Estate africana

In questa estate d’Africa che stiamo vivendo

non ho voglia di fare niente

Se non di dimenticare.

Eh ascolto dalla sera alla mattina

strana musica sperimentale,

mentre sto seduto sognando mondi lontani,

e fumo come un solitario,

sentendo la schiuma infrangersi ritmicamente

assente come il riflesso di me stesso…

E poi il cielo mi si apre, rosso come il sangue

e vedo il sole trafitto da un lampo

e il mio destino è già lì.

Oracolo

Da tanto che, quando mi guardo dentro,

Immagino un mondo che non vedo più

E quella nostalgia che mi sommerge

di malinconia:

E Il nulla come unica speranza;

anelando alla pace suprema

Del ciclo delle vite ininterrotte

Che prima o poi finirà.

Per Noi angeli,

Padre Nostro

Lasciaci vivere,

dimentichi,

anelanti e cupidi,

dell’eterno castello…

Così i sentimenti puri

Mi richiamano all’ordine

E le stelle costituiscono la trama del mio destino

Mentre presenze astrali beffarde e saturnine

Mi attaccano la notte

Distogliendomi da chi sono

O(h) dovrei essere…

E poi un giorno il risveglio

e nuvole che lampeggiano

sulla la vita che si illumina

indicandomi la strada

E poi mi rivolgo al cielo

Come non ho mai fatto.

E Il tutto mi attrae:

e cieco e dimentico

Divento Oracolo

di quel che sono

L’ospitalità di Erdogan al popolo siriano

Come si sa la Turchia ospita ben 2,5 milioni di profughi siriani, fuggiti dal Paese dopo la sanguinosa guerra civile scoppiata nel 2011, in seguito alle proteste contro il regime di Assad.

Inizialmente il Governo di Ankara si era dimostrato ben disposto all’accoglienza, e ciò per una serie di motivi. Da una parte infatti sperava in una risoluzione celere del conflitto con un reinserimento dei Siriani nei loro territori abbastanza veloce. Affiancando così all’aiuto umanitario, un disegno panarabo, nemmeno così nascosto di Erdogan. Dall’altro, la chiusura delle frontiere europee, il prolungarsi del conflitto dopo l’intervento di Mosca nel 2016 a difesa di Assad, ha provocato un “ristagno” dei profughi sul territorio turco, favorendo anche il disappunto delle popolazioni locali, che hanno messo sotto pressione il presidente, sentendosi minacciati a livello di sicurezza e nel mercato del lavoro. Erdogan da parte sua, non ha faticato molto, demagogicamente, a cambiare il suo orientamento politico. Sfruttando inoltre la chiusura europea a suo favore, chiedendo benefit politici ed economici, anche personali, affinchè la Turchia non aprisse le frontiere all’invasione siriana.

Il presidende della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan

Ma per ottenere tale risultato Erdogan, ha dovuto muoversi in maniera schizofrenica con provvedimenti a dir poco ambigui ed arbitrari.

Infatti da un lato ha favorito l’iniziativa privata, soprattutto in una prima fase, dei Siriani. Consentendone di fatto l’insediamento. Dall’altro ha via via inasprito le politiche di accoglienza, dando la cittadinanza solo a quei Siriani ritenuti utili, o perché altamente qualificati, o perché validi strumenti nella lotta politica informale nei paesi in cui la Turchia è coinvolta in conflitti più o meno espliciti (Siria, Libano, Iraq).

Ciò ovviamente ha escluso dai diritti di cittadinanza la gran parte dei siriani “ospiti” temporanei, che possono lavorare solo tramite un permesso difficile da ottenere, così da doversi muovere nella zona grigia dell’economia informale, cioè senza la tutela di nessuna legislazione lavorativa.

Inoltre sempre come forma di deterrenza all’immigrazione Erdogan ha fatto erigere a partire dal 2016, un muro presso i confini meridionali e orientali turchi, con soldati armati e pronti al fuoco.

Se tali misure possano bastare a contenere lo spostamento di milioni di persone sembra dubbio, ma soprattutto è certo che gli unici che ci perdono solamente, sono le vittime, quelle che andrebbero tutelate e che invece nessuno ricorda.

L’Europa da parte sua si dimostra ancora una volta potenza ipocrita, che pur di “tutelare” i propri confini ricorre a mezzi moralmente dubbi, rinforzando leader chiaramente antidemocratici, ed esponendosi ai loro ricatti. Ma non è certo una novità il ricorso a mezzi sporchi per ottenere dei benefit in politica estera. Il problema è che se nell’immediato questi possono giungere, a lungo termine si dimostrano solo delle toppe nel mare. Pronte a scoppiare, in nuovi conflitti e in nuove ondate migratorie sempre più potenti, che solo regimi sempre più autoritari potranno contenere.

Ursula Von der Leyen, presidente Commissione Europea

Regimi autoritari che tra l’altro in un’azione di contagio di ritorno potrebbero ulteriorimente invelenire il clima europeo, favorendo a loro volta l’insorgenza di partiti xenofobi e razzisti, sprezzanti della democrazia e della tutela dei diritti umani. A discapito questa volta della stessa democrazia europea, che pur rimanendo saldamente ancorata a principi democratici, sembra essersi già spostata francamente a destra, come dimostrato dalle politiche migratorie adottate a livello comunitario e dai singoli stati membri.

Al di là quindi delle belle dichiarazioni di principio, c’è poco da essere ottimisti circa il futuro che ci attende, sul rispetto dei diritti umani ed universali.

Il Mondo Nuovo di Chico (California) come raccontato da Naomi Klein

Naomi Klein, che ha fatto della lotta alla globalizzazione selvaggia il suo principale cavallo di battaglia, negli ultimi anni sta incentrando i suoi reportage sui danni disastrosi che il nostro sistema economico apporta alla civiltà umana, mediante effetti catastrofici sul clima che si implementano ad una politica cinica e avida, dove il guadagno e la speculazione, hanno il sopravvento sulla compassione e la solidarietà umana.

A tal proposito nell’articolo che sto andando a commentare, apparso tradotto su “Internazionale” del 4 Giugno 2021, intitolato Distopia climatica a Chico, la grande divulgatrice canadese, esemplifica la propria visione su un possibile futuro che ci attende, qualora non si faccia nulla per interrompere la cascata dei cambiamenti climatici, e soprattutto, dato che essi sono già una realtà, non si cambi modo di fare politica ed essere comunità.

Chico è una città della California del Nord (una delle zone maggiormente esposta in seguito all’aumento della temperatura globale a maggiori siccità in associazione ad altissimo rischio incendiario), della Sacramento Valley, il cui destino sembra paradossale. Infatti, è passata in nemmeno tre anni ad essere epicentro della solidarietà (creazione di aree di accoglienza, pasti gratuiti e tende, residenti locali che aprirono le loro casa a dei perfetti sconosciuti) a centro della crudeltà e della repressione civile ed economica, nei confronti di quei senza tetto generati in gran numero dal più grande incendio che si ricordi nella vicina città di Paradise.

