Kamikaze

Kamikaze

Sei la mia bambola di stoffa

Siamo legati insieme oggettivamente

Deterministicamente ti avvolgi come voglio

Ti ho legata con questo nodo

che lascia i lividi

Ti ho legata stretta a me

Perché siamo due kamikaze

La ragione credimi non c’entra nulla

Ci siamo immolati

Per tagliarci e scambiarci i pezzi

Perché siamo due kamikaze

Ma anche se non si può dirlo

Ora tu sei la mia carnefice

Se solo potessi staccarmi

Lo farei, ma mi hai incollato come un bambino

E le mie membra non esistono più

Ormai è troppo tardi per staccarmi,

ma tu mi hai buttato come una bambola di pezza

con la pelle sanguinante,

senza arti e dove andare

Ora che non ti servo più,

ora che hai i miei pezzi,

e non ti servo più,

Kamikaze di me stesso.

Condannato a morte

Mi sto rigirando nel mio letto spoglio e solitario

quando inizia a rintoccare la campana del tempo,

tutti dormono, solo io sono sveglio.

E ripenso alla mia vita passata

Ora che non ho più tempo:

la clessidra scorre sempre più lentamente,

ora che nulla può più cambiare…

Un prete calvo e un diavolo gentiluomo

mi osservano oltre il muro della vita

per darmi l’estrema unzione

e guardo attraverso loro tutti i miei sbagli,

ma cosa ha fatto il mondo per redimermi una persona migliore?

Si, il mondo è stato molto crudele con me,

ma io non lo sono stato da meno.

E’ impossibile calmarmi,

mi sta vincendo il panico

datemi qualcosa, forse pregare mi potrà calmare:

è veramente la fine,

o un attacco di follia?

Non riesco a smettere di urlare nella mia testa,

e i pensieri sono ammassati,

così che il mio corpo si tende come uno spillo, pronto a scattare.

Le lacrime scorrono veloci e impotenti,

sui miei rimpianti,

forse avrei potuto fare di meglio,

ma dopotutto non sarebbe cambiato molto:

non credo che sia veramente la fine,

e che la vita sia solo un’allucinazione,

perché se ci fosse stato Dio,

mi avrebbe dato un’altra occasione.

Così mentre cammino,

per il sentiero solitario,

gli Angeli mi guardano come corvi,

e mi ricordano austeri,

che finalmente sto andando a vedere la verità.

E il mondo mi assorbirà,

sì, tra le piaghe della sua impurità…

Te

Mentre vedo Te come un albatros

su un cielo superiore e distante

Mi scuso per tutto il tempo sprecato

in stupide illusioni…

Intanto che il ghiaccio si scioglie in lacrime

Man mano che all’orizzonte il sole sorge

mi sento lontano mondi lontanissimi…

Insidie occulte mi fanno persistere,

a pezzi come

cocci di bottiglie

che tu hai provato a raccogliere e aggiustare…

Mentre agognavo a qualcosa di meglio

Per questa breve vita

Ora bramo solo alla mia mera sopravvivenza corporale,

è proprio vero che la libertà è una chimerica illusione?

Eh la lentezza mi ha ucciso tutti gli amori più profondi;

Se solo avessi capito dapprincipio

Molte cose forse sarebbero andate diversamente,

sperando che almeno i ricordi restino vivi

per tutta la vita e anche oltre…

E vengo da te, parlando con una cartolina,

chissà dove, chissà quando…

Cercando di immaginare i tuoi sogni da bambina

In quegli occhi così dolci e luminosi

al di sopra del Tutto,

laddove la luce non cesserà mai

di esistere, come te,

mamma…

La spirale

Mi sono fatto a pezzi lentamente

Io mi sono stracciato la pelle di dosso,

Io incredibile coglione.

Ho voluto provare il fondo,

Una buca più profonda della tua vulva,

Che mi ha risucchiato,

come un verme insaziabile.

E ora che non ci sei più

E’ emersa la tua terribile bugia

E ora che sono solo e tu non ci sei

E miei fantasmi si sono fatti di carne e ossa

Proprio ora che io sto scomparendo.

