Solo (per te)

Galleggiando in un fiume indifferente

Guardo la luna piena con orbite vuote

E mi lascio indietro tante vite interrotte

Mentre voci mi attraggono verso l’infinito

Da cui mesmeriche fonti

Mi ricollegano a te che sei partita

attraverso ruscelletti d’amore

che si insabbiano nel mio cuore sfinito

Oggi ho scelto di non temere l’oblio

(di non temerti)

Aspettando il crepuscolo invernale

Quando nuvole rosa e lievi si dissolvono

E i miei resti disfatti

Asceticamente si sbrindellano

sul mio piccolo mondo

lasciandomi solo e sfinito

E io ballerò a piedi nudi

Sulle mie ossa

Ferendomi e squarciandomi

Perdendo il senso del dolore

Cadendo nel torpore

Legandomi al letto di una stanza senza luce

Perché non c’è redenzione

Per colui che ha dismesso i panni della vita

Tutto ciò che non sono riuscito a darti

Vorrei ricoprire di rose profumate i tuoi ricordi

Eri così bella, i tuoi occhi luminosi,

Evocavano il paradiso e le stelle iridescenti,

Eri una fata che mi scrutava innamorata,

Il giorno che ti incontrai eri stanca e affaticata…

Io all’epoca non sapevo quanto ti amassi,

Ogni volta che ci vedevamo

Mi cullavi e mi baciavi ardentemente,

Poi arrivarono giornate tristi

La partenza e l’addio,

Io pensavo solo a me stesso,

Non fui il migliore degli amanti,

Presto dimenticai,

Fin quando la memoria, cane sciolto,

Da te ritornò

E furono di nuovo baci e abbracci degli amanti…

Passione e desiderio ci confondevano,

Tu mi dicesti solo: <<non lasciarmi più>>,

Indifesa come una bambina,

Ma tutto questo non bastò…

Presto dimenticai le promesse

Mentre tu mi amavi come un Dio,

Purtroppo, poi arrivò il giorno del definitivo addio…

All’inizio non capì,

Ero stupido e viziato:

I capelli color oro non avrei più accarezzato,

Le tue gambe da modella non avrebbero più per me sfilato,

Tu bella come una bambola,

Di un altro saresti stata…

Fu molto triste e doloroso,

Tutte le tue lacrime si trasferirono nei miei occhi,

Piansi per giorni e notti…

Non c’era canzone d’amore che non mi ricordasse

Qualche nostro momento,

Non c’era viso di donna bellissima che non mi ricordasse

Qualche tuo lineamento,

Ogni simbolo della natura era tuo,

Ogni significato mi rimembrava il mio fallimento…

Piansi tanto, ti invocai, ti reclamai,

Ma ormai non eri più mia,

Il miracolo dell’amore era andato via,

Me ne resi conto quando tutto ormai era finito

E non era rimasto che un misero ricordo…

Provai ad odiarti ma non era possibile,

Non si può odiare chi ti ha amato e perdonato…

Provai a dimenticarti,

ma come si può farlo con chi ti ha salvato?

Allora decisi di scriverti una poesia,

Una poesia che mai leggerai,

Una poesia inutile come tutte le poesie…

Buonanotte fata, io ti dico addio,

che la vita possa perdonarmi e a te donarti

Tutto ciò che io non sono riuscito a darti…

Il diamante più prezioso

Un cielo superiore e distante,

lacrime fredde e bagnate,

come di mattina la brina

al sorgere del sole,

e tu, e io, e noi,

immersi nel destino

ci nutrivamo

dal seno giovane dell’amore

ricolmo di latte, di eros e desiderio…

Eppure, solo ora provo

a immaginare i tuoi sogni,

le tue speranze, i tuoi aneliti legittimi;

penetrando con l’occhio della mente

il mistero che celavi

in quello sguardo da bambina

splendente come il mare…

E come mi è dolce il ricordo

di te che piccola

e indifesa mi osservavi,

timida e tenera,

aspettandoti

null’altro che un bacio,

o una carezza,

per farti sentire viva

anche quando,

come uccellino piccolino,

mi osservavi incapace di capire,

mentre io mi opprimevo

in metafisici pensieri,

lasciandomi sfuggire quell’attimo

infinito, del tutto significante,

in cui tu eri la regina…

Ora invece

quanto mi è amara

la distanza eterna,

che ci separa

come la morte

o come l’ombra

che sempre mi trascino

solo nell’infinito…

La libellula

Sera bruna,

pesante come il piombo,

io porto in me

le tracce

del nero più profondo…

Chi gioisce

se cadono le bombe

e il mondo si spacca

come sfera di cristallo?