Naomi Klein

“Da una coperta di amore” ad una brutale repressione

Mark Stemen, professore di geografia dell’università di Chico, aveva definito così, il modo in cui gli abitanti di Chico avevano accolto gli sfollati, utilizzando questa metafora per amplificare sia il concetto di accoglienza (quelle coperte utilizzate per ristorare gli sfollati infreddoliti e spaventati), che quel mezzo utilizzato per soffocare le fiamme.

Purtroppo, questo impeto solidaristico iniziale, senza l’appoggio di politiche attive e finanziamenti federali, non è durato a lungo. Infatti, la politica locale, non è riuscita ad attuare dei piani per la creazione di nuove strutture popolari, accessibili anche ai ceti meno abbienti, anche a causa di una bolla immobiliare, che in seguito agli incendi, attraverso l’aumento della domanda, ha provocato una crescita esponenziale dei prezzi.

A ciò si aggiunge l’immigrazione di pensionati e lavoratori da San Francisco a Chico, una meta “tranquilla” dove ristorarsi o alleviare lo stress della vita nella grande città, che ha stimolato i costruttori locali a incentrare la loro attività sulla costruzione di immobili di lusso, in un momento in cui le residenze popolari sarebbero state indispensabili, per accogliere i profughi climatici più poveri (i ricchi grazie alle maggiori risorse ovviamente si erano levati piuttosto velocemente dall’indigenza), ma anche i senza tetto locali in crescita esponenziale, in seguito anche alla crisi economica provocata intanto dal Covid.

Il virus purtroppo non ha fatto altro che agire da moltiplicatore delle disuguaglianze e delle sofferenze preesistenti, incattivendo il clima.

Ciò anche in contemporanea al cambio di amministrazione che da democratica è passata a repubblicana. Infatti, in seguito ad essa, sono aumentati gli sgomberi dei senza fissa dimora, in un giuoco crudele, in cui i senza tetto di fatto sono perseguitati, non trovando altra soluzione alla loro condizione che quella di spostarsi da uno sgombero all’altro.

Inoltre, la loro situazione è peggiorata dall’atteggiamento intransigente della popolazione locale che non tollera il fatto che tra essi ci siano molti “rifiuti” umani. Gente con gravi tossicodipendenze, “diffusori” di malattie attraverso l’uso delle siringhe e persone affette da psicosi. Ma non sarebbe il caso di occuparsene, aumentando i servizi sociali, piuttosto che scacciarli, per dove, non si sa, attraverso i metodi violenti di una polizia, finanziata invece a pioggia dall’amministrazione Trump?

Ecco, la storia di Chico…

homeless

Così si è passati da una iniziale e spontanea accoglienza all’indifferenza dei “buoni” e alla violenta ostilità dei “meno empatici”. La storia di questa comunità è molto importante, perché può esemplificare cosa succede, qualora non ci sia una strategia politica volta all’accoglimento dei profughi climatici e dei soccombenti ad un sistema economico sempre più intollerante verso i cosiddetti anormali.

Infatti, se lo Stato si disinteressa delle dinamiche dell’accoglienza, scaricandole sulle comunità locali, che quasi sempre hanno scarse risorse e sono facilmente influenzabili da piccoli o grandi interessi, l’integrazione dei migranti climatici (purtroppo si stima che in futuro saranno sempre di più) o economici, o semplicemente degli esclusi, anche locali, non potrà che fallire, in una spirale che condurrà a dinamiche di disumanizzazione, e di disagio, dall’altra parte, che amplificando il conflitto, non potranno che peggiorare la sicurezza dei più.

Senza tener conto che una società civile, se vuole rispettare la vita umana, come sancito dalle innumerevoli costituzioni e convenzioni sui diritti umani, non può derubricare la questione della dignità sociale, come scarsamente interessante, ma al contrario essa è il cardine che deve tenere unite tutte le varie componenti della società, soprattutto in un’epoca liquida, in cui le strutture sociali sono molto indebolite e a passare da una parte all’altra della scala sociale basta poco.

Per tali ragioni, speriamo davvero in un rientro dello Stato non come mero arbitro della sicurezza nazionale, ma come attore principale nelle dinamiche economiche, nume tutelare dell’interesse generale, e non di meri interessi di parte, che rischiano non solo di danneggiare il tutto, disintegrando le innumerevoli conquiste sociali ottenute nel corso del ‘900. Per non parlare delle sfide climatiche che esso, in sinergia con gli altri stati della comunità internazionale, deve affrontare, sfide che oramai sono improrogabili per evitare nuove crisi, sempre più gravi, rendendo allora di fatto, non più governabile la situazione. E allora forse sarà davvero troppo tardi, e non si potrà che limitare i danni.

Ma questo futuro fosco, è già ora?

Paradaise of fire

Trump aveva ragione sull’origine del Covid-19?

Trump dice: <<Il virus viene da un laboratorio cinese>>.

Fauci e tutti i virologi del mondo dicono che è sicuramente naturale.

I media, (almeno l’80%): <<Trump è un cinico che vuole nascondere i suoi fallimenti colpevolizzando la Cina>>.

Biden e i democratici: <<Il nemico è Trump. Lui aizza gli animi della folla, per rinsaldare le fila del suo elettorato.

Passano pochi mesi….

Amministrazione Biden: <<Il Virus molto probabilmente è scappato dal laboratorio di Wuhan. Tre addetti al laboratorio di ricerca sui coronavirus, contagiati a novembre>>.

Fauci, il più grande virologo del mondo, così maltrattato dal despota Trump, e paladino di tutti i liberal, ma che soprattutto ha sostenuto strenuamente per più di un anno, l’origine naturale del virus, ora ha molti dubbi a proposito…

Intanto si sono persi mesi preziosissimi per capire che diavolo davvero sia successo. Intanto stiamo vivendo l’equivalente di una guerra batteriologica. Intanto una catastrofe immane, che non si sa realmente quando finirà, nonostante i vaccini.

La politica in America si divide in base ai suoi interessi e non ha come priorità il diritto dei cittadini di sapere cosa sia davvero accaduto. Idem gli scienziati “indipendenti”, cambiano idea in base a chi governa e in base alla loro area di appartenenza politica o nazionale. Idem ovviamente i media.

Io non voglio difendere Trump, ma solo il fatto che fosse razzista, cinico, megalomane, un po’ folle, non mi evita di pensare che potesse dire la verità. Idem non sono nemmeno sicuro che i dubbi sollevati, ORA, dal moderato ed equilibrato Biden, sull’origine sintetica del virus (giravolta che ha dello stupefacente) siano sinceri, o mossi solo da ragioni di politica di potenza e propaganda in funzione anticinese.

Ancora però non si è individuato da quale animale il virus abbia fatto il salto di specie. Ma soprattutto la Cina ha nascosto e occultato inizialmente l’espanzione del virus sconosciuto all’epoca (forse già da settembre 2019) e sta facendo tutt’ora ostracismo sulle indagini che dovrebbero ricostruire l’origine della pandemia (almeno così ci dicono). Insomma una condotta che in un caso giudiziario indurrebbero ad un lecito sospetto.