No, io non credo neppure a Dio

Ma è un bene che questa terribile bugia sia finita

Così hai dimostrato tutta la tua ipocrisia

Ora che stai dando carne e latte al tuo nuovo giocattolo d’amore.

Ero davvero io il traditore?

Tu che mi hai lasciato inerme

Nel periodo più osceno della mia vita.

Per favore Dio fa che tu esista

E scaccia questa stupida idea

Dalle mie orbite vuote

Come quel centro della tua voragine

che risucchia tutto il mio universo.

Abbandonatemi, torre di controllo:

Sto precipitando…

(Prima del risveglio)

Come una fenice uscita viva dal proprio incendio

Quando penso a come

Ero un un pulcino spoglio

Nel labirinto della mia immaginazione

Un sorriso tenue e di argilla

Si forma nei miei occhi

Lo so che non si può sfuggire al giuoco delle parti

Lo so che ogni fiume ha il suo mare

E ogni affluente cerca un compagno

Per conoscere questo mare

Io so solo che l’acqua verdastra

Colpisce le mie pupille

E da queste nasce il sole

Le stelle stanno sopra di me

E mi guardano con compassione

Vorrei per una volta seguire

Il tragitto della ragione

Ma aquile che volano a stormi

Mi becchettano il viso

Lasciandomi ferito

In un lago di sangue

Allora mi rimbocco le mani

Bevo alla sorgente celeste

E invoco l’Universo

Ed esso, vecchio vegliardo,

mi redarguisce

<<Che ci fai solo e soletto

Sotto questo albero che non è il tuo

Apri gli occhi

Guarda la luna

Essa è sempre serena

E anche quando dei nembi

La circuiscono

Essa lascia fare

Consapevole dell’inconsistenza degli umori

Per questo stendi le ali

Lascia il nido

Abbandona il tuo sorriso d’argilla

E fa di te quel che sei

Una fenice che è uscita viva dal proprio incendio>>

Come un angelo

Quella sera ho scelto l’eternità fissandoti negli occhi

Come angeli caduti nella grande città siamo comparsi

Nuotando nel fuoco

Un lampo mi ha attratto a te

E sotto le luci dei lampioni

Navigavamo come argonauti in cerca della nostra isola deserta

Siamo diventati siamesi quella notte

Una ragazza dagli occhi di ghiaccio

Che mi fissava come se non ci fosse nulla da capire

Da quella scatola che si scuoteva

Ballavamo al ritmo di una macchina di acciaio

Ma chi ha inventato che questo sia peccato

Io gridavo: è sempre così?

Poi lentamente risalgo le scale per la mia stanza

Sto camminando come nell’aria

Non può essere certo succeduto per davvero

Ma i suoi occhi erano lì a ricordarmelo

Ora potrei pure morire

Ora che ho scoperto anch’io di essere

Come un angelo

Ma è possibile che sia già finito?

E’ mai possibile?

Ricordo di mare

Negli anni Ottanta, tutte le famiglie nei nostri paesi posti nell’entroterra calabrese solevano affittare per periodi più o meno lunghi delle case sulla costa. La mia famiglia non faceva eccezione.

La mattina ci svegliavamo presto. Avevamo una casetta che affacciava sul mare. Faceva caldo, caldissimo. Faticavo ad addormentarmi la notte. Ero un bambino di montagna. Si andava al mare perché faceva bene, respiravamo lo iodio, così si diceva. Io pensavo che fosse l’odore di acqua salmastra, e mi piaceva. Poi c’era il profumo dei giornali appena arrivati in edicola. Mio padre ogni tanto mi leggeva degli articoli, più che altro di cronaca. Io invece mi dedicavo a quegli sportivi. Al calcio mercato. Al Milan.

Ero veramente appassionato e seguivo con attenzione sperando che anche quell’anno lo scudetto sarebbe stato nostro. I giornalisti erano bravissimi ad intercettare i miei sogni. Da piccolo sognatore coi miei amici poi replicavamo le gesta di quei nostri miti. A tutte le ore. Sul bagnasciuga quando la sabbia bolliva, direttamente sulla spiaggia quando il caldo desertico la faceva da padrone nelle ore centrali della giornata. Con mio padre facevamo delle piccole porte con le canne o con le pantofole da spiaggia, e lui ogni tanto mi faceva vincere.

