La “nuova” politica estera (poco diplomatica) di Biden

Certo è impossibile rimanere indifferenti al “nuovo” clima internazionale che si sta respirando (faticosamente) negli ultimi tempi. Sembra che gli USA di Biden, abbandonato il bullismo sanguigno di Trump, vogliano subito fornire una seconda versione dell'”American First”, quella liberal dei democratici americani, che tanto bene ha fatto da Clinton in avanti.

Infatti, in un paio di giorni abbiamo prima assistito Biden accusare (in un’intervista televisiva costruita sembrerebbe a tavolino, proprio con l’intento di sganciare questa bomba mediatica) Putin di essere un killer (un leader mondiale che ne accusa un altro, pubblicamente, di essere un assassino, è un’assoluta novità) e poi, poche ore fa, ad Anchorage in Alaska, nel primo vertice con la super potenza Cinese, il segretario di Stato Antony Blinken rimproverare Pechino, proprio in apertura (in maniera non proprio conforme alle regole savoir faire istituzionale), di

1. ledere i diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang

2. di minacciare Taiwan,

3. di essere la mandante dei cyber-attacchi contro bersagli americani

4. oltre che autrice di pressioni economiche contro l’Australia.

Blinken ha definito queste azioni “un attacco contro l’ordine e la legalità che garantiscono la stabilità globale”. Purtroppo, ma naturalmente, la reazione immediata già nel summit di Yang Yechi, capo della delegazione cinese e responsabile Esteri del partito comunista, non si è fatta attendere: “Smettetela di promuovere la vostra versione di democrazia nel resto del mondo. Perfino all’interno degli Stati Uniti molti hanno smesso di avere fiducia in quella democrazia. La Cina non accetta accuse, non è possibile strangolare la Cina, avete precipitato le relazioni bilaterali in una crisi senza precedenti”. E da lì uno scambio di accuse da entrambe le parti, imbarazzante, e quasi da bar.

Sembra insomma che la nuova amministrazione americana, abbia iniziato proprio coll’ascia della guerra, più che con un ramoscello di ulivo le sue nuove relazioni internazionali, tra l’altro in un contesto economico e sociale già falcidiato dalla pandemia di Covid, che necessiterebbe di un clima di concordia e pacificazione per sconfiggere la pandemia piuttosto che di liti sboccate e dannose.

Non era quindi proprio il momento adatto per inimicarsi due delle principali potenze planetarie. A meno che l’obbiettivo di tali affermazioni fosse tutt’altro che diplomatico, ma prettamente politico, ovvero da una parte la ricompattazione del fronte interno, ancora scosso dalla difficile transizione presidenziale, e dall’altro, sollecitare terzi soggetti (l’Europa? la Germania? attendisti vari, che non vorrebbero prendere parte alla bega in maniera opportunistica o pragmatica, per fare i propri interessi) a doversi schierare per forza o forzatamente.

In ogni modo sembrerebbe proprio che gli USA rinsaldando le proprie fila, in un clima quasi da “seconda guerra fredda” vogliano bipolarizzare il mondo in amici e nemici. Ma può l’Europa e la Germania rinunciare ai propri interessi, o, almeno, a perseguirli sotto la “tutela” statunitense, ridimensionando la propria autonomia decisionalea? E soprattutto un modello bipolare è ancora vantaggioso per gli interessi europei, come durante la Guerra Fredda, in uno scenario però radicalmente cambiato, con degli Usa “meno ricchi” seppur sempre “amici temibili”; quando invece abbiamo un secondo mondo, in forte espansione economica, e quindi con tanti bei quattrini da spendere e con tante opportunità da offrire alle imprese europee? Ecco non vorrei che alla fine ci perdesse proprio il Vecchio Continente, tanto per cambiare…

Per quanto riguarda, invece, le ricadute positive dirette di un atteggiamento statunitense diplomatico aggressivo contro due super potenze straniere (da una parte uno Stato che ha un miliardo e mezzo di abitanti e i tassi di crescita economici più elevati del Mondo che conta, e dall’altro una Russia che seppur illiberale ha guadagnato in compattezza interna anche grazie ad un uomo forte come Putin, che tra gli innumerevoli demeriti, non ha certo quello di aver svenduto la sovranità del suo Stato), i dubi permangono, anzi, possiamo essere chiaramente molto pessimisti.

Purtroppo, il problema degli Usa è sempre lo stesso, il loro pragmatismo spregiudicato negli affari, la loro politica di potenza, frammischiata con un’ipocrita “esportazione” dei diritti civili e politici (specchietto per le allodole per mascherare manovre commerciali, aperture di nuovi mercati, accaparramento di risorse). Come se non avessimo già visto il risultato delle guerre “democratiche” o delle rivoluzioni eterodirette.

La questione è semplice, per ogni osservatore che abbia un minimo di indipendenza intellettuale, gli Usa non hanno un vero interesse ad assistere ad un processo democratico nei Paesi dove intervengono (opera questa difficile, se non impossibile e che necessiterebbe di sforzi immani per chiunque). Ma semplicemente curano i propri interessi nazionali, pur tuttavia con il solito ma meraviglioso pretesto dei diritti civili e della democrazia.

Per questo, io non sto né con la China, né con Putin, e naturalmente nemmeno con Biden. Purtroppo, i vicini non te li scegli. Così come nemmeno gli avversari. Ci devi fare i conti! E persino dialogarci in certi casi. E questo perché magari nemmeno i “buoni” sono davvero degli Stati lindi (soprattutto all’estero e con le proprie minoranze interne).

Intervenire, invece, nelle faccende altrui con metodi militari o di intelligence, può essere davvero inutile per il benessere dell’umanità, soprattutto per quelle popolazioni inermi che hanno come unica colpa la “sfortuna” di vivere su territori molto contesi a livello geopolitico per le risorse naturali di cui dispongono o la loro naturale posizione geografica.

Per questo caro Biden, successore dei vari Bush, padre e figlio, dei Clinton, e persino del premio Nobel per la pace Obama (promotore delle primavere arabe, ovunque fallite in un bagno di sangue e nella reazione più feroce) pensaci bene, cercando di non ripetere i “soliti” errori.

Sei ancora in tempo, prima che la storia si ripeta…

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