Intanto però la il “Gigante Asiatico” si è ripreso subito (dando fastidio a qualcuno?). Ha fatto un immane salto in avanti, sfruttando al massimo il “vantaggio” di aver gestito meglio l’emergenza sanitaria, ma anche di essere stata la prima a conoscere l’esistenza del virus non comunicandola prontamente (facendo addirittura peggio dei sovietici dopo l’incidente di Chernobyl, quando non comunicarono l’accaduto per giorni).

L’Europa invece piange. E più di tutti piangono le persone comuni, che hanno perso la vita, la salute o la libertà.

P.S. Certo portare come unica prova che il virus sia scappato dal laboratorio di Wuhan, perchè tre ricercatori che vi lavoravano si sono contagiati di covid-19 a novembre 2019 per sostenere che l’epidemia sia partita davvero da lì, sembra qualcosa di molto debole. Perchè non si può escludere che a Wuhan, prima che la Cina comunicasse al resto del mondo, cosa stesse accadendo (gennaio 2020), si fosse già praticamente contagiata una buona parte della popolazione, appare possibile, se non probabile (sembra quasi un ripetersi della storia delle tante decantate armi nucleari detenute da Saddam Hussein, mai ritrovate, che furono il pretesto di Bush alla guerra in Iraq).

Ma allora perchè Biden, Fauci e company ora hanno cambiato idea?! Che non siano le stesse ragioni di realpolitik, in funzione antagonistica contro i temutissimi competitors globali di Pechino, che muovevano l’ex Presidente Trump?

I Promessi Sposi sono un romanzo ottimistico?

I “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, sono un romanzo tutt’altro che religioso o formativo, almeno nel senso paternalistico e patetico del termine. Pensate ad esempio all’andata di Renzo dall’Avvocato azzecca-garbugli, su consiglio di Agnese, futura suocera del giovane filatore di seta.

L’avvocato si dimostra subito disponibilissimo, avendo evidentemente scambiato il povero ragazzo di Lecco, come di un Bravaccio che cercasse una qualche protezione. Peccato che non-appena la cruda verità inizia a rivelarsi, l’Avvocato si acciglia tanto da spedire fuori in strada il povero Promesso.

Dottore Azzecca-garbugli, 1940

Disperati allora i ragazzi e la povera massaia si rivolgono a Fra’ Cristoforo per andare a parlare direttamente con Don Rodrigo, che voleva impedire a Don Abbondio, intanto minacciato da due bravacci, di celebrare quel matrimonio, perché aveva stabilito che la verginella doveva essere sua.

Fra’ Cristoforo a sua volta era stato figlio di un ricco mercante, ma non erta mai stato accettato dall’aristocrazia locale, allora dopo un incidente, in cui un suo amico e un suo rivale rimangono uccisi, si converte e decise di diventare cappuccino e dedicare la sua vita alla causa degli ultimi.

Fra’ Cristoforo, 1940

Fra’ Cristoforo viene accettato nella bicocca di Rodrigo (nobiluccio ma di antico lignaggio spagnolo) e viene fatto entrare al desinare del gruppetto dominato dal suddetto signore, dal cugino di esso, Il Conte Attilio, l’istigatore del ratto di Lucia, del Podestà e dell’Avvocatuccio dei garbugli.

A quei tempi questi signorotti avevano interesse ad ammaliarsi i Cappuccini, che potevano costituire utili roccaforti coi loro monasteri in caso di persecuzioni violente o giudiziarie, per questo Cristoforo, è fu trattato con una certa clemenza, seppur sempre con una certa altezzosità canzonatoria, e persino ascoltato in privato.

Ma il candore della conversazione dura poco non appena Rodrigo capisce che dovrebbe abbandonare la sua preda, al ché il frate vola via, scagliando però prima una maledizione che ha più vena profetica che portato malefico, visto l’indole celestiale del sant’uomo.

Don Rodrigo, 1840

Fatta questa non brevissima premessa, Manzoni raffigura la realtà milanese, nello specifico lecchese della prima metà del ‘600 quando il Ducato di Milano era di dominio spagnolo, ma va al di là del tempo. Raffigura la semplicità e la cristianità autentica della gente del popolo. Renzo e Lucia chiedono solo di convolare a nozze, senza facili via di fuga, ma in maniera del tutto legale.

Un signore iroso, quanto insuperbito dall’alto lignaggio,  e da servitori violenti, i Bravi (veri e propri camorristi), detta legge sul territorio, intaccandone le consuetudini, corrompendo, e travalicando gli umili per mera scommessa o arbitrio (prendere quella Lucia, come promesso al Conte Attilio, che era a Lecco per mero scopo lubrico); le autorità ecclesiali invece erano divise tra il quieto vivere (Don Abbondio) e la militanza attiva di Fra Cristoforo e del Cardinale Borromeo.

Alberto Sordi, nei panni di don Abbondio, nella fiction televisiva Rai 1989:Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiar in compagnia di molti vasi di ferro.»

o la convivenza (Gertrude, la Monaca di Monza):

Due occhi, neri neri anch’essi si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pieta’; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarlo il travaglio di un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti.

Le autorità pubbliche invece più che ad emanare “Grida”, una sorta di decreti del tempo (celebre quello inapplicabile sul prezzo del pane) amministravano di fatto tutt’altro che imparzialmente, con un occhio di riguardo sempre per gli amici di salotto (il Podestà, l’Avvocato, o le Vecchie Casate: sta qui la critica di Manzoni all’Ancien Regim, ma quello Albertino sarà poi molto diverso?).

Manzoni, quindi sembra descrivere più che un’Italia storica, un’Italica astorica, in cui il potere è stato sempre al di sopra delle legge e delle morale vigente, anche se tali regole scritte o consuetudinarie vanno comunque salvaguardate, in modo ipocrita e forse necessario, per non far degenerare il tutto in un homo homini lupus.

Thomas Hobbes, Il Lieviatiano, 1651 : l’opera più celebre del filoso inglese che teorizza lo stato assoluto, come unico rimedio per impedire la guerra civile permanente tra gli uomini. Egli infatti si rifaceva al detto plautiano (lupus est homo homini, non homo), che allude all’egoismo umano, assunto da Hobbes, per designare lo stato di natura in cui gli uomini, vittime delle proprie brame, si combattono permanentemente l’un l’altro per sopravvivere.

Ovviamente le leggi agli ultimi servono veramente poco, almeno in caso di scontro con il Don di turno, in quel caso ci si può solo affidare alla Provvidenza, perché giustizia da sé non se ne può ottenere, dato che i Signori hanno dalla loro parte gli amministratori della legge (i Podestà e i birri), e i difensori dalle leggi (gli avvocati). Si può solo pregare quindi e rigar dritti, lasciando perdere estemporanee rivolte popolari, che una volta sedate finiscono sempre male per il povero idealista (Si pensi alla rivolta del Pane in cui Renzo si ritrova impelagato quasi per caso, e dove nonostante si comporti nobilmente per salvare dalla lapidazione Sua Eccellenza, viene messo al bando e deve rifugiarsi a Bergamo per non finire sotto la forca; il pessimismo Verghiano qui sembra ben anticipato).