Io ero un bambino molto timido e introverso. Per questo ci mettevo molto a legare con gli altri piccoli pulcini che brulicavano sul mare, in quel piccolo boom di benessere degli anni ’80. La mamma sempre buona e paziente preparava splendidi piatti (le melanzane al forno era il mio piatto preferito). Io mi sono sempre chiesto come facesse, a badare a tutti noi piccoli scriccioli. Poi c’erano anche i cugini e insieme si giocava tra i flutti col sole che ardeva e accendeva la nostra pelle così come la nostra fantasia

Un giorno erano arrivate a riva tante piccole meduse bianche e azzurrognole e io ne ero rimasto punto, così mamma ci mise una pomata e mi ci soffiò sopra dove mi bruciava tanto. Io sono certo che non fu la pomata a guarire tutto il mio piccolo tormento, ma l’amore soave del suo soffio.

Poi c’erano le serate tropicali. A volte una leggera brezza leniva quella immancabile sete. Si cenava tutti insieme. Noi piccoli. I grandi e persino le nonne. Poi si andava al cinema. Io ero pazzo per il cinema. Vedevo quelle immagini misteriose proiettate su teli infiniti e sognavo veramente di vivere in quelle storie fantastiche e avventurose. I film che preferivo erano quelli di Indiana Jones e di avventura, perché anch’io come tutti i bambini degli anni 90 sognavo di fare l’archeologo o l’astronauta.

Poi quando tornavamo a casa esausti, mia madre mi raccontava delle fiabe. Io ero insaziabile. Ne volevo sempre di più. Era impossibile prendere sonno, perché di fatto stavo già sognando. Lei poverina invece stanca della giornata caldissima e delle mille incombenze a cui badare, si addormentava, così ad un tratto sentivo delle interruzioni, io mi lamentavo e lei procedeva, magari non dallo stesso punto, fin quando eravamo tutti felici e contenti. E lo eravamo davvero.

Quanto mi mancano quelle sere di estate tropicale, quando i miei sensi così nuovi coglievano tutto, anche il profumo di un fiore proveniente dal deserto…

Se non un altro non morisse per noi

Ogni volta che un uomo

È offeso o calpestato,

Ogni volta che piange in silenzio,

O viene ridicolizzato,

Il mondo muore

e a terra non rimangono che delle briciole

strascinate via dal vento della dimenticanza.

Abbiamo abbandonato la nostra fragilità

Abbiamo, dimentichi di chi siamo,

buttato via i nostri doni più preziosi.

Quante volte abbiamo visto sul mare,

le nubi che eclissano il nastro lunare,

ma quante volte abbiamo prestato la medesima attenzione,

al pianto di un bambino,

picchiato, sfruttato e non accudito…

Per questo c’è bisogno

Di tornare alla scuola delle scuole

E di ripetere

le tabelline dell’umanità e del perdono

coi nostri figli

Essi sono il Cristo

Essi sono la Croce

Essi sono il Crocefisso

Dietro ogni vita spezzata

Chiusa e dimenticata

C’è l’odio del sadismo,

che permea una società malata

ostile contro i “diversi”,

antipatica contro i “deboli”,

Contro ciò che tutti siamo stati almeno una volta:

Se non un altro non morisse per noi.

Poco importa la ragione,

Poco importa il colore o la pelle,

Conta solo colpire prima che la folla si giri

E colpisca noi!

E allora scagliamoci tutti!

E allora distruggiamoli tutti!

E allora picchiamoli tutti!

Così che si dimentichi di noi

E della nostra imperfezione,

per onorare la nuova grande religione:

Hurrà alla forza

Hurrà alla potenza

Hurrà al successo

Morte ai deboli!

Morte ai succubi!

Morte ai derelitti!

Morte all’infanzia!

Estate africana

In questa estate d’Africa che stiamo vivendo

non ho voglia di fare niente

Se non di dimenticare.