Perché tutto questo,

perché l’uomo

è l’essere più folle?

Come si fa a sfuggire

a tutta questa ostilità

(respiro odio,

lacrime e fiamme)?

Purtroppo, non c’è rimedio

alle bombe,

se non il bunker

dei miei sogni…

Allora come libellula,

mi libro in cielo

e grido

nella più gaia lievità,

che Io esisto

e che amo il sole e le stelle,

così come quella piccola

formichina: ma quanto

è grande tutto ciò,

e quanto

io sono,

così,

piccolo

Sul fallimento del ’68

Sui fatti di Valle Giulia del primo marzo ’68 (di PPP)

<<Siete in ritardo, figli…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
… Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.>>

Pier Paolo Pasolini

Cinquanta anni fa Pasolini scriveva la sua celebre poesia sui fatti di Valle Giulia, quando i contestatori del ’68 ebbero uno scontro violento con la polizia. Abbastanza sorprendentemente disse che stava dalla parte dei carabinieri, perché erano loro i veri proletari (Pasolini si è sempre proclamato comunista, sebbene il PCI lo avesse espulso per “immoralità”). Mentre al contrario gli studenti erano figli della borghesia. Naturalmente, come per altre posizioni scomode egli venne attaccato un po’ da tutti. Ma così è sempre stato per i pensatori liberi, capaci di autonomia e capacità di giudizio critico, i grandi eretici.

Quanto avremmo bisogno di gente così in un tempo storico e in un’Italia tanto vittima del pensiero dominante, “liberal”- borghese. Un conformismo piccolo piccolo che oramai ha contagiato tutte le classi, e dove resistono solo delle sotto culture che non sono in grado di incidere in niente. Per questo, oggi, ancor più di allora ci sarebbe bisogno di intellettuali con i coglioni, capaci di affrontare le questioni in profondità, al di là del politically correct, che sembra l’unica lingua oggi ammessa.

Pasolini aveva proprio ragione negli anni ‘60 quando parlava di fine di un’epoca, perché tutto iniziò allora in Italia e la contestazione probabilmente oltre che naturalmente ad essere utile soprattutto per l’allargamento dei diritti civili, non fu altro che l’inizio del declino culturale del nostro Paese. La liberazione sessuale è stato un fallimento. Essa non è altro che una mercificazione dei corpi e un consumismo esasperato. Il sesso è tutt’altro che liberatorio in una società in cui sembra essere al contrario incentivato come via di fuga delle persone dalla lotta politica vera. Che non esiste, come forse non esisteva nemmeno nel ’68 essendo stata portata avanti e guidata da figli di papà che non facevano altro che contestare i propri genitori, ben consapevoli che comunque sarebbero presto entrati nel mondo che conta dopo le sfuriate ormonali giovanili.

Se qualcuno obiettasse che così non è, allora perché non da uno sguardo a cosa siamo diventati oggi. Un mondo intollerante, una società conformistica, un consumismo che ha toccato vette spaventose, dove anche l’anima è in vendita e dove i corpi lo sono da tempo. E guai a mettere in discussione anche in maniera oscena, perché l’oscenità deve essere sempre consentita, questo stato di cose. Bisogna sempre essere simpatici, friendly, corretti. Altrimenti il buio. Il riflettore si sposta da un’altra parte e si diventa nulla, polvere nel mare.

Ritengo che nemmeno Pasolini immaginasse questo esito dove non c’è più speranza di redenzione, dove oramai il sistema ha inglobato tutti, anche i proletari, che introiettano i valori borghesi pensandoli giusti ed eterni. Ma io faccio una rivelazione: non è così. Sarà banale ma questo non è l’unico mondo possibile. E le cose sarebbero potute andare anche diversamente se ci fossero stati più poeti come Pasolini capaci di declamare la verità (e più gente capace di ascoltarli). L’unica verità. Che cioè l’umano non è una merce, non è un ingranaggio economico, che non ha bisogno di beni superflui, che è nato per essere felice per progredire verso uno stadio di coesistenza con l’ambiente sempre più pacifico. E che gli uomini sono fatti per evolversi spiritualmente più ancora che materialmente, se per spirito intendiamo il vivere religiosamente, senza essere corrotti, come se ogni essere vivente o anche inanimato non sia qui per essere usato o per usarci, ma per esserci di conforto e aiuto, come valore supremo, che da senso alle nostre vite altrimenti prive di un aprioristico significante