Alessandro Manzoni, Francesco Hayez, 1941

L’ingenuità e l’apparentemente ottimismo Manzoniano si fermano qui e appaiono veramente poca cosa, riguardo al superamento soprannaturale, o provvidenziale, di tutte le difficoltà nell’ultima parte del romanzo. Tuttavia. non è detto che Il Manzoni con un buon finale voglia solo accontentare il lettore, al contrario ne dedurrei un paternalistico intento formativo: gli umili, possono difendersi solo attraverso i pochi mezzi leciti che hanno a disposizione, e ciò per tre regioni:

  1. La forze dei Forti/Superbi, sono illimitate, quindi agni atto di reazione può solo essere peggiorativo.
  2. Una buona condotta può non aggravare le pene inflitte e suscitare l’aiuto di qualche anima pia (Fra Cristoforo e il Cardinale Borromeo).
  3. Qualora tutto andasse perduto, non ci si macchierebbe di ulteriori peccati e si salverebbe l’anima, come d’altra parte già fa intendere Dante nel terzo canto della Terza Cantica, dove chiede a Piccarda se non le seccasse essere nella parte iniziale del cielo, quello della Luna, e non sulle più alte sfere celesti. Essa, infatti, era stata rapita dal monastero, rubata di fatto a Dio…
Terzo Canto della Terza Cantica, il Canto della Luna, quando Dante incontra Piccarda…

…son Piccarda,

che, posta qui con questi altri beati,

beata sono in la spera più tarda (la Luna, la sfera Celeste più lontana dal Nono Cielo)                     51

E questa sorte che par giù cotanto (questa sorte che sembra bassa)
però n’è data, perché fuor negletti 
li nostri voti, e vòti in alcun canto
(mancarono in qualcosa nel loro voto)…                         57

…Ma dimmi: voi che siete qui felici, 
disiderate voi più alto loco 
per più vedere e per più farvi amici?». [Ma non desiderate di più, chiede Dante di questa tarda spera?]                   63

«Frate, la nostra volontà quieta 
virtù di carità, che fa volerne 
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. [Rispose di no Piccarda, perché la loro volontò è assolutamente conforme a quella di dio]           72

Se disiassimo esser più superne, 
foran discordi li nostri disiri 
dal voler di colui che qui ne cerne;                     75

che vedrai non capere in questi giri, 
s’essere in carità è qui necesse
e se la sua natura ben rimiri.                                78

Anzi è formale ad esto beato esse 
tenersi dentro a la divina voglia, 
per ch’una fansi nostre voglie stesse;                   81

sì che, come noi sem di soglia in soglia 
per questo regno, a tutto il regno piace 
com’a lo re che ‘n suo voler ne ‘nvoglia 84

[Perché qui tutto conduce e tutto ci fa volere essere conforme a colui che tutto move].                    

E ‘n la sua volontade è nostra pace: 
ell’è quel mare al qual tutto si move (essa è quel mare verso il quale si muove tutto)
ciò ch’ella cria o che natura face».          87

al mondo, per seguirla, giovinetta 
fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi 
e promisi la via de la sua setta.                   105

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, 
fuor mi rapiron de la dolce chiostra: 
Iddio si sa qual poi mia vita fusi. 
  [nonostante Piccarda fu rapita e smonacata nel 1285 su iniziativa di Corso, per darla in moglie ad un tanghero ma facoltosissimo, un tal Rossellino, col quale per un certo periodo fu costretta, si desume, a vivere nel peccato)              108

La risposta di Piccarda è illuminante perché spiega come ad un atto di superbia sopraffattrice (il suo rapimento) sia più consono una non conformazione passiva, spirituale, a quell’atto violentatore e prevaricatore. Bisogna quindi sempre soggiacere, anzi desiderare ardentemente la Misericordia Divina, anche quando sembra cedere al male, rendo anime pie vittime passive.

Per questo io non credo molto alla Provvidenza divina nel senso classico, cioè come ad un meccanismo, che aiuta veramente i giusti, come un deux ex machina (La peste di Milano) che risolve situazioni, consolando e regalando un bel finale ad un nuovo pubblico borghese, una sorta di una longa manus del mercato regolatore e riparatore che rimette tutto a posto; ma penso che il senso primo dell’opera di Manzoni sia un atto estatico nei confronti della fede e dei valori che la fede ispira, senza negare la lotta, ma senza sconfinare mai nel delitto (e certo che c’è qualcuno che di Delitto ne parlò in una sua celeberrima opera un paio di decenni dopo, dimostrandone di fatto l’inutilità, un certo epilettico di San Pietroburgo …).

F. M. Dostoevkskij, Delitto e Castigo, 1866

Perché se all’iniquo e al potente è tutto permesso (su questa Terra, forse…), ciò non vale per il povero e l’offeso, che non ha mezzi per difendersi. Un po’ come per il Verga e il suo ideale dell’ostrica, secondo cui il popolano, ho come unico guscio contro lo sferzare delle onde, il rispetto dei valori tradizionali e l’antica comunità di origine.

Da Manzoni a Verga, la difesa dei valori e della semplicità popolare, residuo di un mondo semplice e vero che non esiste più.
Giovanni Verga

La Religiosità Manzoniana, o gli antichi valori di Aci Trezza, sembrano quindi esprimere, almeno per noi lettori moderni, società eterne, lontane, dalle forze distruttrici del Tempo (le leggi del mercato, la stessa modernità) o degli Uomini Cacciatori, dei veri e propri principi regolatori ed equilibranti delle disimmetrie umane e socio-economiche.

Reazionari forse in senso politico, essi furono, con le loro idee, ma da intendersi in senso non meramente politico o partitico, in senso umanitario: erano infatti consapevoli circa l’idealità di un mondo antico da proteggere (Pasolini, molto più tardì, docet), con i suoi valori, i suoi saperi, le sue consuetudini, abbattuti troppo velocemente, senza attenta analisi sotto i colpi dei buldozer prima liberal-repubblicani e poi naziuonal-socialisti.

Biden Effect

Contrariamente a quanto lasciato intendere inizialmente, l’amministrazione Biden, non sta affatto dimostrandosi più tollerante e solidale con gli immigrati dell’America Latina, che tentano l’ingresso dal confine meridionale del Texas, attraverso la porta del Messico.

Molti migranti hanno lasciato i loro paesi di origine (Honduras, Guatemala, El Salvador, ecc.) per cercare un futuro migliore negli Stati Uniti, anche sulla scorta delle dichiarazioni del Presidente Americano, così come filtrate dalle principali testate giornalistiche internazionali, che lasciavano sperare circa un atteggiamento più umanitario e solidale della nuova amministrazione.

Di fatto invece le cose non stanno andando così.

Migliaia di migranti infatti, dopo un viaggio estenuante, pericolosissimo, in cui hanno investito tutte le finanze familiari, e in cui si sono anche pesantemente indebitati, cercando delle condizioni di vita migliori (fuggendo da contesti falcidiati dalla violenza, dalla criminalità, dalla crisi economica del Covid, e dai cambiamenti del clima che in America centrale sta comportando uragani sempre più violenti e distruttivi), si vedono espulsi ogni giorno, senza che nemmeno le loro richieste di asilo vengano vagliate.

