutto nei confronti dei nemici (personali, politici, della fede), a cui non lesinerà mai tormenti e umiliazioni di ogni genere.

Dante insomma non nega la realtà, ovvero i suoi sentimenti (seppur sempre filtrati dalla ragione, dalle leggi morali e della fede). Come non nega mai la compassione. In questo sta la straordinarietà dell’opera e forse il più alto lascito che fa alla letteratura di ispirazione cristiana, instillando il seme della misericordia, non ipocrita o intellettuale, ma reale, in cui si ha consapevolezza, quasi viscerale, delle bassezze in cui uomo o donna, che sia, possono scivolare (seppur va detto che a parte Francesca, all’Inferno donne non se ne vedono, e anche Paolo e Francesca, nonostante siano posti lontani da Dio, nella loro pena sembrano assurgere alla loro passione, ovvero al loro godimento passionale, per l’eternità).

Con Dante quindi nascono due tratti fondamentali per la nostra letteratura. Un nuovo linguaggio. E un nuovo stile: quello realistico, quello che parte dal vero, quello che sarà poi riproposto in epoca risorgimentale dal Manzoni o poi da Verga, ma che non toccheranno mai le vette stilistiche e di sapere sconfinato del mondo e dell’uomo e poeta Dante. Il primo e il più grande italiano, eppur morto in esilio…

Ma ci sarebbe stata una Divina Commedia con un Dante già prospero e glorioso in vita, in quella Florenza, che non lo amò, che lo scacciò e che egli ripagò con tutto il suo astio, disprezzo, insomma con tutto l’amore di un amante deluso?

Ma in fondo cosa fu un esilio di pochi anni se Dante dopo 700 anni è ancora tra noi? In fondo cosa è una vita umana in ambito temporale, rapportata all’eterno. Io sono certo che questa consapevolezza, fu la maggiore consolazione che il Sommo Poeta ebbe, negli ultimi e amari anni della sua vita, sprone che lo condusse a finire un’opera infinita e difficilissima:

La consapevolezza che il Veltro fosse lui, il Veltro morale (e poetico) che così tanto agognava per rimettere ordine in quella “umile Italia”, vituperata dalle divisioni interne e dal disinteresse dell’Impero e dalle bramosie lupesche del papato.

Una breve disamina introduttiva dell'opera dantesca. Lo stile è libero, così come i temi sono affrontati in maniera non schematica, ma molto personale.
Dante è fermato nel suo cammino da tre bestie, simbolo dei tre vizi peggiori dell’uomo. La Lonza, ovvero la lussuria (o Firenze). Il Leone, la superbia (o l’Impero). La Lupa ovvero la cupidigia (o il Papato)