Eh ascolto dalla sera alla mattina

strana musica sperimentale,

mentre sto seduto sognando mondi lontani,

e fumo come un solitario,

sentendo la schiuma infrangersi ritmicamente

assente come il riflesso di me stesso…

E poi il cielo mi si apre, rosso come il sangue

e vedo il sole trafitto da un lampo

e il mio destino è già lì.

Il canto di Piccarda (III Canto del Paradiso, parafrasi e similitudini con il sacrificio morale di Socrate)

Quel sole (Beatrice) che per la prima volta mi aveva scaldato il petto di amore

Mi aveva svelato la bellezza della verità (sulla composizione della Luna)

Dimostrando e confutando, il dolce aspetto di essa (perché la verità è dolce e bella allo sguardo)

E io alzai il capo in maniera pudica e umile

Per confessare di essermi ricreduto

Quando mi apparve una visione

Che mi costrinse

A tacitarmi.

Come attraverso i vetri trasparenti e tersi,

o per le acque nitide e tranquille,

non troppo profonde

si restituiscono ai nostri visi sembianze

così deboli, che sembra impossibile distinguere alle nostre pupille

una perla da una bianca fronte;

così vidi io tante facce pronte a parlare

che io corsi l’errore contrario di quello di Narciso

che specchiandosi pensava di vedere un’altra persona

quando in realtà non vedeva altri che sé stesso.

Così mi volsi per capire chi ci fosse dietro di me,

ma non vidi nulla, e mi rigirai verso Beatrice,

che sorridendo fece ardere gli occhi santi.

<<Non meravigliarti che io sorrido,

del tuo pensiero puerile,

perché esso non si fonda sulla verità, in quanto

si basa semplicemente sulle illusioni date dai sensi:

sono vere sostanze quelle che vedi,

relegate qui per una mancanza nel loro voto.

Ma parla con loro così capirai

Che la luce della verità che le sazia

Non le lascia turbate e insoddisfatte>>.

E io all’ombra che mi sembrava più vogliosa di parlare,

mi drizzai, e cominciai,

con quell’esitazione propria dell’uomo che dalla troppa voglia si confonde:

<<Spirito beato, che sei esposto alla dolcezza dei raggi della vita eterna,

che non può essere compresa, per chi non l’ha sperimentata,

ti sarei grato se mi dicessi chi sei e mi raccontassi della tua storia.>>

<<La nostra benevolenza>>, rispose ella, <<non chiude le porte

A chi ha un giusto desiderio, come d’altra parte

Fa quella divina.

Io nel mondo fui una suora,

e se provi a ricordarti, il fatto che io sia ora più bella,

non ti dovrebbe celare chi fui sulla Terra,

e riconoscerai in me Piccarda,

che abito con gli altri beati di qui,

sulla Luna, la sfera più lenta.

I nostri sentimenti sono infiammati

dal piacer dello Spirito Santo,

e si letiziano conformandosi al suo comando.

E questa sorte, che sembra essere così bassa,

ci è stata data, perché furono rotti i nostri voti, in parte mancando ad essi.>>

Quindi io a lei: << Nel vostro mirabile aspetto

risplende un non so che di divino

che vi trasmuta rispetto a come vi ricordavo,

infatti non mi sono ricordato subito di voi

ma ora mi aiuta ciò che mi stai dicendo

così che rimembrarti ora mi è più facile.

Ma dimmi, voi che state qui,

desiderereste vivere in un luogo più elevato,

per vedere meglio la luce di Dio e per stargli più vicino?>>

Lei allora un po’ sorrise con gli altri spiriti luminosi,

al che mi rispose molto lieta, tanto smagliante che sembrava ardere

dello Spirito Santo.>>

<<Fratello, la virtù di carità quieta e conforma la nostra volontà,

e ci fa volere solo quello che abbiamo, e non bramiamo altro.

Se fossimo superbe, perché vorremmo di più di quel che abbiamo,

i nostri desideri sarebbero discordi, da volere di colui che qui legifera e scerne;

cosa impossibile in questi cerchi,

dato che qui è necessario vivere in carità,

se ci rifletti bene e capisci cosa significa.