Ciò emerge da numerose inchieste giornalistiche che evidenziano come molti di essi avevano sentito che dopo l’insediamento di Biden sarebbe stato possibile entrare nel Paese, così si sono decisi a cercare l’impresa, pensando che fosse il momento giusto. Molte madri inoltre nella speranza che in presenza di minori avrebbero subito delle facilitazioni, si sono incamminate. Altre addirittura sperando nella ricongiunzione familiare promessa, hanno mandato in avanscoperta i figli, fantasticando che sarebbe stato poi possibile, grazie al ricongiungimento promesso (che Trump aveva invece crudelmente impedito) anche il loro ingresso.

Purtroppo la realtà è ben diversa e si sta rivelando disastrosa, per persone che hanno messo a rischio la loro incolumità in un’odissa pericolosissima (morte di stenti, malattie, violenze di ogni genere, stupri per le donne) e costosissima (migliaia di dollari, più dei risparmi di una vita), affidandosi a dei pollero (trafficanti di persone) senza scrupoli, viaggi che anche nei casi che vanno a buon fine, cioè l’approdo al di là del Rio Grande, si risolvono quasi sempre in espulsioni di massa.

Le richieste inoltre non vengono nemmeno vagliate, dato che tutto si definisce in pochi giorni. Il blocco alla frontiera. La reclusione nei centri di reclusione forzata . Gli autobus, un volo, e ritrovarsi dall’altra parte del confine, in Messico, da dove vengono fatti allontanare, per rientrare nei Paesi di origine (come essi rientreranno, spogli di tutto, non si sa).

I migranti, quindi con una procedura disumana, non sono informati nemmeno che stanno per essere rispediti in Messico, per impedire qualsiasi tipo di resistenza, trattati peggio di merci respinte alla dogana. E ciò al di là di ogni parvenza di spirito umanitario tanto sventolato durante la campagna elettorale o nel periodo immediatamente successivo l’elezione Biden. Evidentemente per il Presidente democratico, durante la competizione elettorale era necessario dimostrarsi in discontinuità con il crudele Trump, ma se a lui questo atteggiamento è stato utile, lo è stato molto meno per migliaia di migranti, che illudendosi di trovare finalmente accoglienza, in un Paese ricco e pieno di opportunità come gli Usa, hanno abbandonato tutto, vedendosi alla fine sbattuta la porta in faccia senza tanti complimenti.

Ma intanto il clima è cambiato anche a livello comunicativo (nella sostanza di fatto è rimasto immutato) così che in Honduras vengono trasmessi attraverso i media locali dei messaggi del governo americano, in cui lo stesso Biden invita le popolazioni locali a non partire.

Il numero di persone che cercano di entrare negli Usa invece è aumentato, con ben cento mila migranti a febbraio, record dal 2019 e arresti incrementati del 28% (segnalando un clima tutt’altro che pacificato).

Non a caso a Biden inizia ad essere attribuito anche in patria un deleterio effetto di richiamo, che sta mettendo a rischio la tenuta della frontiera meridionale, su cui Trump sta già lavorando per rilanciare la sua immagine politica, naturalmente in ottica xenofoba e anti-democratica.

Biden naturalmente sta cercando come giustificazione per i respingimenti le ragioni pandemiche (con atteggiamento legalitario, egli si rifà all’ormai famoso titolo 42 che riguarda le politiche di sicurezza sanitaria volte al contenimento del virus), che non permettono l’ingresso nel Paese di non più di 50 migranti al giorno dal Messico: una cifra ridicola, una vera goccia nel mare.

Il 19 marzo inoltre il Messico ha deciso di chiudere la frontiera meridionale. Il fatto non sembra casuale dato che poco dopo gli Usa hanno dichiarato l’invio in Messico di 2,5 milioni di dosi di vaccino Astra Zeneca. Sembra dunque che gli Usa vogliano comprare l’aiuto messicano per la riduzione alla fonte dell’ondata migratoria, con le politiche dei vaccini.

Insomma, da più parti emerge il sospetto, oramai nemmeno tanto sottaciuto, che Biden e Trump siano differenti più per metodologia comunicativa, o per le strategie di negoziazione, che per i contenuti. Trump si mostrava più autoritario e unilaterale. Biden dialogante e portato di più allo scambio di favori. Ma di fatto, a parte le forme, i contenuti che entrambi perseguono non sono troppo discordi: American First.

La “nuova” politica estera (poco diplomatica) di Biden

Certo è impossibile rimanere indifferenti al “nuovo” clima internazionale che si sta respirando (faticosamente) negli ultimi tempi. Sembra che gli USA di Biden, abbandonato il bullismo sanguigno di Trump, vogliano subito fornire una seconda versione dell'”American First”, quella liberal dei democratici americani, che tanto bene ha fatto da Clinton in avanti.

Infatti, in un paio di giorni abbiamo prima assistito Biden accusare (in un’intervista televisiva costruita sembrerebbe a tavolino, proprio con l’intento di sganciare questa bomba mediatica) Putin di essere un killer (un leader mondiale che ne accusa un altro, pubblicamente, di essere un assassino, è un’assoluta novità) e poi, poche ore fa, ad Anchorage in Alaska, nel primo vertice con la super potenza Cinese, il segretario di Stato Antony Blinken rimproverare Pechino, proprio in apertura (in maniera non proprio conforme alle regole savoir faire istituzionale), di

1. ledere i diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang

2. di minacciare Taiwan,

3. di essere la mandante dei cyber-attacchi contro bersagli americani

4. oltre che autrice di pressioni economiche contro l’Australia.

Blinken ha definito queste azioni “un attacco contro l’ordine e la legalità che garantiscono la stabilità globale”. Purtroppo, ma naturalmente, la reazione immediata già nel summit di Yang Yechi, capo della delegazione cinese e responsabile Esteri del partito comunista, non si è fatta attendere: “Smettetela di promuovere la vostra versione di democrazia nel resto del mondo. Perfino all’interno degli Stati Uniti molti hanno smesso di avere fiducia in quella democrazia. La Cina non accetta accuse, non è possibile strangolare la Cina, avete precipitato le relazioni bilaterali in una crisi senza precedenti”. E da lì uno scambio di accuse da entrambe le parti, imbarazzante, e quasi da bar.

Sembra insomma che la nuova amministrazione americana, abbia iniziato proprio coll’ascia della guerra, più che con un ramoscello di ulivo le sue nuove relazioni internazionali, tra l’altro in un contesto economico e sociale già falcidiato dalla pandemia di Covid, che necessiterebbe di un clima di concordia e pacificazione per sconfiggere la pandemia piuttosto che di liti sboccate e dannose.

Non era quindi proprio il momento adatto per inimicarsi due delle principali potenze planetarie. A meno che l’obbiettivo di tali affermazioni fosse tutt’altro che diplomatico, ma prettamente politico, ovvero da una parte la ricompattazione del fronte interno, ancora scosso dalla difficile transizione presidenziale, e dall’altro, sollecitare terzi soggetti (l’Europa? la Germania? attendisti vari, che non vorrebbero prendere parte alla bega in maniera opportunistica o pragmatica, per fare i propri interessi) a doversi schierare per forza o forzatamente.

In ogni modo sembrerebbe proprio che gli USA rinsaldando le proprie fila, in un clima quasi da “seconda guerra fredda” vogliano bipolarizzare il mondo in amici e nemici. Ma può l’Europa e la Germania rinunciare ai propri interessi, o, almeno, a perseguirli sotto la “tutela” statunitense, ridimensionando la propria autonomia decisionalea? E soprattutto un modello bipolare è ancora vantaggioso per gli interessi europei, come durante la Guerra Fredda, in uno scenario però radicalmente cambiato, con degli Usa “meno ricchi” seppur sempre “amici temibili”; quando invece abbiamo un secondo mondo, in forte espansione economica, e quindi con tanti bei quattrini da spendere e con tante opportunità da offrire alle imprese europee? Ecco non vorrei che alla fine ci perdesse proprio il Vecchio Continente, tanto per cambiare…

Per quanto riguarda, invece, le ricadute positive dirette di un atteggiamento statunitense diplomatico aggressivo contro due super potenze straniere (da una parte uno Stato che ha un miliardo e mezzo di abitanti e i tassi di crescita economici più elevati del Mondo che conta, e dall’altro una Russia che seppur illiberale ha guadagnato in compattezza interna anche grazie ad un uomo forte come Putin, che tra gli innumerevoli demeriti, non ha certo quello di aver svenduto la sovranità del suo Stato), i dubi permangono, anzi, possiamo essere chiaramente molto pessimisti.

Purtroppo, il problema degli Usa è sempre lo stesso, il loro pragmatismo spregiudicato negli affari, la loro politica di potenza, frammischiata con un’ipocrita “esportazione” dei diritti civili e politici (specchietto per le allodole per mascherare manovre commerciali, aperture di nuovi mercati, accaparramento di risorse). Come se non avessimo già visto il risultato delle guerre “democratiche” o delle rivoluzioni eterodirette.

La questione è semplice, per ogni osservatore che abbia un minimo di indipendenza intellettuale, gli Usa non hanno un vero interesse ad assistere ad un processo democratico nei Paesi dove intervengono (opera questa difficile, se non impossibile e che necessiterebbe di sforzi immani per chiunque). Ma semplicemente curano i propri interessi nazionali, pur tuttavia con il solito ma meraviglioso pretesto dei diritti civili e della democrazia.

Per questo, io non sto né con la China, né con Putin, e naturalmente nemmeno con Biden. Purtroppo, i vicini non te li scegli. Così come nemmeno gli avversari. Ci devi fare i conti! E persino dialogarci in certi casi. E questo perché magari nemmeno i “buoni” sono davvero degli Stati lindi (soprattutto all’estero e con le proprie minoranze interne).

Intervenire, invece, nelle faccende altrui con metodi militari o di intelligence, può essere davvero inutile per il benessere dell’umanità, soprattutto per quelle popolazioni inermi che hanno come unica colpa la “sfortuna” di vivere su territori molto contesi a livello geopolitico per le risorse naturali di cui dispongono o la loro naturale posizione geografica.

Per questo caro Biden, successore dei vari Bush, padre e figlio, dei Clinton, e persino del premio Nobel per la pace Obama (promotore delle primavere arabe, ovunque fallite in un bagno di sangue e nella reazione più feroce) pensaci bene, cercando di non ripetere i “soliti” errori.

Sei ancora in tempo, prima che la storia si ripeta…

Mario Draghi, il vero unto dal signore (no, non era Mr B.)

Come sappiamo, Mario Draghi ha chiesto aiuto per la definizione del Ricovery Found (Piano Nazionale di ripresa e resilienza) a delle società private esterne di consulenza americane (McKinsey, PwC, Ernst & Young, Accenture), evidentemente sue vecchie conoscenze (essendo stato tra il 2002 il 2005, Vice Chairman e Managing Director della Goldman Sachs, nota banca d’investimenti americana, ritenuta tra i principali attori responsabili della grave crisi finanziaria del 2008).

Ciò ha provocato ovviamente delle perplessità, soprattutto a sinistra dello schieramento politico, così il ministero dell’economia, guidato Daniele Franco, ex direttore generale della Banca d’Italia, ha dovuto precisare in una nota che <<La Mc Kinsey […] non è coinvolta nella definizione  del Piano Nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr, [impropriamente ribattezzato Recovery Found dalla stampa nazionale])>>.

Ovviamente precisazione del tutto superflua, perché è chiaro che una società privata, tra l’altro straniera, non ha i poteri formalmente sanciti per definire una politica pubblica. Tuttavia, la precisazione, scontata e arida nella sue argomentazioni (da semplice ministro della Repubblica, non eletto, Franco evidentemente non deve rispondere all’opinione pubblica), sembra abbia placato immediatamente ogni polemica, come se non si aspettasse che un qualsiasi pretesto per spegnere ogni malumore sul nascere.

Tuttavia, questo episodio, prontamente rimosso dal dibattito pubblico, almeno di quello main stream, non fa che amplificare dei timori, latenti, che non possono lasciare indifferenti. Draghi è veramente un uomo dello Stato o è piuttosto un brillante funzionario apicale, che ha legato la sua ascesa, un po’ alla sua preparazione e un po’ all’essere stato sempre dalla parte dei potentati finanziari, nazionali e soprattutto internazionali?

Certo l’ormai ex banchiere, è stato dipinto come l’uomo del “Bazuka”, che salvò l’Euro e l’economia italiana dalla bancarotta (attraverso l’acquisizione illimitata dei titoli di stato italiani mediante la Banca Centrale Europea, che ha presieduto per un decennio dal 2011) dopo la crisi dello spread, che si ebbe nel corso dell’ultimo governo Berlusconi, quando la speculazione finanziaria si accanì contro il “Bel Paese”.

Quindi Draghi è diventato l’uomo della salvezza al quadrato: da una parte ha salvato l’Europa e dall’altra ha salvato l’Italia. Mi chiedo se un uomo da solo abbia tutto questo potere, soprattutto considerando che Draghi non è mai stato a capo di un partito politico, non ha mai dominato nel dibattito pubblico e di fatto è stato semplicemente un alto funzionario. Certo di rango. Certo molto competente e serio. Ma un funzionario da solo non ha nessun potere politico, e quindi contrariamente ai sovrani assoluti del passato, a qualcuno dovrà pur rispondere (se non altro a chi ce lo ha messo e ce lo tiene, ma chi?).

Quindi le scelte che ha fatto come presidente della Banca Centrale Europea, dovevano essere per forza largamente appoggiate. Ed evidentemente lo furono, in primis dalla Banca Centrale Tedesca, azionista di maggioranza del sistema bancario europeo, a cui non credo convenisse il fallimento dell’euro (e perché mai? Dato che è stata proprio tale conio la leva monetaria, con cui la Germania è tornata grande), e nemmeno dell’Italia (una vicina troppo grande, troppo strategica su diversi fronti, per cadere nel caos di un fallimento che avrebbe rischiato comunque di far fallire l’Euro, e questa Europa, così tanto voluta, perché evidentemente utile…).