Anzi è essenziale a questa esistenza beata,

vivere nella volontà divina, tanto che le nostre svariate voglie

devono diventare una soltanto;

così che il fatto che siamo divisi in varie soglie,

a tutto il regno piace, come al Re che il suo volere ci invoglia.

E la sua volontà è la nostra pace,

lui è quel mare verso il quale ogni cosa si muove,

uomo (diretta creazione di Dio) e natura (che si genera da sé da iniziale emanazione divina).

Allora mi fu chiaro come ogni luogo in cielo è paradiso,

anche se la grazia di Dio non piove ovunque allo stesso modo.

Ma come avviene per colui che si sazia di un cibo, ma ne

È affamato ancora di un altro,

che di uno si chiede e di un altro si ringrazia,

così feci io con atto e con parola:

<<Quale fu la tela non tessuta sino in fondo

(cioè il voto non compiuto)?>>, le chiesi.

Ed ella a me: <<Perfetta vita e alto merito ha posto una donna più su (Chiara D’Assisi)

Alla cui regola nel vostro mondo ci si veste e vela,

perché si rimanga fedeli sino alla morte a quello sposo

che accetta ogni voto conforme al principio di carità.

Dal mondo per seguirla giovinetta

fuggì, e nel suo abito mi chiusi,

e promisi la vita al suo ordine.

Uomini poi, avvezzi più al male che a buoni costumi,

mi rapirono dal chiostro:

E solo Dio sa poi che vita feci.

E quest’altro splendore che si mostra alla mia destra

E che sembra ardere di tutta la luce del nostro cielo

comprende bene la mia storia;

lei fu suora ma le tolsero violentemente il velo.

Così riportata al mondo

Contro la sua volontà

E contro ogni morale,

non si distaccò mai dentro di sé dalle sacre bende.

Questo è lo spirito di Costanza che generò

Dal secondo vento di soave (Federico Barbarossa)

L’ultimo imperatore di Svevia (Federico Secondo).>>

E detto ciò cantando Ave Maria, iniziò a scomparire

Come fa un peso che viene immerso in acqua profonda.

Io inizialmente provai a rincorrerla con lo sguardo,

ma poi perdendola mi voltai verso l’origine

del mio maggior desiderio, così che la mia attenzione

fu tutta rivolta a Beatrice;

ma quella sfolgorava così tanto

che non riuscì a guardarla, così dovetti rimandare

la domanda che mi stava tanto a cuore in quel momento.

Riflessioni:

Il canto delle donne, da Beatrice a Piccarda, in cui Dante delinea gli spiriti beati della luna, ovvero coloro che non ebbero la beatitudine completa perchè mancarono un un voto, non per loro volere, ma per la malvagità altrui. Meraviogliosa a mio parere l’umiltà e l’accettazione della propria sorte di queste beate, che pur non avendo mancato di nulla devono pagare colpe non loro. Esse accettano la loro posizione in cielo, senza invidia per chi ha la possibilità di essere più vicino a Dio. Emerge la visione eistenzialista e politica di Dante, in cui le leggi di Dio non si discutono. Un po’ come fece Socrate quando decise di avvelenarsi nonostante fosse innocenete. Ma dato che le leggi della sua comunità erano quelle e le leggi erano il collante che rendevano possibile la comunità egli rifiuta di fuggire, per adempiere al sacrificio morale. Sembra quasi la morte di Cristo, seppur avvenuta qualche centinaio di anni prima…quante similitidini tra il mondo greco socratico e la figura del Cristo, aveva forse ragione Nietzsche quando faceva terminare l’età aurea dei greci coi presocratici, nella sua battaglia tutta personale, e non solo, contro il Cristianesimo. Comunque volenti o nolenti aveva colto in quella fase della storia greca, l’epoca precristiana (si pensi anche all’importanza di Platone e Aristotele in ottica teologica), che forse favorì l’avvento della nuova religione, la deve più alla filosofia greca che non all’ebraismo in senso stretto…