Per questo prima di dire che Draghi è l’uomo della provvidenza ci andrei cauto. Draghi è un grande burocrate, un amministratore, ma non è purtroppo, e per fortuna, dotato di autonomia gestionale per quanto riguarda questioni molto più grandi di lui, e di ogni singolo cittadino. Che poi la sua opera sia stata sempre funzionale agli interessi “reali” del popolo italiano, andrebbe come minimo un po’ analizzato, ricordandone anche i ruoli meno “popolari”, quelli che sono stati rimossi, mai ricordati, per smemoratezza o forse perché problematici, che andrebbero contro alla narrazione corrente, di salvatore della Patria (non ho mai visto un liquidatore fallimentare, essere considerato tale, da parte del fallito, ammesso che l’Italia fosse davvero fallita, negli anni ’90; ma sono andato molto oltre qui e mi fermo, dato che il tema è complesso e non può essere affrontato adeguatamente in questo articolo).

Draghi fu per un decennio, negli anni ’90 il direttore generale del Ministero del Tesoro. Questo è un ruolo fondamentale nell’amministrazione dello Stato, perché da un lato esegue le linee generali delineate dal Governo e dal Parlamento (avendo comunque margini di autonomia, dovuti alla complessità dei settori in cui deve muoversi, difficilmente regolamentabili in un ambito tanto vasto e ciò nonostante “difficile” da normare in ogni ganglio), ma al contempo le condiziona, attraverso un’attività consultiva e di analisi tecnica (ruolo decisivo, perché sovente i politici hanno scarse competenze specialistiche, e devono comunque affidarsi ai pareri dei tecnici, come già sottolineava più di un secolo fa un certo Max Weber).

Allora dovremmo ricordare cosa successe in Italia negli anni ‘90, fino al 2001, che comportò l’entrata nell’euro (1 gennaio 2002, quando la moneta unica inizia a circolare).

Furono gli anni delle grandi privatizzazioni. Gli anni in cui lo stato italiano cambiò faccia definitivamente. L’anno in cui i vari governi, di cui ben tre tecnici (Ciampi, Dini, Amato) liquidarono quasi interamente le partecipazioni statali nel settore economico, bollate come inefficienti (sia in principio, che di fatto), e quindi supreme responsabili dell’immane indebitamento dello Stato italiano.

A mio modesto parere, in quegli anni si buttò via il bambino, con l’acqua sporca. Perché se era vero, che la politica italiana, come emerse con le inchieste del pool di “Mani Pulite” era diffusamente corrotta, non era altrettanto vero che l’idea di uno Stato attore anche economico, fosse sbagliata, inutile o peggio, negativa.

I fatti lo dimostrarono.

Infatti, nonostante la (s)vendita del settore pubblico (sessanta miliardi di euro stimati, niente, rispetto ai risultati ottenuti), che fu limato sino all’osso, crivellato sotto la spinta del raggiungimento dei parametri di Maastricht (deficit annuo non superiore al 3%, e un impegno decisivo nella riduzione del debito pubblico, posto sul modello tedesco ad un utopico 60%), che divennero dogmatici (ma stabiliti come? E nell’interesse di quale economica e sotto la spinta di quale idea di società?), anche perché tassativi per entrare nell’euro (come che l’Italia fosse un Paese qualunque, di cui si poteva fare facilmente a meno, e come se non avessero potuto pattuire i nostri governanti dei parametri più realistici, perché più coerenti col sistema sociale ed economico italiano), il debito pubblico italiano ha continuato a crescere, tanto che oggi siamo al massimo storico (nel 1991 era al 98%, nel 2019 quasi al 135%, oggi dopo la crisi del Covid, rischia di sfiorare il 160% ).

Quindi nonostante le misure di austerità finanziaria, il debito ha continuato a salire, fallendo miseramente gli obiettivi che hanno giustificato tutte le politiche economiche restrittive degli ultimi 30 anni. Anche a causa di tassi di crescita del Pil bassissimi, tra i peggiori al mondo.

Ma perché ricordare questo passato così lontano eppure così presente nei suoi effetti? perché il direttore esecutivo di questo piano di privatizzazione (e quindi tra i responsabili morali e politici) fu il nostro salvatore della patria, Mario Draghi.

E’ ovvio che quindi delle perplessità circa il ruolo di primissimo piano che egli ebbe durante l’epoca delle privatizzazioni selvagge degli anni ’90 ci siano.

Altra cosa che in pochi ricordano è il ruolo di primissimo piano che ricoprì in Goldman Sachs nei primi anni del 2000, in una fase storica della finanza americana non proprio delle più edificanti. Proprio quel periodo immediatamente precedente alla crisi del 2008, della quale la banca di investimento americana ebbe gravissime responsabilità.

Che nessuno riguardo a questi trascorsi lo abbia intervistato, sembra veramente strano, ma evidentemente da unto del Signore, è esentato a rispondere delle sue azioni, se non di quelle “meritevoli”, le altre sono esentate.

La carriera alla Goldman comunque è breve, dato che dal 2006 al 2011 è governatore della Banca d’Italia e nel novembre 2011 diventa addirittura Presidente della Banca Centrale Europea, su proposta del quarto governo Berlusconi, oramai moribondo sotto le sferzate della crisi finanziaria, causata dalla speculazione internazionale, e le svariate inchieste giudiziarie in cui era incorso l’ex presidente Finifest.

Da quando era Direttore Generale del Tesoro, Draghi ne ha fatta di strada. Una carriera brillante. Prima più al servizio del mercato che dello Stato, ma poi sempre più pubblica e istituzionale (ora che forse non c’è più distinzione tra Stato e mercato).

Evidentemente ha agito sempre per il meglio. Ma che le sue azioni siano state sempre dettate da ideali di equità sociale, certo qualche dubbio rimane.

Però, chi meglio di lui conosce le banche e l’Europa per preparare il piano di salvataggio? E quindi se il suo governo ha deciso di chiedere delle consulenze esterne ben venga. Ha già salvato l’Italia vendendo imprese pubbliche per 60 miliardi. Da allora siamo diventati un Paese avanzato in ogni settore e pazienza se il debito è continuato ad aumentare, senza nemmeno il beneficio della crescita economica (cosa che almeno prima di queste misure dra(g)oniane avveniva).

Draghi l’unto dal signore, in virtù del suo successo (che tipo di successo? e conveniente per chi?) e dell’amore sfrenato che hanno per lui tutti (tutti chi?), ha diritto di fare ciò che reputerà giusto, e ciò a prescindere.

Perché lui è un Drago, e il regno dei cieli è già qui (o l’apocalisse?).

La forza delle donne

In questa grande giornata dedicata alle donne, rifletto che indubbiamente, tra le persone più eccezionali che ho conosciuto nella mia vita, rientrano tantissime figure appartenenti alla seconda metà dell’universo umano. Riconosco in esse, nella loro generosa e disinteressata abdicazione, al lavoro, alla cura (del mondo e delle persone), una qualità che negli uomini è molto rara.

La loro eccezionalità è fuori discussione e credo abbia origini psicologiche, oltre che antropologiche e sociali. Per millenni le donne nella nostra società occidentale, hanno sempre vissuto un passo indietro all’uomo, in virtù di un patriarcato, tal volta, se non frequentemente, odioso e insopportabile. Di fatto, però, quando esso non si è sviluppato in forme di tirannia, non ha mai annullato le donne, che anzi, de facto, hanno forgiato il carattere dell’uomo occidentale, attraverso l’educazione e la cura dei figli, dei genitori, e mediante l’amministrazione informale della casa e la cura delle relazioni sociali.

Ovviamente oggi, è impensabile, per fortuna, che si possa tornare ad un passato, che è stato giusto trapassare, in virtù anche degli sconquassi socio-economici apportati dal modello di produzione capitalistico e dalla società mercantile (a partire dalla creazione delle fabbriche e l’evoluzione dei diritti civili e politici in senso democratico). Ma vorrei anche ricordare come quel passato non può nemmeno essere derubricato come barbaro e lontano. Infatti, le donne hanno svolto un ruolo eccezionale nella sacralizzazione dell’amore, ispirando e creandola l’amore cortese, che è stato il primo passo, per uscire da società violenta e predatoria.

Come dimenticare la Beatrice di dantesca memoria? Senza Beatrice, non sarebbe mai esistita la Divina Commedia, dato che per il primo italiano di ogni tempo, Dante, essa fu il mezzo per raggiungere le altissime vette del Paradiso di Dio. Ma la figura della donna è centrale per la letteratura di ogni tempo, perchè nonostante la sua apparente subalternità, la donna era assolutamente centrale nella vita di tutte le civiltà del passato. Essa era il principio femmino, l’unico che rendeva la vita riproducibile, ma anche sacra, perchè l’uomo nonostante l’uso della forza (di cui aveva il monopolio, anche per caratteri biologici) era destinato a soccombere, nel ciclo dei giorni e delle stagioni.

La donna infatti era alla base del principio dell’eterno, colei che attraverso la riproduzione della specie, rendeva possibile un futuro e quindi un senso della vita e poi della storia. Senza una successione, senza la nuova vita, che nasceva attraverso la donna, non avrebbe avuto senso far nulla, e quindi nemmeno vivere, sennò solo nella distruzione e nella rapacità, quindi nella non-civiltà.

Per questo la donna era sacra, o meglio la porta di ingresso per una dimensione che all’uomo maschio è ineffabile, la Vita Eterna (non nel mero senso cristiano, ma nel senso letterale, la vita senza fine).

Da ciò, la tradizione ha sempre posto in un ruolo di specialità il principio femminile della vita, fino a chè, Dante ha reso donna Beatrice, la porta di accesso privilegiata per il regno del Supremo, da dove tutto ha inizio.

Oggi, indubbiamente, si sono fatti enormi passi avanti per assicurare alle donne eguali diritti: la legge infatti tutela entrambi i sessi allo stesso modo (seppur rimangono degli ostacoli di mentalità che rende più difficoltoso, la piena attuazione materiale di questa uguaglianza). Ma in questo processo egualitario probabilmente qualcosa è andato perso per strada, come spesso accade, ogni qual volta l’evoluzione è troppo veloce e rapida.

La parità di genere, in pratica omologando uomini e donne, ha fatto perdere alla donna il suo essere elemento sacro nella società. La donna di oggi (per la verità da più di un secolo nelle elite più avanzate) indubbiamente vuole l’autoaffermazione, e non dipendere da una società dominata (almeno pro forma) da soli uomini. E fa bene ad avanzare ogni pretesa di uguaglianza e libertà visti igrandissimi risultati ottenuti.

Il problema è che il suo ingresso nel regno degli uomini, ha lasciato un grande vuoto, da cui derivano probabilmente varie forme di smarrimento.

Il sistema produttivo capitalistico ha infatti annientato in pochi anni ogni valore del passato, percepito come arcaico e comunque oscuro. In virtù dell’adulazione della crescita e della produzione, per scardinare vecchi privilegi e liberare forze produttive, in una logica di competizione, principio informatore di tutto, si è inclusa la donna, nel sistema (specie in un mondo dove la dimensione intellettuale è basilare).

L’importante è il merito. E nel merito si saldano le capacità e la volontà. Ovviamente, in un sistema economico come questo, una società cristallizzata e ossificata, diventerebbe insostenibile e anche svantaggiosa, oltre che ingiusta. Questo è bene dirlo. Una società che non ha più nulla di tradizionale e degli antichi valori, deve pretendere che le donne abbiano la possibilità di affermarsi con i mezzi che gli sono riconosciuti come leggittimi, perchè utili, dal sistema (le capacità negoziali, la padronanza della tecnica, la volontà e l’affidabilità).

La forza delle donne in tal senso sono illimitate. Per esperienza (ma le cause mi sfuggono) infatti esse sono più costanti, più responsabili e anche più capaci di mediare nei gruppi, degli uomini. Ma una cosa va detta, anche oggi che è l’8 marzo: tutto ciò non risolverà e non migliorerà troppo la situazione dell’umanità, perchè ciò che si sta affermando non è il principio femminile e generatore, il senso del Sacro, che è stato annientato anzi, ma forme sempre più spinte di razionalità economica.

Dal mio punto di vista, semplicemente si è incluso le donne, nel vecchio modello produttivo borghese e capitalistico. E’ probabile che ciò apporti dei miglioramenti sistemici, comunque.

E’ innegabile, infatti che le donne, col loro ingresso nelle istituzioni politiche, certamente, apporteranno parte del loro antico sapere e della loro femminilità, riducendo probabilmente i conflitti e le guerre. Infatti la guerra, è sempre stato uno strumento tipicamente maschile. Ma al contempo, tuttavia, i conflitti non saranno sanati, diventando più subdoli e sofisticati, perchè il sistema produttivo lì richiede.

Infatti non ci può essere competizione a somma zero. Quando uno vince, spesso un altro perdere, e perde tutto, soprattutto in un’era in cui lo Stato sembra non aver altro ruolo che la regolamentazione del mercato, avendo abdicato ad attore reale di welfare.

Per questo, anche oggi che siamo tutti dalla parte dell’eguaglianza, non dimentichiamo che se anche la questione del genere e della razza, sarà definitivamente risolta, superateade facto dai principi stessi, nonchè dal funzionamento, del sistema produttivo. Non va dimenticato, che oramai, siamo entrati in un mondo in cui le differenze non le fanno più il genere, e nemmeno il colore della pelle (grazie a dio).

Ma che ciò nonostante, non si stà andando necessariamente verso un mondo più giusto. Al contrario, invece, si può osservare come il sistema produttivo capitalistico (e consumistico) stia riducendo sensibilmente le risorse del Pianeta.

Conseguentemente, dovranno presto inasprirsi i sistemi di dominio, per imbrigliare tutti coloro che sconfitti, non parteciperanno, se non per le briciole, alla spartizione della torta. Torta che si fa sempre più piccola; per la brama di pochi altamente competitivi (per censo o per attitudine personale) che difficilmente cederanno la propria parte, anche minima, perchè laddove regna la cupidigia, laddove regna il privilegio, conquistato o ereditato, nessuno penserà mai a chi sta sotto peggio, ma a chi ha di più! (e poi cedendo si rischia di perdere la propria capacità di influenza, la propria potenza, e da lì a franare penosamente ce ne manca poco… )

Per questo viva la donna, ma temo che la liberazione dall’inedia e dall’ineguaglianza, come credevano alcuni movimenti femministi, non passerà dalla sua liberazione!! Buon 8 marzo a tutte